RUMOR(S)CENA – BOLOGNA – Nel buio sospeso dell’orchestra, un respiro antico attraversa la sala. È un ritorno, dopo cinquantasette anni, di Oedipus Rex. Prima che Stravinskij irrompa con la sua ferocia rituale, è Ildebrando Pizzetti ad aprire la soglia: i Tre preludi sinfonici per l’Edipo re di Sofocle si dispiegano come un’invocazione arcaica, un preludio di pietra e vento, una fenditura nella materia del tempo. È un preludio di pietra e respiro: la tragedia si annuncia prima ancora di essere detta. I preludi, con la loro tessitura tonale ampia, si fanno tempio, eco, premonizione della tragedia. La direttrice Oksana Lyniv li attraversa con un gesto scultoreo, creando un suono stratificato. La sua direzione plasma l’orchestra come una materia viva, scava e fende il suono. Ma con Stravinskij, l’atmosfera muta, la musica diventa forma pura. Oedipus Rex non è racconto, è incisione: ogni suono scolpisce la scena.

Il mondo di Ildebrando Pizzetti si è dissolto nel gelo sacro di Stravinskij. Oedipus Rex è un altare. Il latino, lingua spoglia, scolpisce la parola e ogni sillaba diventa segno, incisione rituale. Gabiele Lavia, nella sua regia, non cerca di addolcire l’astrazione, la attraversa, la amplifica, la lascia risuonare nel vuoto come un monolite. Regista e narratore, apre la tragedia con un atto di spoliazione. In un’intervista ha parlato del suo “Edipo nudo”, e quella nudità, più che scenica, è un ritorno all’essenza dell’essere. La sua lettura della tragedia non rappresenta, ma rivela, non illustra Sofocle, lo interroga. La sua scelta è di togliere, scarnificare, affilare e ciò che resta è una verità sospesa, tagliente, metafisica. Lavora per sottrazione e per risonanza.

Il Narratore di Gabriele Lavia è la soglia viva tra la tragedia e lo spettatore. La sua voce, scavata e ferma, si fa traduzione del mito nell’umano. Con tono grave, levigato, controllato restituisce la distanza necessaria perché il dolore diventi forma. È lui a costruire il ritmo del rito, il respiro dell’opera; attorno a lui, i personaggi si muovono come ombre chiamate dal passato. Una lucidità ieratica tiene lontana la commozione, una presenza che non spiega, ma invoca: fa vibrare il testo latino come parola oracolare, destinata a essere sentita più che capita.

La scena di Alessandro Camera è un vuoto rituale, un’architettura dell’assenza, uno spazio mentale, una distesa rarefatta, costruita sull’assenza: pochi elementi, spigolosi, metallici, un deserto mentale dove la luce di Daniele Naldi diventa essa stessa linguaggio drammaturgico. Tagli di bianco e d’ombra incidono i corpi, li isolano, li rendono icone. Ogni figura si staglia come un pensiero che prende forma, una statua che parla, un dolore che si scolpisce nel silenzio. I severi costumi di Andrea Viotti oscillano tra toghe astratte, panneggi rigidi, colori di terra e ossidazione, come se la tragedia fosse un reperto archeologico riportato alla luce in un futuro senza tempo.
Nel ruolo di Edipo Gianluca Terranova non è solo eroe tragico ma figura in lucida discesa, in equilibrio tra forma e frattura. La voce chiara, di una purezza quasi marmorea, lucida e levigata, diventa progressivamente più scura, come se la verità stessa la corrodesse dall’interno. La sua dizione è precisa, il fraseggio controllato, ma nel controllo si percepisce la frattura: l’eroe che parla già da cieco, che canta nella propria cecità anticipata. Atala Schöck (Giocasta) vibra di una maternità tesa, tagliente, quasi cerebrale. La sua presenza scenica è magnetica, la voce avvolge e respinge, come una carezza che trattiene un presagio. Il loro duetto ( tensione di luce e ombra ) è il cuore pulsante dell’intero oratorio. Il suo canto morbido ma carico di una densità tragica si materializza, e poi silenzio.

Attorno a loro, le figure di Creonte e il Messaggero (Anton Keremidtchiev) e di Tiresia (Sorin Coliban) si stagliano come ombre oracolari, proiezioni del destino. Le voci maschili diventano masse sonore che si scontrano e si dissolvono, amplificate dal coro Coro del Teatro Comunale, vera architettura acustica di questo rito. Sotto la guida di Gea Garatti Ansini, il Coro del Teatro Comunale di Bologna emerge come un corpo collettivo, un organismo mitico che respira e risponde, non commenta ma incide. Le voci, fuse in una sola sostanza, costruiscono il tempo e lo sospendono, e la narrazione si sublima in catarsi sonora.

Oksana Lyniv dirige con lucidità chirurgica, ma la sua precisione non è fredda, è febbrile, magnetica, pulsante di vita interiore. La sua lettura di Stravinskij è ritmica e plastica, quasi architettonica. Il ritmo si dilata, si contrae, si interrompe come un respiro cosmico. Il suono è luce, la pausa è abisso, ogni dinamica è una fenditura. La sua bacchetta scava e fa emergere la struttura sepolta del mito, l’ossatura di un dolore che si fa astrazione matematica. L’intero impianto spettacolare lavora sull’idea del rito spogliato, del sacro restituito alla forma pura. È un esperimento di verità teatrale, dove la nudità non è mancanza ma rivelazione. La scena nuda è piena, satura di senso; la luce è parola; il silenzio è pensiero. Gabriele Lavia, attraverso una regia del silenzio e del gesto, costruisce una liturgia della conoscenza e del dolore, dove Edipo non è più figura mitica ma specchio dell’uomo contemporaneo, nudo davanti al proprio destino. Non c’è pathos, c’è epifania. Non c’è lacrima, ma una pietà assoluta che abita la luce e il suono. Alla fine, quando Edipo resta solo, cieco e lucido, la scena si svuota in un bianco crudele: è la verità stessa, nuda, che rimane.

Lo spettacolo si chiude come un battito che si spegne, come una forma che si consuma. E resta la sensazione di aver assistito alla trasmutazione del mito ridotto, alla sua essenza luminosa. Un teatro che torna rito, e un rito che torna pensiero. Un Oedipus Rex che non consola, ma scolpisce la verità e lascia, infine, soli ma lucidi.
Visto il 12/10/2025 al Teatro Comunale Noveau di Bologna




