Teatro, Teatro recensione — 13/12/2018 at 13:55

«Il mio polso scandisce come il tuo la stessa musica». Fabrizio Gifuni-Rino Marrone nel Concerto per Amleto.

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RUMOR(S)CENA – CONCERTO PER AMLETO – PICCOLO TEATRO MILANO – Mani sugli occhi per non vedere; le mani scivolano e con gesto fermo coprono le orecchie, per non sentire. Concerto per Amleto inizia con un breve silenzio e due azioni che, negando, affermano la necessità di vedere e ascoltare quello che verrà: l’apparizione notturna del Fantasma del re, il buon padre di Amleto; la visione dello zio paterno, il nuovo re assassino e avido di potere, e della madre incestuosa; le parole delle loro lingue nere, mendaci; le ombre che gli attori, attraverso il teatro, proietteranno sul potere; la comparsa, dal buio della terra, del teschio di Yorick, il fool dalla fantasia e immaginazione sconfinate, che ha insegnato al principe di Danimarca bambino, quasi fosse un altro padre, un gioco: quello della follia, grazie al quale è possibile smascherare con metodo gli inganni e sussurrare la verità. Che il gioco appreso dal fool sia la pietra d’angolo dello spettacolo è chiaro fin dalle prime parole pronunciate da Fabrizio Gifuni, che non parte da Shakespeare ma da un pensiero del filosofo greco Eraclito, “l’oscuro”: «il tempo è un bambino che gioca, spostando i pezzi sulla scacchiera: il Regno di un fanciullo». E con il gioco e l’intraducibile senso doppio dell’inglese play, l’attore, indossata la maschera di Amleto, continua: The play is the thing / wherein I’ll catch the conscience of the King, «il gioco / la recita è la cosa con cui prenderò la coscienza del Re».
Il gioco amletico, tragico, perché fa scoprire una drammatica verità, e in parte taumaturgico, poiché si mostra anche come (illusorio?) balsamo per la disperazione, segue i passi di un tempo sconvolto – Time is out of joint, «il secolo è fuori dai cardini» -. Amleto è costretto a «rimetterlo in sesto» per un «maledetto destino», segnato dalla morte del padre e dal tempo ineludibile del suo ricordo.

 

Il trascorrere di questo tempo è scandito, nel Concerto, dalle voci e dai corpi di Gifuni, interprete unico di tutti i personaggi dell’Amleto, tranne Ofelia, e dal loro dialogo con la musica di Dmitrij Šostakovič. Nello spettacolo-concerto, l’opera 32, composta per il controverso Hamlet di Nikolay Akimov (1932), e l’opera 116, scritta per l’omonimo film di Grigori Kozintsev (1964), assumono funzioni simili a quelle della musica nei drammi di Shakespeare, pensata per segnare le entrate e le uscite dei personaggi, per orientare il loro agire, per costruire il loro carattere e le atmosfere, per dare evidenza ai nodi del plot. Questa essenzialità e polifunzionalità poetica e drammatica delle melodie shakespeariane è mantenuta nello spettacolo e riletta con linguaggio contemporaneo.
Il gioco drammaturgico poggia dunque sul riverbero, a tratti mimetico, e sul reciproco ascolto fra le tante voci degli strumenti dell’unica orchestra (l’ottima Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano, diretta da Rino Marrone) e le molte voci dei personaggi nella sola di Gifuni, che penetrano nella musica, tramano insieme, si uniscono, si distaccano. In certi passaggi la voce è reinventata dall’attore come altro strumento musicale, rendendo sonore le parole e i silenzi, perfettamente scavati e compresi e dunque magnificamente interpretati. Penso, ad esempio, al ‘rispondimi’, rivolto da Amleto al fantasma del padre con un tono di strazio accorato e raggelante che appartiene anche al gesto e, più in generale a tutto l’incontro, che segna la palingenesi di Amleto e la sua consacrazione a eroe teatrale totale. Penso anche alla scena dei becchini, che dissotterrano il teschio di Yorik, riuscitissima ibridazione di comico e di tragico anche sul piano musicale, e memorabile nella parte della metamorfosi di Gifuni nel personaggio del becchino, che viene mostrata sul palco in tutti i suoi passaggi.

