Teatro, Teatrorecensione — 14/12/2012 23:51

Imitationofdeath ovvero la rincorsa disperata di un senso da dare alla propria vita

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Visioni di vita e di morte, visioni allucinatorie e mortifere. Visioni di corpi inerti, visioni di anime erranti. Cercano un senso alla loro esistenza inutile e mortificante. Sono alla ricerca disperata di un mondo che forse non c’è o non è mai esistito prima. O forse c’è e non ce ne accorgiamo più, vista l’apatia in cui riversa l’essere umano. Forse è stato costretto per non soffrire o per cercare di amare. Chissà che un giorno non si possa trovare una risposta a tanti interrogativi disseminati sulla strada dai Ricci/Forte, premiata ditta di teatro: estremo, underground, sperimentale, di ricerca, alternativo e potremmo seguitare all’infinito, nella ricerca (infinita) nel cercare una definizione possibile (o impossibile) al loro agire artistico, dove compulsioni, ossessioni, sensazioni, disperazioni (umane) conviventi e conniventi sulla scena, si mescolano come in una fusione nucleare. Tutto questo è dentro e fuori Imitationofdeath dove circolano 16 anime giovani. Vivono a stento, sdraiati a terra come tante salme, in cerca di un respiro che esali vita; la vita che è stata privata all’uomo irreversibilmente.

La vita che si vede è uno spazio fisico /mentale/interiore, dove aleggia un senso di claustrofobica assenza di ossigeno. Pare sia tutto finito. Per sempre. Invece no. I corpi si dimenano, sussultano, sono in preda a crisi convulsive, reagiscono a scatti. Sono contorcimenti distonici, membra nervose e nevrotiche. Cercano disperatamente di aggrapparsi a esistenze precarie, su tacchi vertiginosi, come tanti trampoli su cui sono saliti per raggiungere la vita stessa. Le tenebre si diradano e la vita torna a scorrere nelle vene pulsanti dei performer. Di sesso femminile e maschile, in perenne conflitto. La musica irrompe violentemente e violenta la scena con un esordio stupefacente dei Chemical Brothers. È un susseguirsi di quadri che si aprono e si irradiano, atti e gesta compulsivi, quasi parossistici a tratti. Vi sono descrizioni di amplessi sessuali raccontati al microfono, come un eco che rimanda ad una narrazione dell’inconscio, in cerca di consolazione. Gli schiaffi con i pantaloni jeans ad una delle giovani vite femminili, il pianto, le urla, la mazurka con le coppie mescolate uomo/ donna; uomo/uomo; donna/donna.

Passi di danza che si insinuano sinuosi nel giro di valzer che fa tanto nostalgia di una vita felice e trascorsa e mai più recuperabile. La morte avanza e tu non puoi più fare altro che imitarla. Le suggestioni emanate da Shine your crazy diamond dei Pinky Floid, la voce di Jovanotti, gesti animaleschi, passi felini. Via quelle strane calzature zebrate per lasciare spazio alla nudità dei corpi e togliersi di dosso le identità come se fossero resti umani da identificare. Un groviglio di corpi che si ammassa sempre più verso il baratro, dove precipitare verso l’ignoto. Corse verso qualcosa che non potrà mai accadere. Corrono inquieti e frenetici, corrono via da se stessi, verso la morte per poi sfuggirla e scansarla. Rincorrono la morte per esorcizzarla. Sono affetti da crisi epilettiche che li scuotono. Una di loro spara con il fucile sui corpi lasciati liberi nell’agone di questo rito sacrificale. Indossano nasi di plastica rossi e corna sulle teste, Sono clown tristi. La voce di ognuno di loro ricorda frammenti di vita vissuta, sempre ai confini di una marginalità che più estrema di così si muore. Si colgono i frammenti a cui gli autori si sono ispirati.

Frammenti di parole scritte da Chuk Palahniuk, autore dissacrante di Gang Bang e Fight Club, dove tutto sembra vacuo e galleggiare in un liquido amniotico che germina il mostro che si chiama essere umano. La sua cifra stilistica improntata al grottesco è qualcosa di rapinoso alla lettura, e ti costringe a fare i conti con la propria dissolutezza, che spesso l’uomo possiede ma cerca (invano) di rimuovere. La rimozione del pensiero più turpe è la paura di essere quello che lo scrittore americano, nato nel 1961, descrive con esemplare maestria e fascino letterario. La sua scrittura non concede sconti a nessuno. Sa rappresentare il mondo nudo e crudo così come accade in Imitationofdeath. I messaggi che traspaiono dalla voce dei 16 eclettici interpreti, confessano pensieri esistenziali, e puoi cogliere come la disperazione della vita sia molto simile al nulla della morte. Il dolore della perdita si accompagna al senso della perdita. C’è un’iconografia cristologica in alcune scene finali e il cigno che esce alla fine (uno dei performer calato dentro il morbido pelo bianco) canta con una voce che pare quella di Amanda Lear.

La scena si satura di oggetti della propria (quella reale) vita: libri, giocattoli, vestito, amuleti, pupazzi. Tutto quanto fa esistenza e sentimenti, emozioni. Il passato che riemerge… e il futuro? Non c’è, sembrano dire, oppure è già stato e nessuno se ne è accorto. Regia e drammaturgia si basano su un lungo lavoro itinerante dove i laboratori condotto su tutto il territorio nazionale, hanno creato l’esito finale. Un lavoro prettamente di scrittura scenica che si affastella di segni estetici, caratteristica ormai consolidata del lavoro dei Ricci/Forte. La molteplicità dell’azione crea continui travasi e momenti più aulici e poetici, altri meno, forse manca una maggiore compattezza d’insieme che aiuti lo scorrere, ma la sensazione ricevuta è quella di una disgregazione voluta, un’implosione dopo l’esplosione che annulla tutto e mescola vita e morte fino alla fine. Buio.

drammaturgia ricci/forte
con Giuseppe Sartori, Pierre Lucat, Andrea Pizzalis, Fabio Gomiero, Blanche Konrad, Piersten Leirom, Cinzia Brugnola, Michela Bruni, Barbara Caridi, Chiara Casali, Ramona Genna, Liliana Laera, Mattia Mele, Silvia Pietta, Claudia Salvatore, Simon Waldvogel
movimenti Marco Angelilli
Regia Stefano Ricci
in coproduzione con Romaeuropa Festival | CSS Teatro stabile di innovazione del FVG | Festival delle Colline Torinesi | Centrale Fies

visto ai Teatri di Vita di Bologna l’8 dicembre 2012

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