Chi fa teatro — 17/01/2015 15:08

“La donna che legge”: un triangolo perfetto di orrore e poesia

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MILANO – Ha ragione Francesca Serra – autrice di quel “Le brave ragazze non leggono romanzi”, da cui prende spunto questo testo di Renato Gabrielli -, quando sostiene che l’arte pittorica sette/ottocentesca trabocca di ritratti di fanciulle intente alla lettura. “Di romanzi…”, specifica: non solo perché questo genere letterario si impone proprio in quegli anni; ma perché è un tipo di lettura che, eccitando le fantasie delle delicate signorine dell’epoca, di rimando suggestionava i signori uomini – risvegliando in loro, probabilmente, le più inconfessabili pulsioni. Nei salotti intellettuali, poi, il tutto veniva liquidato, cucendo addosso alle sventure le meno lusinghiere delle allusioni – “Non è mai capitato che una ragazza vergine abbia letto un romanzo”, sentenziava Rousseau… Resta il fatto però che erano uomini la gran parte sia dei pittori e degli intellettuali dell’epoca; e ciò ci consente di non escludere un certo sciovinismo maschile, alla base di questa proiezione.

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Ne “La donna che legge”,  (in scena al Teatro Out Off di Milano) Gabrielli fa esattamente l’opposto. Di certo anche lui si focalizza sull’icona della fanciulla intenta alla lettura – la ‘smunta’, la sbeffeggia l’altro personaggio femminile -; ma lo fa quasi per angelicarla, trasformandola nella diafana musa di fronte a cui capitola l’adorante poeta fallito.
Spieghiamo meglio. Chi conosce la sua cifra stilistica, sa che Gabrielli non è certo un interprete del Dolce Stil Novo. Quindi? Quindi l’intento – suo e del regista Lorenzo Loris – è quello di partire sì, dalla centralità dell’immagine muliebre, ma per offrirci gli destabilizzanti squarci dei differenti punti di vista – resi attraverso registri recitativi differenti, senza che questo infici minimamente la credibilità del lavoro corale. Così questa drammaturgia – sincopata, specie all’inizio -, ci presenta tre soggetti anonimi, implicati in una dinamica ben precisa: ed è presto evidente che una miscela simile non potrà che esplodere, come ogni esperimento scientifico, che incautamente metta a contatto reagenti altamente instabili.

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Certo, se l’ambizione registica è alta – giocare al teatro e al meta teatro, esplicitando il sotteso intenzionale ed amplificando la carica pulsionale delle azioni mancate -, non da meno è la bravura degli attori. Massimiliano Speziani, anzitutto: Mirco, il ‘committente’ di quella che fin da subito sembra delinearsi come una proposta indecente; con la sua mimica versatile e preziosa, riesce a restituircene la smerigliata complessità umana, mantenendosi meravigliosamente nelle corde oniriche, ma anche comiche e quasi surreali dei personaggi di “Questi Amati Orrori” – altra drammaturgia di Gabrielli.

Cinzia Spanò interpreta Federica, un tempo amante del bizzarro signore di mezza età ed ora sua intermediaria nel contrattare con la ragazza; si destreggia bene nel ruolo della donna donna in carriera ed un po’ spigolosa, riuscendo anche a restituirci l’animo vulnerabile di chi forse non è ancora così distaccata dal sentimento di un tempo. E poi ‘la donna che legge’, Alessia Giangiuliani ovvero Giada: la risoluta ragazza, che finisce con l’acconsentire alla proposta solo perché così indecente non sembra poi esserlo – oltre che per sedicenti problemi di soldi. Ma spesso le cose non sono come appaiono: e, nel procedere dell’intreccio, ciascuno dei personaggi finirà con l’esondare dal proprio stereotipo, mostrando come quell’apparente gioco teatrale – contrappuntato dalla meta teatrale recitazione, a turno, anche delle didascalie – sia in realtà molto più complesso, subdolo e stratificato. Di contro la scena è praticamente vuota. Solo qualche sedia ed un lunghissimo tavolo, attorno a cui si affannano i personaggi. Viene girato, rigirato e, ad un certo momento fin ribaltato, quasi fosse lui il reale oggetto del contendere. Ed un po’ anche sì, ci suggerisce il regista, che lo utilizza come oggetto transazionale degli intricati ingorghi, che ciascuno dei tre si trascina dietro dal proprio passato, rendendolo inabile ad una comunicazione lineare. Ecco perché, in fondo, ciascuno di loro soggiace a quella perversione – che, più che col voyerismo, ha a che fare con una sorta di suo contrario: un esibizionismo celato, mal dissimulato e poi ostentato, che è quello di chi rivendica il suo diritto di esistenza.

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Eppure nulla raggiunge mai la volgarità della realtà, nonostante non manchi una qual certa dimestichezza col turpiloquio e nonostante gli scoppi improvvisi d’ira, di cui è spesso vittima il buffo omicciolo o momenti altamente espliciti o drammatici. E’ che poi tutto viene sublimato in un garbo stilistico e narrativo – la luce blu che istantaneamente trasforma il pubblico in quel mare, che non sa che restare a guardare… piuttosto che la musica della giostrina di paese, che rimmova il ricordo dei loro incontri di tanti anni prima; o, ancora, la scena mimata del bambino, che con immensa grazia si protende a restituire a Mirco il panama cadutogli a terra in un eccesso d’ira: e questo basta a placarlo, inducendogli una riflessione proprio sulla volgarità della reale.

Ed è forse questo, l’intento del regista: tratteggiare con mano leggera, così da far risaltare in modo ancora più innegabile, la ferocia stessa della situazione: la denuncia del contesto della piccola provincia italiana, che, come l’odore salmastro del mare, nessuno ha il coraggio di chiamare col vero nome, ostinandosi invece a soggiacere al gioco civile del ‘come tu mi vuoi’.
Quel che resta negli occhi, a fine spettacolo, è questo strano miscuglio di orrore e poesia; e la gratitudine per chi ancora sa spendersi tanto generosamente in scena.

(crediti fotografici di Agneza Dorkin) 

La donna che legge (prima nazionale)

visto al Teatro OUT OFF di Milano il 14 gennaio 

in scena fino all’ 8 febbraio

mart./ven. h 20.45, sab. h 19.30 dom. h 16

di Renato Gabrielli

regia Lorenzo Loris

con Massimiliano Speziani, Cinzia Spanò

Alessia Giangiuliani

produzione Teatro Out Off

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