Teatro, Teatrorecensione — 16/07/2014 18:37

Un festival e il suo vero pubblico, Inequilibrio e i suoi artisti residenti.

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CASTIGLIONCELLO (Livorno) – In una fase di transizione come quella occorsa ad Armunia nel trovarsi a realizzare il Festival Inequilibrio 2014, la sfida venutasi a creare era quella di non deludere chi si attendeva un’edizione   alla pari almeno di quelle firmate in passato da Massimo Paganelli e poi da Andrea Nanni. La decisione di affidare la direzione artistica ad Angela Fumarola e Fabio Masi, da sempre  collaboratori storici dell’Associazione che gestisce il festival, ha trovato un consenso tale da ritenere la scelta come logico e conseguenziale proseguo; al fine di ottenere una continuità di rapporti con il territorio e le istituzioni coinvolte.

A chiusura del bilancio il consuntivo è più che lusinghiero: 2400 spettatori per dieci giorni di programmazione. Per la prima volta il pubblico visto  non era solo quello degli addetti ai lavori (operatori e critici) ma persone provenienti dal territorio: risultato ottenuto grazie anche ai progetti pensati e realizzati con le associazioni e le scuole dei comuni limitrofi. Un festival radicato nella sua terra è l’espressione di un fare cultura per la propria gente innanzitutto. Un riconoscimento al lavoro svolto dalla direzione in grado di gestire una squadra capace di accogliere e far sentire tutti parte integrante di un ideale condiviso.

Una “famiglia” in cui ognuno poteva sentirsi sia ospite che protagonista. Roberto Latini, Roberto Abbiati, Leonardo Capuano, Renata Palminiello, Maurizio Lupinelli, sono tra gli artisti più apprezzati e applauditi, in residenza a Castello Pasquini: un valore aggiunto per far si che un progetto possa diventare stabile, duraturo e maturare nel corso del tempo, dando così un significato di creazione consolidato, con l’auspicio che le produzioni di Armunia/Festival Inequilibrio possano circuitare e farsi conoscere in altri teatri o festival, pur essendo nate appositamente a Castiglioncello con l’apporto di risorse umane locali, come nel caso del site specific presentato in prima assoluta da Roberto Abbiati e Alessandro Nidi:  “Il vecchio e il mare”.

Il vecchio e il mare (crediti di Lucia Baldini)

Il vecchio e il mare (crediti di Lucia Baldini)

Ottantaquattro giorni senza prendere un pesce. Un vecchio pescatore in mare su una barca a vela nella Corrente del Golfo. Si chiama Santiago e non riesce a pescare nulla. Con lui c’è Manolin, un ragazzo che lo considera il suo maestro oltre che amico. I suoi genitori lo affidano ad un altro pescatore più fortunato. Santiago decide di prendere il mare da solo e riesce a far abboccare all’esca un gigantesco marlin lungo mezzo metro in più della sua barca, catturandolo ma i pescecani glielo divoreranno. La sfortuna ancora una volta ha infierito e solo Manolin gli dimostra ancora una volta il suo affetto promettendogli di tornare a pescare insieme. È la storia de Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway (Premio Nobel 1954) dove l’autore affronta il tema del coraggio e la tenacia dell’uomo di fronte alla Natura. C’è chi ha paragonato questo romanzo al Moby Dick, anche se lo scrittore ha sempre respinto ogni vicinanza a simbologie, qualunque fossero.

In Hemingway è presente invece il tema del panismo: la fusione dell’uomo con la natura e la passione per la pesca. Il mare ritorna ancora una volta nella creatività visuale e scenica di Roberto Abbiati che ha realizzato per il Festival di Armunia Inequilibrio un “viaggio” poetico composto da suggestioni visive e uditive. Lo ha composto come esito di un laboratorio di costruzione teatrale. In scena dieci bambini Manolin, due bambine e tre adulti tra un vecchio nel ruolo di Santiago il vecchio pescatore. Dietro un sipario fatto di tele rattoppate e cucite insieme escono i piccoli protagonisti seguiti dagli adulti mentre Abbiati suona la chitarra come un cantastorie, qual’è poi questo artista della scena, capace come pochi di inventare dal nulla spettacoli di una poeticità senza paragoni. Un narratore di sogni trasformati in storie reali, avventure dove ci si può immergere senza timore di non ritornare a galla. Trasforma le parole scritte in disegni materici che riempono lo spazio in cui mescola sapientemente tinte tenue e soffuse all’apparenza impalpabili.

