Teatro, Teatrorecensione — 13/01/2014 23:39

Endrigo visto da Nicola Pecci. Le emozioni non finiscono mai

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FIRENZE – E’ una riflessione sul mestiere dell’artista. Mestiere che non è lavoro ma che declina e sfocia nella vocazione. Non passione, che sa di amatoriale e dilettantistico. Missione. Stare su un palco, che sia cantare, che sia recitare. E’ la storia di Sergio Endrigo, accomunata a quella di tanti altri, prima esaltato fino alle stelle poi dimenticato, sorpassato, cancellato dall’agenda. Che si sa, il pubblico ti eleva e poi ha il bisogno fisico, interiore, prepotente, sadico di sostituirti con qualcuno di più giovane, di meno conosciuto. Con il nuovo che avanza. Ecco, molte volte avanza.

In qualche modo è la storia autobiografica di Nicola Pecci, quarantenne solido che di voce ne ha ed ha bussato a molte porte ma il passo per il grande salto è lì a portata di mano ma sfugge, si scioglie, passa, come i treni, i capelli bianchi ed alla fine anche le illusioni, i sogni. Endrigo dopo Tenco affrontati a teatro, alla sua maniera. Sono gli amori di Pecci. Potete chiamarlo demodè, vintage o sorpassato. Se ne farà una ragione, forse una risata, di sicuro una cantata.

Endrigo che è ancora ricordato ed amato come se non ci avesse mai lasciati. Sono passati quasi dieci anni dalla sua morte. Ed i grandi sembrano, in vita, sull’orlo della scomparsa dai calendari, dai ricordi, dalle polaroid, ma poi ritornano prepotenti e cancellano il brutto e rimangono soltanto i sorrisi, malinconici nel suo caso, i dischi, le emozioni di quando, forse giovani, le avevate cantate in due, occhi negli occhi. Roba desueta oggi, i sentimenti. Ed allora giù a farsi benevolmente del male.

Il cantattore fiorentino ci porta dentro la discesa negli inferi del cantante: i rifiuti, i veti, le negazioni, il poco pubblico, la nebbia mediatica, l’oblio, il telefono che non squilla, il sentirsi inutile, vecchio, accantonato, accatastato, usato e poi lasciato ammuffire in un angolo della memoria. Ma le persone non sono cose, oggetti da sfinire per poi disfarsene. Endrigo aveva ancora qualcosa da dire se gli avessero dato lo spazio, un vinile, per dirlo.

Ha scritto anche poesie ed un libro: “Quanto mi dai se mi sparo?”, a tratti profetico. Da questa intuizione s’apre il testo, di frasi corte e pungenti, tagliate e corrosive di punteggiatura come punteruoli a cuneo sotto pelle. Dalla fine, dagli ultimi giorni e settimane e mesi, dall’impossibilità di poter essere ancora qualcosa in vita e nel cercare la morte in diretta (praticamente, letterariamente, ha “inventato” il reality moderno ante litteram) per diventare da una parte icona, dall’altra per dimostrare il fallimento dei tempi, la distruzione dell’umanità nella società degli anni ’80. Che la morte fa più notizia della vita. Che la gente gode nel vedere nella polvere chi prima stava su un palco. E’ l’adolescente che deve uccidere metaforicamente il padre. Prima ti adorano poi gli vai stretto e quindi ti devono calpestare in nome del nuovo, del domani, del giovane, come se l’anagrafe fosse un difetto, da nascondere. Sei passato di moda.

Endrigo (nelle scorse stagioni anche Simone Cristicchi gli ha dedicato un bel recital) riecheggia in “Io che amo solo te” oppure in “Teresa”, parole che sono rimaste nell’immaginario collettivo, e poi “Canzone per te” o “Te lo leggo negli occhi” o ancora “Aria di neve” e “Lontano dagli occhi”. E’ mancata “Era d’estate” ma la scelta è difficile tra le tante potenzialmente da inserire.

Importante anche la presenza di Claudia, la figlia di Sergio, che ha sposato il progetto di Nicola Pecci (un plus di certificazione autoriale, se ce ne fosse stato bisogno), che si è prestata nel ruolo della giornalista che chiede spiegazioni e delucidazioni sul possibile suicidio (evento non realizzato nella vita ma soltanto nella finzione del romanzo). La fine delle illusioni. Per il pubblico, ancora, parole senza tempo.

“L’ultimo concerto. Sergio Endrigo”, di e con Nicola Pecci. Visto al Teatro di Rifredi, Firenze, il 10 gennaio 2014.

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