“Il Ballo. La voce delle alterità mute” di Antonio Viganò al Teatro Stabile di Bolzano.

Share

BOLZANO – Va in scena in prima nazionale giovedì 16 e venerdì 17 alle ore 20.30 al Teatro Comunale (Studio) lo spettacolo “Il ballo. La voce delle alterità”.  Inserito nella rassegna “Altri Percorsi” del Teatro Stabile di Bolzano. La regia è di Antonio Viganò, coreografia di  Julie Anne Stanzak, la scena è di Antonio Panzuto, luci e costumi di Michelangelo Campanale. Con Michele Fiocchi, Vasco Mirandola, Evi Unterthiner, Michael Untertrifaller, Rodrigo Scaggiante, Marika Johannes, Daniele Bonino, Matteo Celiento, Mirenia Lonardi, Rocco Ventura, Jeson DeMajo. La produzione è dell’Accademia Arte della Diversità – Teatro La Ribalta diretta da Antonio Viganò con la collaborazione dell’Associazione Lebenshilfe – Bolzano – Residenze artistiche “Olinda “ – Festival “Da vicino nessuno è normale” di Milano.

 

 

Il ballo foto di Luca Del Pia

Il regista spiega che “Il ballo è uno spettacolo di teatro – danza nel quale i personaggi, prigionieri in una stanza – metafora del mondo, cercano di dare un senso alla propria vita, alla “pantomima” di alcune vite desertiche e vuote. Prigionieri delle proprie abitudini e convenzioni sociali, di uno spazio fisico e mentale, i personaggi lottano per non soccombere alle regole e alle logiche a loro imposte. Prigionieri non solo di quello spazio fisico, ma anche dello sguardo che gli ‘altri’ gli rimandano, i protagonisti cercano una via di fuga, un modo per ritrovare una propria sog-gettività, una propria storia, intima ed esclusiva. La loro lotta è un elogio alla vulnerabilità umana, un canto alla possibilità di esistere e farsi bellezza e stupore.  I racconti, le opere e le suggestioni di grandi autori del Novecento come Luigi Pirandello, Jean-Paul Sartre e Bruno Schulz sono stati la fonte di ispirazione drammaturgica di questo nuovo spettacolo”.

 

Il ballo foto di Luca Del Pia

 

Definito un “manifesto poetico”. Perché?

“Il ballo è il manifesto poetico della Compagnia Accademia Arte della Diversità, da sempre attenta alla scrittura e alle forme del contemporaneo e alla scoperta della “diversità” come luogo privilegiato dove riscattare e dare voce alle alterità mute.Un manifesto poetico perché dopo sette anni che lavoriamo e produciamo a teatro, questo è il primo nostro spettacolo dove vanno in scena tutti gli attori della Compagnia. Sono tredici infatti i protagonisti misti tra svantaggiati e quelli che io definisco ‘svantaggiati’. Un progetto che indaga sul senso di questa sua appartenenza al teatro con una nuova creazione che coinvolge sulla scena, per la prima volta, tutti gli attori e le attrici dell’Accademia e i tanti artisti esterni, come la danzatrice Julie Anne Stanzak, che da anni accompagnano questa unica esperienza artistica.

Una scena che rappresenta un muro non solo come costruzione materiale…

“Ci sono grandi muri in questo spettacolo, muri senza finestre, che sono stati costruiti senza che nessuno se ne accorgesse; mai un rumore, mai una voce di muratore. Eppure alla fine, senza farci caso, tutti siamo imprigionati tra quei muri, fuori dal mondo.  E non ci sono finestre, o perlomeno non riusciamo a trovarle. Ma forse è meglio così, forse è meglio evitare altri tormenti. Se poi una finestra si aprisse chissà quante cose nuove ci rivelerebbe.”

Il ballo Luca Del Pia

 

Luigi Pirandello, Jean-Paul Sartre e Bruno Schulzs, sono gli autori drammaturghi che lei cita come fonte di ispirazione per il Ballo. 