Abbiati conosce il suo lavoro come lo conosce uno scultore capace di plasmare il marmo o il metallo, rendendolo duttile e malleabile. La sua ricerca nasce dal desiderio di rendere visibili e tangibili i desideri infantili. Lo stupore, la meraviglia, la sorpresa. La perfezione che lo contraddistingue non è altro che il risultato di una ricerca di senso , di un pensiero profondo, di un rispetto per la materia letteraria da cui trarre ispirazione. Dal suo Moby Dick di Livingstone fino ad Hemingway. In una successione di stanze disposte come pagine illustrate a colori compaiono e scompaiono i piccoli interpreti, raccontano la storia del pescatore e del pesce, si animano per dare vita alla narrazione, producono suoni e vibrazioni con la bocca. Il tintinnio sul vetro di 440 bottiglie di birra (contate una per una dal critico del Corriere della Sera Franco Cordelli) , o il rombo fragoroso del mare in tempesta creato dalle bacchette di legno che percuotono dei bidoni di ferro.

Lo sciabordio delle onde sono le mani che si immergono in bacinelle di acqua. La collaborazione del compositore Alessandro Nidi si avvale di una partitura musicale creata appositamente per essere eseguita con strumenti improvvisati. Nelle stanze sbucano ovunque carcasse di pesci, sdraiati a terra o appesi sul soffitto. La mano dell’artista Abbiati è minimalista, quasi timorosa com’è poi l’uomo timido e riservato anche nella sua vita. Non è una ricostruzione semplicistica del romanzo ricavata da una drammaturgia scritta, bensì un collage di piccoli segni, di frammenti, di emozioni scaturite dalla lettura del romanzo. L’aspetto narrativo c’è ma nella sua dimensione oggettiva e rappresentativa che permette la spontaneità dei piccoli e degli uomini adulti agire con semplicità. Cantori di un’avventura marina a cui il pubblico assiste sentendosi coinvolto. Testimone di un processo creativo, attraversa fisicamente la scena e diventa parte integrante. Il merlin è il trofeo ambito, l’equivalente di una vittoria. La sfida tra l’uomo e la Natura, un duello cavalleresco.

Abbiati non cerca mai il facile consenso da ottenere con un teatro che stupisca con “effetti speciali”, dando risalto alla fantasia e alla possibilità di sognare ad occhi aperti. Il teatro per questo artista è un’esperienza attiva di condivisione libera dove trarre ognuno per sé una riflessone. Il bambino che al termine della rappresentazione recita la frase: “84 giorni senza pescare un pesce” facendo cadere un piattino che non si frantuma sul pavimento del Castello Pasquini. Senza scomporsi lo raccoglie e ripete la battuta. La seconda caduta ottiene l’effetto di rottura e Abbiati invia un segno di approvazione al suo piccolo attore. “Non abbiamo fatto dei provini per scegliere i protagonisti – ci dice Abbiati – ma sono stati presi tutti quelli che si sono presentati”. Forse torniamo ad essere tutti bambini sembra dirci Roberto, per sentirsi uguali l’uno all’altro.

Massimiliano Poli Tranche de vie (crediti di Lucia Baldini)

Massimiliano Poli Tranche de vie (crediti di Lucia Baldini)

La sua stanza è oscura come lo è la sua mente. Siede nel buio. È un uomo che non si sente uguale agli altri. La sua condizione solitaria e deprivata lo porta ad isolarsi dal resto del mondo. Pensieri, parole, gesti, sussurri, esclamazioni, sono il residuo di una vita che non appare degna di essere vissuta. Max è prigioniero e succube di un stato esistenziale soccombente dove le forze oscure e tenebrose parrebbero predominare. Liberamente tratto da Opinioni di un clown di Heinrich Böll, “Tranche de vie” (il termine tranche de vie indica un genere narrativo in cui vengono raccontate le storie di vita quotidiana, senza la presenza di elementi irreali o di fantasia) è un monologo interpretato da Massimiliano Poli che si lascia andare alla commiserazione su se stesso. Dimesso l’uomo è destinato a soccombere e il suo soliloquio è memore di un sentimento di malinconia che lo pervade. Le sue riflessioni sono definite “residui bellici” e la sua vita implode e fallisce nel momento stesso in cui aspira ad un riscatto che non avverrà mai. Maschera tragica di se stesso. L’attore da all’interpretazione una prova convincente mantenendo una tensione drammaturgica fino al finale quando dal nulla appare una donna che attraversa la scena per uscirne subito. Anche dall’esistenza dell’uomo.

