Teatro, Teatrorecensione — 15/02/2014 20:27

“Le sorelle Macaluso” di Emma Dante: la vita, la morte e la via di mezzo

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Foto di Alfredo Anceschi

C’era una volta un Sud in cui i morti non morivano mai.
Non venivano espulsi dalla vita quotidiana, non si ritiravano pacificamente nel ricordo.
Restavano sempre sulla soglia tra al di là e al di qua, a vegliare sui vivi o ad ammonirli. Messi lì, in fila, incorniciati sui comodini delle camere da letto dei nostri nonni, ordinati secondo criteri rigorosi, di parentela, di amicizia, di inimicizia. Il bisnonno con la bisnonna, il figlio morto giovane accanto ai genitori e così via.

E’ in quel Sud ancestrale, a guardar bene niente affatto lontano, che Emma Dante affonda le mani; per strappare alla vita il teatro. Per rubare a quell’amalgama organico di religione e superstizione, di povertà e fierezza della cultura arcaica, un linguaggio capace di restituire la vita alla scena, anche, e a maggior ragione, al teatro di rappresentazione, che non esclude i personaggi e non disprezza l’ordine del simbolico.

Con Le sorelle Macaluso”, nuovo e già applauditissimo lavoro, in scena nell’unica tappa regionale, per ora, all’Ariosto di Reggio Emilia,  la regista siciliana indaga proprio quella soglia che unisce il mondo dei vivi a quello dei morti introducendo lo spettatore in un rito funebre; quello di una delle sorelle Macaluso, appunto, Maria, all’inizio dello spettacolo danzatrice claudicante letteralmente rigettata da un gruppo che avanza ora come fiero plotone, ora in processione, ingoiato ripetutamente dal nero delle luci.

 

(foto di Alfredo Anceschi)

Ed è  come spiare dal buco della serratura quel funerale, come vivere il rito dall’interno senza esservi autorizzati per diritto di parentela. Lo spettatore non è una delle sorelle Macaluso, eppure ha accesso al sottotesto, al loro idioma di famiglia. Perché se è certamente vero che ciascuno conserva dentro di sé tracce originali e irriproducibili di una persona scomparsa, è altrettanto vero che ogni famiglia ha un proprio codice di ricordi, un lessico condiviso – ma non concordato – che dice una particolare biografia, in qualche modo normalizzandola, ripulendola dalle contraddizioni della vita per piegarla (del tutto involontariamente) alle esigenze della narrabilità e della ricordabilità dello scomparso. Un lessico comune forte che guadagna alla propria causa anche l’immaginario, e in particolare la memoria visiva, legato a una certa persona defunta.
I morti, nella memoria collettiva di una comunità, che si tratti di una famiglia, o di un gruppo di fan di una rockstar, sono legati a uno o ad alcuni stereotipi – nell’accezione neutra del termine – : una immagine precisa, un carattere dominante, un momento di particolare grazia o disgrazia, un odore.

Foto di Alfredo Anceschi

Ecco quindi che la sorellina annegata durante i giochi al mare è costretta a reiterare durante tutto lo spettacolo il momento della sua morte (attraverso il concreto gesto del tapparsi il naso e dell’annaspamento): annega, si annega, viene annegata dalla sorellachemangiatroppo accusata della sciagura, poi dal padre che non era lì a vegliare su di lei, infine dalla sorella grande che ha la delega della responsabilità in assenza dei genitori. Di questa bambina allo spettatore non è dato sapere nulla più di quello che suggerisce l’immagine che monopolizza ossessivamente lo stesso ricordo delle sorelle:  che è morta affogata. Allo stesso modo il figlio di una di loro, tifosissimo di Maradona, continua a morire di infarto mentre gioca a pallone con indosso la maglia azzurra della squadra del cuore, e il padre, seduttore eternamente giovane, si unisce in un amplesso senza fine con sua moglie, la madre-angelo.

Dopo una velocissima battaglia da Pupi siciliani in carne e ossa con scudi (più simili a miniature di lapidi) e spade, a turno, il gruppo delle sorelle diviene corpo della memoria collettiva, fa da coro alle singole epifanie di morti e di aneddoti che si impongono al ricordo, avanzando, proprio concretamente, nello spazio, in un andirivieni continuo di vivi e di morti non dichiarati.

Foto di Carmine Maringola

La giornata al mare, i colorati prendisole, i giochi di bambine, il dialetto siciliano strettissimo; tranne quello della più grassa, quella diversa, che parla pugliese. Diversa ma uguale, in fondo; le sue parole hanno la stessa  densità di significato, il suo dialetto pugliese è equivalente a quello siciliano: tridimensionale, terrigno, capace di dire le cose meglio dell’italiano pulito, più schiettamente, per via di suono, senza significanti di mezzo.

Le piccole ripicche tra sorelle, il melone dimenticato alla fermata dell’autobus, la sabbia che scotta, il sollievo dei piedi nell’acqua, la gara a chi resiste di più sott’acqua, la morte per annegamento di una di loro. Una sciagura annunciata – malgrado i colori e le urla e i giochi – dalla musica, che anticipa aggressiva, ci suggerisce lo stato d’animo, ci impone commozione e cordoglio mentre la scena ancora esplode di vitalità. L’intreccio tra vita e morte, inevitabilmente insolubile, si appiana tuttavia drammaturgicamente. Emma Dante rivela i piani per via squisitamente scenica. Confermiamo a noi stessi che si tratta di un funerale, quando lo spazio ce lo chiarisce: il proscenio si popola progressivamente di vivi quasi inerti, vestiti di nero; sullo sfondo si agitano i morti, vestiti con abiti colorati.
Prima ancora che la stessa sorella appena morta ce lo riveli definitivamente: “ Allora stu funerale è ‘o mio!”

In un bellissimo finale, Maria si spoglia delle vesti a lutto, per indossare un tutù da ballerina ed entrare definitivamente nell’al di là, dove i morti sono più vivi dei vivi. Adesso può riprendere con più convinzione quei passi di danza che aveva accennato incerta all’inizio dello spettacolo, quando ancora non sapeva se fosse di qua o di là. Costretta tutta la vita a sacrificare le proprie ambizioni per mantenere la famiglia, realizza il suo sogno da morta, la primogenita Macaluso. E nel ricordo-in-comune delle sorelle diventa Maria, la sorellachevolevafarelaballerina.

Visto al Teatro Ariosto di Reggio Emilia l’11 febbraio 2014

Testo e regia: Emma Dante
Con: Serena Barone, Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Italia Carroccio, Davide Celona, Marcella Colaianni, Alessandra Fazzino, Daniela Macaluso, Leonarda Saffi, Stephanie Taillandier


Palermo, Teatro Biondo 25 febbraio – 2 marzo 2014;
Torino, Fonderie Teatrali Limone 29 aprile– 4 maggio 2014;
Milano, Piccolo Teatro Grassi 6-18 maggio 2014;
Romania, Sibiu International Theatre Festival 11-12 giugno 2014

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