 


Solo in scena, l’attore porta in ogni personaggio anche l’eco degli altri, e questo accade soprattutto quando interpreta Amleto, in particolare l’Amleto dell’incontro gioioso e, per le conseguenze, tragico con la compagnia di attori: dentro di lui si muovono lo zio, la madre, il fantasma del padre e soprattutto Yorick. A lui Amleto deve una perfetta conoscenza del teatro, grazie alla quale può vestire i panni da drammaturgo e aggiungere poche ma fondamentali battute all’opera che gli attori interpreteranno poi a Palazzo, smascherando lo zio: una «trappola per topi … un tropo perfetto», dice Amleto, e Gifuni calca efficacemente sul gioco fonico ‘trappola-tropo’.
Come il re Claudio, anche noi siamo spettatori e non della sola «trappola». Nel celeberrimo soliloquio «Essere, o non essere», Gifuni e Marrone mettono noi spettatori in uno stato di turbamento, di confusione, quasi fossimo da un lato Claudio e Polonio, che origliano il To be, or not to be, dall’altro, lo stesso Amleto, che oscilla tra vivere e morire o, come pensava Orazio Costa, tra «l’adattarsi a subire e il reagire», l’uno e l’altro potendo apparire «l’essere come il non essere: restar vivi subendo (cioè rinunciando a vivere) o reagire combattendo, cioè rischiare la morte».
È indubbio che le lezioni di Orazio Costa sul metodo mimico, sulla sua inscindibilità del gesto mimico dalla parola (con i suoi ritmi, energie, geometrie, magnetismi), e su Amleto, che Gifuni ha seguito da allievo dell’Accademia Silvio D’Amico, hanno lasciato il segno anche in questo spettacolo-Concerto

http://www.fabriziogifuni.it/formazione/oraziocosta2.html; http://www.fabriziogifuni.it/formazione/ridotto.pdf;

 

Maricla Boggio, Orazio Costa prova Amleto, Bulzoni Editore 2008; Mauro Paladini L’Amleto di Orazio Costa Giovangigli. Una vita trascorsa meditando sul testo di Shakespeare, Edizioni dell’Assemblea 2014

 

http://www.mariclaboggio.it/pagine/video/oraziocosta-film-2.html).

«Il resto è silenzio», potremmo dire. E questo è quello che dice Amleto prima di morire, dopo aver ascoltato lingue mutevoli, ingannevoli, amiche, paterne, morte, ma ancora parlanti, nella memoria (Yorik e il padre) e in una voce spettrale (il padre). Si sente, allora, l’onda lunga del gesto del non sentire che apre il Concerto e, pure, quella del non vedere. Tutto nasce in Amleto dal buio iniziale, perché è nell’oscurità e solo nell’oscurità che il Fantasma si rende visibile; è nell’assenza di luce dello spettacolo – Trappola, che Amleto vede la reazione di Claudio e trova le prove della sua colpa ed è proprio a quella mancanza di luce che Claudio vuole sottrarsi per allontanare così le ombre, ordinando perciò che torni la luce in sala. Mentre si assiste a questo Amleto è difficile non pensare all’Oreste di Eschilo e di Euripide, alla lacerante ferita che muove il figlio di Agamennone e che, anche in quel caso, ha il nome di un padre indimenticabile da vendicare. Questo tacito legame a distanza non deve stupire molto, vista la presenza di certa tradizione teatrale greca e latina in Shakespeare (Nemi D’Agostino, Shakespeare e i Greci Bulzoni 1994;

https://iris.unito.it/retrieve/handle/2318/1635085/324282/Sofo_sha.pdf),

mentre colpisce scoprire che Gifuni ha iniziato la sua carriera di attore proprio interpretando un Oreste, quello della Elettra euripidea

(http://www.fabriziogifuni.it/formazione/scritto_massimocastri.html),

nel quale sarà stato fatale portare «un fondo di Amleto» ed essere attraversato dalla sua «corrente», secondo quanto aveva preannunciato Orazio Costa.Uscendo dal Teatro Strehler, alla fine del Concerto, il pensiero è tornato agli scacchi di Eraclito e a un poeta che conosceva molto bene Shakespeare e praticava il gioco come chiave di lettura del mondo, compreso quello poetico: Jorge Luis Borges. La sua bellissima Ajedrez (Gli scacchi) racchiude molti pensieri del filosofo greco, dei suoi principi opposti interdipendenti, del loro eterno e irrisolvibile incontro-scontro che porta via via fino all’essere e al non essere, a realtà e finzione, buio («negras noches») e luce («blancos días»), parola e silenzio.

Visto al Piccolo Teatro  Strehler  di Milano il 22 novembre 2018

 

Piccolo Teatro Strehler
dal 22 al 25 novembre 2018
Concerto per Amleto
da La tragedia di Amleto, Principe di Danimarca di William Shakespeare
drammaturgia Fabrizio Gifuni, con la consulenza musicale di Rino Marrone
voce Fabrizio Gifuni
direttore Rino Marrone
musiche Dmitrij Šostakovič: da Op. 32,  musiche di scena per l’Amleto di Nikolai Akimov e Op. 116, musiche per il film Hamlet di Grigori Kozintsev
eseguite dall’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
produzione Le vie dei festival
in collaborazione con Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi e Piccolo Teatro di Milano–Teatro d’Europa

 

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