“Sartre in particolare con la sua opera teatrale ‘ A porte chiuse’ conosciuta anche per la sua celebre frase: ‘ L’inferno sono gli altri’. Parla di tre persone chiuse dentro una stanza dell’inferno , chiusi per l’eternità e costretti ad accusarsi a vicenda per i loro peccati commessi in vita. Il confronto con l’altro è la condizione d’obbligo in cui si ritrovano a dividere. Io ho voluto ispirarmi a quella stanza senza finestre in cui i personaggi de Il ballo devono fare di tutto per non soccombere. Una vita che non da speranza. Come in Pirandello in cui si evince la stessa cosa: l’uomo diventa prigioniero di se stesso.”

 

“Personaggi” regia di Antonio Viganò

 

Antonio Viganò la sua carriera artistica è ispirata da un progetto di inclusione. Ce ne parla?

“Nel 1993 , con la creazione dello spettacolo “ Fratelli” , tratto dall’omonimo romanzo di Carmelo Samonà, ci si è aperto un mondo, allora per noi sconosciuto , quello della malattia psichica, e dell’handicap mentale. “ Fratelli” è un capolavoro letterario assoluto. Due fratelli, vivono in un grande appartamento nel centro della città, soli. Uno dei due è malato e l’altro dedica la sua vita alla ricerca di una relazione. Questo allestimento ci ha permesso, nel 1994, di incontrare la Compagnie de L’Oiseau Mouche , la prima compagnia teatrale professionale in Europa costituita da attori e attrici in situazione di disagio psichico. Con loro è nata una collaborazione durata 10 anni nei quali sono nati spettacoli memorabili quali “ Excuse – le” e “ Personaggi” che ci ha permesso di intraprendere una lunga tournée nei teatri in Italia e in tutta Europa. Questa Compagnia, apparsa per la prima volta in Italia nel nostro Festival Campsiragoteatro ha modificato il paradigma con il quale il mondo culturale leggeva le attività nel campo del teatro e della danza con persone affette da handicap : grazie agli Oiseau Mouche veniva a loro riconosciuta la possibilità di essere soggetti artistici a pieno titolo , attori e danzatori professionali, padroni dell’arte del teatro che restituiva a loro dignità, professionalità e mistero.

 

Antonio Viganò

Dopo 20 anni di attività, anche in Italia, e qui a  Bolzano, è nata una compagnia professionale di attori e attrici in situazione di “handicap”.
“Vogliamo essere una Compagnia di teatro a tutti gli effetti e ci assumiamo l’onere di essere attori sociali, garantendo di farlo con professionalità. Tutti gli attori che lavorano con noi sono iscritti Enpals, come ogni artista professionista che lavora regolarmente in teatro. Se salgono sul palcoscenico lo fanno anche per dimostrare di essere attori e di possedere delle loro abilità artistiche. Sono già per sé ‘sociali’ , portatori di un dramma e per questo non sono come gli altri che fanno questa professione. Hanno tutti una loro storia, una loro condizione di svantaggio sociale. Il nostro lavoro è quello che non rimanga tale ma si trasformi in una comunicazione più efficace. La nostra battaglia quotidiana è quella di modificare gli sguardi sull’ alterità, la disabilità : riuscire a rendere forte e imprescindibile la loro capacità di comunicazione attraverso il linguaggio del teatro e far dimenticare , almeno per incerto tempo, la loro condizione sociale, a riscattarla . Oggi , ed è molto di moda, c’è un teatro dove avviene, al contrario di quanto noi cerchiamo di praticare, la consacrazione della disabilità. Vale a dire che è sufficiente la loro presenza, senza una necessità, un testo da raccontare, una narrazione anche solo corporea, per giustificare la loro presenza in scena. Basta che siano lì e si divertano e il pubblico, noi tutti , con con – passione e commozione siamo felici e rassicurati che anche a loro abbiamo concesso una possibilità. Estremamente reazionario diventa conservatore, rimanda a qualcosa di scuro, li si conferma la diversità , esponendoli ad uno sguardo disordinato (“sporco”) non “elegante”, alla casualità spacciata per libertà. Ci vuole la massima consapevolezza: essere attori vuol dire essere consapevoli del proprio gesto, di cosa viene restituito al pubblico. Qualsiasi loro gesto risuona al pubblico in modo diverso. Questo non vuole dire che devono diventare attori normali, ammaestrarli per normalizzarli a tutti i costi. A volte sono contenuto e contenitore di questa rappresentazione sociale ma il processo li deve però trasfigurare. Io non voglio rendere tutti uguali, al contrario tutti diversi, cioè moltiplicarli nelle loro diversità. Non si deve andare a cercare l’handicap come diversità, noi andiamo a cercare la vita. Come se adesso nel teatro interessi lo svelamento.”

