stagione teatrale, Teatro — 14/12/2013 12:07

La stagione del Manzoni di Calenzano dove il teatro è fuori dalle solite rotte

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CALENZANO – Parole, parole, parole. Mai fini a se stesse, mai vuote, mai senza sostanza. La parola, prima scritta e poi detta, è la protagonista da sempre delle stagioni del Teatro Manzoni di Calenzano dove Stefano Massini coordina la programmazione insieme a Cristina Ghelli e dirige la Scuola Nazionale di Drammaturgia. Massini celebrato e osannato all’estero nei maggiori teatri e stabili e qui in Italia, forse, riceverà il suo primo Ubu dopo oltre dieci anni di testi e regie. C’è qualche falla nel sistema, evidentemente. Se non fai parte del giro giusto, se non sei nella congrega, nella combriccola, nei piccoli giochi di spartizione è più facile essere tradotto in tutta Europa che emergere tra Milano e Roma. In una qualsiasi capitale europea, da Parigi a Londra, da Madrid a Berlino, Massini sarebbe direttore di un grande Stabile.

Se per qualcuno ancora il teatro è attori e parola, Calenzano è il posto giusto.  Dove ila stagione teatrale si fa “Fuori dalle solite rotte”. Si sguazza nei temi sociali, pinne, maschera e boccaglio in quelli civili: “In fondo agli occhi” (7 dicembre) ospita il parallelo tra la cecità del protagonista, Gianfranco Berardi, e la nostra Italia che non riesce a vedersi, trovarsi, toccarsi, persa e perduta, “African requiem” (11 e 12 gennaio), con il bel volto candido di Isabella Ragonese, ci porta dentro la Somalia di Ilaria Alpi, ai traffici ed allo “Schifo” (la piece uscita sempre dalla penna prolifica di Massini sull’uccisione della giornalista Rai nel corno d’Africa) politico, di servizi segreti ed armi di contrabbando, a venti anni dalla morte della reporter.

In fondo agli occhi 

Potevo essere io

Questione di generi sessuali in “Peli” (25 gennaio) dove attraverso una semplice, normale, consueta, quotidiana partita a carte, che diventano pedine degli scacchi da muovere, due anziane ricordano, raccontano, e la verità sta lì a portata di mano pronta a tornare in superficie come peli annodati nel pettine che niente tralascia. Attrici da non perdersi: Arianna Scommegna in “Potevo essere io” (8 febbraio) ci porta nello sliding doors della vita. Due esistenze vicine, contigue, quasi appiccicate in quel cortile dove giocare per poi non correrci più. Ed allora un bambino ed una bambina ci dicono che poteva capitare a me, poteva accadere a me tra caso, fortuna, destino, karma.

Peli 

Il lavoro come spina nel fianco, quando devi scegliere tra la salute e il pane sulla tavola. In poche parole l’Ilva e Taranto in “L’eremita contemporaneo” (29 marzo) dove diari e testimonianze degli operai della grande acciaieria pugliese ci porta nell’inferno di avere un mestiere che avvelena aria e acqua intorno e nell’inferno che senza quell’occupazione il presente potrebbe essere addirittura peggiore.

Ed infine la condizione della donna: e nella struttura gestita dalla compagnia Teatro delle Donne non poteva assolutamente mancare. Ecco le “Scintille” (9 maggio) che non sono quelle di felicità per un compleanno e nemmeno quelle tra due innamorati. Sono quelle di una fabbrica dove agli inizi del secolo scorso lavoravano tutte donne, nella città che non dorme mai, New York. Su seicento, 146 persero la vita bruciate o asfissiate. Laura Curino rende la voce a chi voce non l’ha mai avuta. Da questa tragedia è nata la giornata dell’8 marzo per festeggiare le donne. Anche se in questo caso non c’è niente da festeggiare. E una mimosa gialla non può, da sola, portare giustizia. Le parole non bastano mai.

http://www.teatrodelledonne.com/

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