Teatro, Teatrorecensione — 16/12/2012 22:21

Da “Aeneis in Italia” di Lenz Rifrazioni al metal di Lazyblood: Natura Dèi Teatri si tinge di rosso e di nero

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Festival di inizio inverno, a Parma. Una rassegna tutta al femminile, quella disegnata dai due direttori artistici Maria Federica Maestri e Francesco Pititto per l’edizione 2012 di Natura Dèi Teatri, inserita da quest’anno all’interno della cornice più ampia di “Incontemporanea Parma Festival”.

Il lavoro di quindici artiste provenienti da numerosi Paesi del mondo è stato accolto all’interno della prima tappa di un progetto triennale nutrito dall’opera filosofica di Gilles Deleuze. Una prima tappa che raccoglie, sotto il titolo di “Ovulo”, una riflessione plurale sui temi dell’organicità della creazione artistica, della relazione osmotica tra parola, suono, vocalità, fisicità.

Lazyblood

Nulla di più adatto, dunque, per inaugurare il festival, della performance musicale del duo islandese Lazyblood. Un concerto sui generis in cui Erna Ómarsdóttir, meglio conosciuta come danzatrice di Jan Fabre e Alain Platel, esplora tutte le possibilità dell’apparato fonico, impegnandosi in uno sforzo vocale estremo che cerca, nel corpo e nella performatività che più appartiene a una danzatrice, una valvola di sfogo visibile. La performer, in un’aggressiva mise rossa, canta, urla, esplode invasata, si lascia cadere, attraversa la piccola platea, sfiora gli spettatori con una inquietante mano di silicone. Lustrini, paillettes e ali d’angelo diventano macabro contraltare di parole di morte, di richiami all’oscuro, di inviti a lasciarsi assorbire da dimensioni parallele. Una performance che sembra quasi un  rituale di possessione programmato, un esercizio di liberatoria sfrenatezza nutrito dall’assordante musica metal.

My dog is my piano

Tutt’altra atmosfera, invece, per lo spettacolo di Antonia Baehr. La performer tedesca porta in scena, con piacevole leggerezza un curioso lavoro intitolato My dog is my piano. Tre brevi sezioni, annunciate immediatamente dall’artista, in cui si tenta di dimostrare in quale misura la convivenza tra Bettina, sua madre, e Toki, cane di famiglia, si sia trasformata in una simbiosi pressoché completa.  Con un pasticcio linguistico di inglese, tedesco, francese e italiano, e l’ausilio di semplici dispositivi, la Baehr disegna una simpatica e quasi toccante relazione tra i due esponenti di specie diversa.  Alcune registrazioni e un giradischi attraverso cui sovrapporle e manipolarle, rivelano la sintonia tra rumori di differente natura: i punti simmetrici distribuiti dalla macchina da cucire di Bettina si coordinano con il rumore di una zampa con cui Toki si gratta. Il tintinnio del piatto in cui la donna consuma il suo pasto a tavola si alterna al tintinnio della ciotola in cui il cane mangia i suoi croccantini. La vita vissuta insieme ha amalgamato tempi, ritmi e linguaggi. Cane e padrona comunicano in un fantasioso patois di parole, suoni, interiezioni e onomatopee. Una sorta di esperanto che nell’ultima parte la Baehr ricostruisce interpretando, da un leggìo, una originale partitura in cui, per esempio, l’ordine impartito dalla padrona, assis! (seduto) si confonde nell’ansimare del cane che produce un suono simile alla parola pronunciata. Geniale il finale in cui dal suono del latrato del cane si giunge, attraverso un lento variare della sonorità, a un saluto al pubblico in lingua italiana.

Al centro dell’attenzione, comunque, il lavoro di Lenz Rifrazioni, Aeneis in Italia, una personalissima riscrittura dell’Eneide dei due creatori storici del gruppo di Parma: Maria Federica Maestri e Francesco Pititto. Dopo la presentazione dei primi sei capitoli nel 2011, in occasione del Festival Natura Dèi  Teatri 2012, Lenz mette in scena i sei episodi finali, corrispondenti, evidentemente, alla seconda parte del poema virgiliano.

