Teatro, Teatrorecensione — 13/10/2013 14:43

Morganti fa suo Buchner ed entra nei meandri della sua poetica.

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Un tuffo nelle parole di Claudio Morganti è sempre utile. Ti rinfresca il ruolo, per qualunque motivo tu abbia deciso di passare, spendere del tempo insieme alla sua voce che gratta il palato, nello stesso spazio che si amplifica, si distorce, si amplia, si ingarbuglia a tunnel o si deforma. Dopo gli anni di studio sul Woyzeck, stavolta affronta il “Mit Lenz”, sempre uscito dalla penna di Buchner (morto a soli ventiquattro anni).

In uno scantinato da catacombe, come se fosse un cantiere aperto, come lo è l’animo umano pronto e soggetto e incline a variazioni e deformazioni imprevedibili, tra macerie e bottiglie e squittii di ratti, odore di messa, un maestro di cerimonie imbonisce e “confessa” il suo “Frankenstein”, il suo assistito, Lenz (cercare alla voce Sturm un d Drang, allievo di Kant, amico-nemico di Goethe) appunto, che qui, nei sotterranei, cerca conforto o soltanto sfogo. Mattonelle e calcinacci fanno da altare, una luce a gas riempie con il suo sfrigolio che intasa le orecchie.

E Morganti cerca di portarci dentro il testo, come note di regia, entra nei meandri della poetica in questo lugubre, sconcertante, frastornante racconto. C’è un’aria da esperimento, da scorribande e sommovimenti interiori, di subbugli indecifrabili che animano e spingono dentro cassa toracica e pancia del personaggio che con il suo nome dà il titolo allo scritto.

Morganti (un po’ santone e guru, un po’ Che) spiega nel suo caftano che lo rende mistico ed esoterico, misterico. Si lancia in un inciso, in un’accusa-didascalia alla concezione comune del termine “teatrale”, rinnovando, se ce ne fosse stato bisogno, il suo accorato amore, e dilaniante strazio nel farlo appieno, non tanto per il teatro, quanto per il fare teatro, il costruirlo dal basso, che per lui, lo dichiara, rimane sincerità, onestà, verità.

Certamente Morganti non fa spettacolo ma mostra parti del suo lavoro, della sua ricerca. Ed infatti alla fine non chiede, non vuole l’applauso, frutto marcio di un certo tipo di spettacolarizzazione, e banalizzazione, del gesto scenico. Qui non si tenta il numero, non si cerca l’effetto, la dimostrazione della bravura. Qui vuol esserci passaggio, comunicazione, trasporto.

L’attore cinquantacinquenne è altero e fuori dai giochi di potere e di palazzo, super partes e contemporaneamente partigiano. Dopo un po’ la storia di Lenz, ancora agli albori nell’approfondimento da parte del regista, passa in secondo piano: avanza invece la regia cadenzata di piccoli gesti ed addirittura esaltata dal luogo che pare abbia un doppio palco formato da due navate basse compresse da volte ad arco. Sembriamo qui per un rituale. La cappa liturgica acuisce la sensazione di accerchiamento e claustrofobia: quella stessa che ogni uomo prova, l’inquietudine che è propria di Lenz ma che passa, per osmosi e vicendevolmente, dai nostri abiti moderni al pastrano nero del protagonista. In definitiva Buchner e Morganti la pensano alla stessa maniera. Fu proprio lo scrittore tedesco che redasse in un suo opuscolo: “Pace alle capanne! Guerra ai palazzi!”. Ci vorrebbero più Morganti.

“Mit Lenz” di Georg Buchner, regia: Claudio Morganti, con Claudio Morganti e Antonio Perrone. Visto al Festival Contemporanea, Prato, Teatro Magnolfi, il 10 ottobre 2013.

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