Lev Sergeevič Theremin inventore sovietico, divenuto famoso per la creazione dell’omonimo theremin, uno dei primi strumenti musicali elettronici, da il nome di un bando per un concorso vinto dal progetto Good Vibrations del gruppo di ricerca coreografica CANI, nato dall’incontro di Ramona Caia, Giulia Mureddu e Jacopo Jenna. Un concerto coreografato per musica e movimento si potrebbe definire. Perché intestare un concorso a questo musicista e fisico allora? Un ricercatore che sollecitava la riflessione sia sulla pratica scientifica come pratica sperimentale, sia sulla congiunzione fra pratica scientifica e artistica:“Capace di fondere insieme la creazione musicale e il rapporto con il corpo dell’esecutore – musicista: il corpo che danza è strumento musicale. Corpo in movimento, aria in vibrazione e suono associano la sperimentazione di Theremin alla sperimentazione coreutica”.

Good Vibrations_CANI

Good Vibrations_CANI

Due protagonisti: Jacopo Jenna e il musicista Francesco Casciaro. Suoni e movimenti associati come due forme di linguaggio e comunicazione artistica. Due azioni sonora e gestuale con un unico fine: quello di dare forma ad un disegno coreografico in perenne mutazione e ricerca estetica. Ricerca che si avvale di una strumentazione capace di catturare i suoni prodotti dal danzatore eclettico e ginnico, per essere elaborati dal vivo dal musicista. Interessante come esperimento più basato sulla ricerca di sensazioni strumentali al servizio dell’uomo -corpo in movimento, dove i due artisti dimostrano di possedere padronanza reciproca degli strumenti a loro disposizione.

Esperimento multilinguistico dove il corpo del performer si trasforma per assumere un ruolo di mediatore tra espressione corporea e suono. Suono che viene ripetuto in modalità seriale, ritmato a tratti sembra sincopato. L’uso della tecnologia è al servizio dell’uomo creando anche una sorta di piacere ludico divertente. La performance avviene per fusione tra segno/movimento e suono nel solco di una tradizione che appartiene al gruppo pratese dei Kinkaleri di cui CANI (gruppo di ricerca coreografica) è compagnia residente. Nell’economia della rappresentazione la durata complessiva risulta leggermente eccessiva. Un tempo inferiore di una decina di minuti permetterebbe di mantenere la tensione e l’attenzione catturata fin dall’inizio per intensità e originalità.

Hamlet Punta Corsara foto di Angela Maggio

Hamlet Punta Corsara
foto di Angela Maggio

L’incursione dei Punta Corsara è sempre una folata di energia e di buon umore. Di casa ormai a Castello Pasquini, la compagnia pluripremiata e celebrata ovunque si esibisca, si è cimentata in una versione molto folcloristica di Amleto, prendendo spunti da Hamlet Travestie (da cui prende anche il titolo),  una riscrittura burlesque settecentesca di John Pole, da Don Fausto di Antonio Petito, l’idea è quella di ambientare il dramma in una casa napoletana dove il menage famigliare è condizionato dalla presenza/assenza del dissociato Amleto, tormentato da suoi pensieri esistenziali. Un povero uomo che subisce e non reagisce.

I Punta Corsara esaltano la farsa come elemento di denuncia sociale caricaturando tutti i personaggi che ruotano intorno ad Amleto.  Rispetto a PetitoBlok , Hamlet Travestie risulta una creazione scenica meno originale e creativa, realizzata nel solco di un teatro comico espressione di una tradizione partenopea. I ruoli richiesti richiedono doti da caratteristi a cui la regia chiede di esaltare movenze, gestualità, recitazione. La padronanza della scena e dei tempi teatrali è ormai una dote assodata del gruppo che dimostra di possedere e permette loro di avere un ritmo che non conosce mai cedimenti.

La vicenda skakesperiana diventa pretesto per creare una sorta di burla tragicomica che piace e diverte ma pare tutto troppo collaudato. Un meccanismo ben costruito come un ingegno ad orologeria a cui manca un guizzo in più, una svolta artistica, che dia la possibilità ai bravi e simpatici attori , diretti da Emanuele Valenti (anche autore insieme a Gianni Vastarella della scrittura) di affrontare nuove sfide. Il coraggio ai Punta Corsara non manca.

 Visti al Festival Inequlibrio/Armunia di Castiglioncello dal 4 al 6 luglio 2014

 

 

 

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