Aeneis In Italia

Una seconda parte che si apre con l’arrivo di Enea sulle rive del Tevere. La decisione del re Latino di dare in sposa sua figlia allo straniero venendo meno all’impegno preso con Turno, l’uccisione del cervo da parte di Ascanio, la guerra che scoppia tra occupante e ribelli vengono ricostruiti in sei episodi in cui tre attori, una donna (Valentina Barbarini) e due uomini (Roberto Riseri e Pierluigi Tedeschi), prestano il proprio corpo alle diverse funzioni di un racconto epico che si intreccia alla memoria legata agli anni di Piombo.  L’occupazione forzata del Lazio da parte dell’eroe virgiliano, la guerra, il sangue, rimbombano di attualità nei cori da stadio, nei saluti politicamente connotati, nei disturbati discorsi radiofonici. E il poema virgiliano diviene traccia attraverso cui riflettere sugli anni ’70, sul più recente pezzo di Storia italiana in cui risuonano gli echi della lotta armata per e contro il potere, in cui fluisce ancora caldo il sangue di giovani che sono morti per un ideale. Un passamontagna che copre il volto del comandante, copricapo neri come moderni elmetti di guerra, giubbe/divise da combattimento, poltrone rovesciate, mani sporche di vernice rossa diventano simboli di un tempo affatto lontano, strumenti iconografici attraverso cui la mitologia e l’epica vengono sottratti a una condizione di perenne lontananza rispetto alla dimensione del reale.

Il nodo tematico sui cui si innestano le singole scene e le meravigliose creazioni visive declinate nei toni del nero e del rosso, infatti, è legato all’idea di potere e di dominazione, di edificazione del nuovo sul sangue del vecchio, sulla guerra che supera chi la combatte, che non genera eroi e non si riconosce mai in un soggetto preciso. È la tragedia profondamente moderna di un male che non mostra mai il suo volto, dei conflitti senza parti in cui non è possibile riconoscere buoni e cattivi, in cui si viene inesorabilmente ingoiati dalle stesse invisibili macchine infernali che si è contribuito a creare.

Accantonati i personaggi cesellati nella loro individualità, indagati nella prima parte del progetto, si procede per ampie pennellate, per quadri imponenti, per grossi contenitori di retorica e di significato: il lavoro sulla dimensione intima si rovescia in una riflessione di respiro epico, ampio, collettivo.

Aeneis in Italia

La scenografia è impostata su più livelli di retinature che celano dietro di sé gli accadimenti e nello stesso tempo, in forza di un simile allontanamento, gettano le immagini direttamente nell’occhio dello spettatore, avvicinando invece di distanziare; nel frattempo, l’impianto musicale-atmosferico riduce ogni possibilità di fuga braccando lo spettatore da ogni lato, gonfiando una capsula invisibile che unisce con forza pubblico e scena. Lenz Rifrazioni disegna una architettura dello spazio e del suono che supera la misura dello spettatore e lo travolge, lo involge e lo ingloba.

In scena, in numerosi momenti, corpi nudi, martoriati, violentati, deprivati dell’identità di fanciullo o di fanciulla.  Non sono altro che carne da macello, destinata a disfarsi, a decomporsi, a diventare cibo per vermi, un tutt’uno con la terra che ne accoglie la putrefazione. Mentre in scena si consuma la battaglia tra combattenti anonimi ridotti a leggeri busti di polistirolo bianco lanciati nella mischia senza neanche indosso una divisa, sulle retinature, le immagini proiettate mostrano anatomie umane mescolate alla terra e ai suoi frutti, come in una livida natura morta di Caravaggio. Dalle bocche vomito, dalle mani rivoli di liquido sanguigno esploso da succosi frutti rossi. Il paesaggio bucolico attraversato da Enea diviene cimitero a cielo aperto di un campo di battaglia abbandonato.

La cancellazione della umana pietà nei confronti del nemico trafitto genera anatomie raffreddate, disumanizzate, corpi senza volto e senza nome, soldati sconosciuti. Nessuna differenza tra uomo e donna. Calva e nuda l’attrice, calvi e nudi i due attori. Persino il mito della Lupa si declina in un vorace pasto di morte.  Da piccole mammelle stremate di una madre minuta e prosciugata si nutrono due figli già uomini, più grandi e forti del corpo materno che li ha partoriti.

È una guerra combattuta senza spade e senza fucili, una violenza resa attraverso una parola esplosa, materica, stuprata, scagliata con forza verso un altrove indefinito da voci graffiate protratte nello sforzo estremo del dire. Una parola poetica, però, che diviene unica impronta digitale, unica tensione verso un riscatto, unico segno distintivo di quella identità così violentemente strappata da una guerra che amalgama in un fiume di sangue indistinto storie e vite.

E proprio la parola poetica che si allunga fisicamente verso lo spettatore, ma, ancora prima, una poesia della scena che rifiuta la simmetria del senso diventano le sole chiavi di un accesso, comunque parziale, all’universo iconografico, alle immagini potenti, al pastiche di suoni, versi, citazioni di un’opera complessa, che si rigenera e genera nuovo significato in ogni scena, diventando sfuggente eppure percepibile nella sua interezza, nel suo nero fluire.

Visti a Natura Dèi Teatri (Parma) l’1 e il 2 Dicembre 2012

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