 

Lei parla di teatro d’arte e di cultura ma c’è anche una valenza sociale importante 
“Negli ultimi anni, ha incontrato , o meglio, ha dato voce , a quella area del sociale che chiamiamo l’area ‘ degli esclusi’, o più semplicemente ho cercato di dar voce a chi non ha le parole, a chi non è ascoltato, a delle assenze. In teatro c’è una storia recente, che ha però radici lontane, che vede gruppi teatrali, registi, drammaturghi e attori che si confrontano con quelle che definiamo arie del disagio; carcerati, portatori di handicap, tossicodipendenti, nomadi, anziani o adolescenti.In questo processo nasce una nuova figura di attore, un ‘attore sociale’ che utilizza l’arte del teatro per darsi una voce, raccontare il proprio dramma, che vede in questa “arte” (perché di arte dobbiamo parlare e non di buoni sentimenti) la possibilità di ricostruirsi una sua identità, di rivendicarla, di comunicazione sociale dalla quale è stato escluso Nasce un “teatro degli esseri” che si differenzia dal ‘teatro della rappresentazione‘ perché il contenuto della loro opera sono loro stessi,sono contenuto e contenitore, con il dramma sociale di cui sono portatori .Questi artisti ‘diversi’ non intervengono solo a ‘mettere in forma’ la comunicazione, ma costituiscono natura della comunicazione stessa, sostanziandone possibilità e verità. Non c’è contenuto e contenitore perché il più delle volte, l’organicità delle loro presenze, che siano attori handicappati, detenuti o altro, è tale che fonde corpo e mente,intenzione e azione, risorse tecniche e contenuti personali. Lottano contro tutte le esclusioni , non solo per le proprie, perché sono capaci di portarci un altro sguardo, un’altra visione del mondo e ci insegnano che ci sono modi di vivere e di percepire la realtà diversi, altri Allora il teatro si avvicina a questo mondo non con intenti terapeutici , pedagogici, ma per coglierne il mistero che appartiene all’inesplicabilità dell’arte mentre la terapia è costretta a fermarsi su questa soglia.

Il teatro, in questo incontro, cerca di rinnovare il proprio senso operando sempre più spesso nelle maglie e nelle fratture di una pratica di routine, che sembra sempre di più ingessata .Ma anche qui è necessario un distinguo; non c’è del buon teatro solo perché gli interpreti sono degli ‘esclusi’, con il ‘buonismo’ non si fanno buoni spettacoli, ma è un buon teatro quando diventa autenticità artistica, poesia, emozione,e noi spettatori siamo completamente presi dal loro racconto, dalla loro trasfigurazione, che non ci interessa più la loro ‘condizione sociale’ ma il racconto , la comunicazione, di cui sono portatori Per questo il teatro, a differenza di altre pratiche terapeutiche o didattiche, lavora per moltiplicare le differenze. Lavora non per renderci tutti uguali, ma per esaltare tutte le differenze, tutte le diversità. Il teatro come il luogo dove ‘si rende visibile l’invisibile’ , come ‘luogo della visione’ nella globalità delle sue eccezioni: ‘visione’ di ciò che si vede, ma anche profezia (quello che potrebbe essere) e memoria ( personale e collettiva). Il teatro ha la sua ragione se è capace di “rivelare” l’oscuro, il rimosso, o semplicemente svela quello che già è sotto i tuoi occhi ma che, comunemente, non si vede. Peter Brook scrive sul teatro : ‘ Ci dà la distanza da quello che normalmente ci sta intorno e abolisce la distanza tra noi e ciò che di solito è lontano’-“

Video trailer IL BALLO  – ACCADEMIA ARTE DELLA DIVERSITA’ – TEATRO LA RIBALTA

 

 

Crediti Il BALLO

http://www.teatrolaribalta.it/it/spettacoli/il-ballo-der-tanz/

 

Spettacoli Compagnia Teatro La Ribalta

http://www.teatrolaribalta.it/it/spettacoli/

 

Letture consigliate

CATARSI. Storie ed esperienze di un teatro-che-cura

Share
Tags: