Pensieri critici, Teatro — 16/11/2017 23:34

Cosa significa stare seduti alla “Scrivania del critico?”. La critica si mette in discussione

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MILANO – Nella giornata di mercoledì 15 novembre, presso lo spazio denominato “Scatola Magica” del Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, si è svolto il Convegno “La scrivania del critico. Metodi a confronto. Come si guarda uno spettacolo? Quali sono gli strumenti del mestiere del critico?”organizzato dal Premio giornalistico di critica teatrale under 36 “Network Lettera 22”, a (in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano) promossa dalla Regione Lombardia e AGIS lombarda). Alla tavola rotonda hanno partecipato critici, giornalisti, studenti e spettatori per una giornata di auto-critica: evento che ha concluso la due giorni di NEXT, il laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo, ideato e promosso da Regione Lombardia, sostenuta da Fondazione Cariplo ed in collaborazione con AGIS lombarda.

Dopo i saluti e l’accoglienza di Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Nicoletta Rizzato, Presidente AGIS lombarda, a fare gli onori di casa è intervenuto Andrea Porcheddu (critico teatrale, glistatigenerali.com) docente di Metodologia della critica all’Università Sapienza di Roma), il quale ha saputo condurre con notevole savoir faire e savoir dire i critici, giornalisti, attori e registi che via via si sono succeduti nel narrare le loro personali esperienze: dietro o davanti la scrivania. Come si guarda uno spettacolo? Quali sono gli strumenti del mestiere del critico teatrale? Giulio Baffi (critico de La Repubblica Napoli) ha spiegato la sua sfrenata passione per l’attore nonché della sua militanza sul campo, con cinque serate trascorse a teatro durante la settimana. Nel suo intervento si è potuto ascoltare come è stato abbastanza arduo il passare dall’epoca del prima anni ’60, attraversare l’esperienza totalizzante del Living Theatre; per giungere fino allo spettacolo che costituì lo spartiacque del teatro italiano del primo Novecento: La Gatta Cenerentola presentato al Festival de i due Mondi di Spoleto nel 1976. Trovare un nuovo linguaggio e giungere a quel sporcarsi le mani che dalla scrivania ha portato il critico a frequentare gli spazi teatrali e non, per poi cercare di incuriosire il pubblico e creare consenso, ma anche creare il nuovo linguaggio dell’informazione. Maria Grazia Gregori (critica teatrale, l’Unità, delteatro.it,) già docente alla Paolo Grassi ed ora alla scuola del Piccolo Teatro ) ha esordito riportando una frase di F. Scott Fitzgerald: “Meglio essere osservato che essere osservatore”, a significare che la veste di critico non è certo comoda, e che sempre necessita porre uno sguardo aperto fatto di curiosità e passione e di saper anche riconoscere i propri errori, da brava partigiana. E tenere sulla famosa scrivania una foto del giovane Marlon Brando può aiutare.

 

Magda Poli (critico teatrale, Il Corriere della Sera) con soddisfazione ha ricordato di essere stata folgorata dall’esuberanza di un aitante Vittorio Gassman nel 1960, il quale sfondò così le pareti del tradizionale teatro all’italiana con la messa in scena dell’Adelchi di Manzoni al Teatro Tenda di Roma. Occorre leggere tanto e di tutto perché il teatro è lo specchio della società. E se da diverso tempo si registra un calo di qualità, ahimè anche nel teatro ne abbiamo la dimostrazione (così come in tutti i settori dell’arte e della cultura). Come rileggere Amleto o Macbeth con nuovi occhi e con originali attrattive? Difficile la parte del critico, ma pur sempre affascinante e totalizzante, iniziata a bottega per due anni tutte le sere sempre a teatro, al fianco di un noto giornalista-critico. Maddalena Giovannelli (ricercatrice di Letteratura Teatrale della Grecia Antica, Università di Milano, fondatrice di Stratagemmi) rifacendosi al Lucien protagonista de Il cenacolo di Balzac (la vita condotta dalle persone normali verso/contro , in contraddizione il cenacolo degli uomini cosiddetti intellettuali) ha insistito sull’essere collegati con ciò che sta realmente accadendo e che all’estero viene molto più sentito. Occorre anche più autorevolezza in un’epoca da dilettanti allo sbaraglio in cui sul web prolificano i critici per caso. Claudia Cannella (critica teatrale, direttore responsabile di Hystrio) dal suo avamposto di osservatrice diretta di uno de i pochi casi di rivista di approfondimento e cultura teatrale, edita su supporto cartaceo, denuncia la difficoltà di svolgere un serio lavoro professionale sotto forma di quasi volontariato per cui occorre inventare sempre nuove strategie di finanziamento. Diffondere cultura per sostenere la cultura (Vengono alla mente i numerosi, interessanti seminari organizzati da Hystrio rivolti agli aspiranti operatori teatrali, inerenti l’organizzazione, le metodologie del fundraising ed a quelle all’universo digitale).

Per Boris Sollazzo (critico cinematografico e giornalista, Radio24-La rosa purpurea, Radio Rock, Rolling Stones, direttore artistico di Ischia Film Festival e di Cerveteri Film Festival) è meglio analizzare e non scannerizzare, aprire e non chiudere; il critico deve essere monaco e partigiano, e deve denunciare la sua visione, senza antipatie. E se possibile, per i giovani che si affacciano a questa professione, affiancarsi ad un Maestro che lo tenga a bottega per poter meglio assorbire con gli occhi dell’esperienza.

Elio De Capitani (attore e regista, Presidente Teatro dell’Elfo) con inesorabile simpatia e sottintesi riporta al saggio Il fiato dello spettatore, in cui la critica teatrale diventa reportage di anni entusiasmanti e drammatici. È lo spettatore, il cui respiro è in grado di variare l’esito e il significato di una performance, l’ago della bilancia sulla quale soppesare qualsiasi giudizio e la ragione di coraggiose stroncature: perché è «da tutte e due le parti del palcoscenico» che «entusiasmo e passione e dignità civile» devono realizzarsi. Ed è su entrambe che gli occhi del critico devono posarsi. Così è se vi pare. Federica Fracassi (attrice, co-direttore artistico Teatro I) sposta la visione dal suo occhio: per chi sta on-stage la recensione funge un pò come certificato di esistenza in vita, anche se stronca, anche se non piace, ma conferisce pur sempre appunto una collocazione. Per contro la costante maggiore difficoltà di far assistere agli spettacoli gli operatori, per non parlare dei critici, provenienti da altre regioni. In questo nostro tempo, in cui la rete digitale è diventata un grande blog, occorre comunque fare una riflessione su ciò che veramente rappresenta lo spettacolo dal vivo in Italia. Vitaliano Trevisan (scrittore e drammaturgo, attore) si è presentato facendo un’auto-critica alla sua carriera (“I miei testi raramente sono stati rappresentati …”) e non si comprende se non vuole o non può rispondere alla domanda che è il tema del pomeriggio. Tiene a sottolineare che non si considera un drammaturgo contemporaneo ma di tradizione e che «se uno spettacolo proprio non gli piace, si alza e se ne va: perché proprio non ce la fa e vada a quel paese il perbenismo».

Diego Vincenti (giornalista e critico teatrale, Hystrio e Il Giorno) ama il dono della sintesi, ovvero concentrare in 2400 battute tutto un mondo, sostiene che è bene crearsi un orizzonte culturale formato dalla qualunque (arte, cinema, viaggi) e saperne attingere il meglio. Invidia un poco i critici web per la questione degli spazi, anche se a volte ravvisa troppo stile, ma poca sostanza. A suo vedere i bravi critici rappresentano una piccola massa che lavora in senso contrario. Sergio Lo Gatto (giornalista, critico teatrale, direttore responsabile teatroecritica.net) rappresenta la nuova generazione di critici che lamenta la mancanza di contatto umano, la redazione come luogo fisico in cui incontrarsi e ragionare circa la linea editoriale, chi e cosa andare a vedere, quali spettacoli, festival ed eventi da seguire. Dieci anni, i suoi, in cui i tentativi di scrivere per testate cartacee si sono realizzati quasi esclusivamente all’estero (ha comunque collaborato con Il Fatto quotidiano e Hystrio). Da qui la necessità di scrivere di teatro utilizzando i mezzi a disposizione, più veloci (Altre velocità, Stratagemmi) e meno onerosi. La conclusione non poteva che essere affidata a Oliviero Ponte di Pino (giornalista e critico teatrale ateatro.it), il quale rifacendosi a La teoria dei nuovi media di Lev Manovich dice che la critica non funziona più come una volta. In un epoca in cui la rete conosce benissimo quali siano le nostre passioni, i nostri desideri e dove il fruitore preferisce rivolgersi a i giudizi degli utenti per scegliere un hotel o un ristorante (facendo ben attenzione ai falsi, sempre in agguato) ecco che il critico deve dotarsi di quel quid in più che condurrà lo spettatore ad incuriosirsi, e veicolarlo attraverso il dialogo con i teatranti e gli stessi spettatori.

L’accoglienza è stata egregia, i biscotti offerti al coffe-break ottimi, mentre si decide di camminare  fino alla stazione senza farci troppo distrarre dalle bellezze offerte dalla tentacolare Milan, sentiamo la soddisfazione di esserci concessi una giornata lontana da i soliti doveri, e di aver percepito durante queste poche ore di confronto che tra esperti illustri della critica ed i più piccoli che come noi siamo stati ad ascoltare, in comune vi è quell’attesa che si crea quando si entra in una sala teatrale, dove l’eccitazione per ciò che ancora non abbiamo visto, ma che ci aspetta, diventa il nostro instancabile motore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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