Teatro, Teatrorecensione — 12/02/2014 18:12

La “Furia avicola” si abbatte e travolge. Lasciando tutto intatto com’è.

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UDINE – Dal cielo cadono sempre cose imperscrutabili, come ben ci spiegò Alfred Hitchcock. Dopotutto i volatili sono l’essere vivente più vicino al cosmo, a Dio. Ma anche Aristofane scrisse di “Uccelli”. Per non parlare del pasoliniano “Uccellacci ed uccellini”, dopotutto Casarsa è vicina. Nel volo degli stormi gli auguri dell’età antica vedevano segni e leggevano profezie. Dal cielo non cade solo pioggia o guano. Può arrivare anche l’aviaria, malattia (come l’Ebola o la “peste suina” messicana) che sembrava essere il male dei mali e l’untore che avrebbe decimato la popolazione e che poi, fortunatamente, si è rivelata l’ennesimo allarmismo dei media per spaventare ed impaurire la gente e metterla all’oscuro, forse, di altre disfatte ben più gravi. Si alza il polverone per nascondere ciò che sarebbe abbagliante e lapalissiano.

E il nuovo titolo del Maestro Rafael Spregelburd, argentino amatissimo da teatranti e pubblico italiano, “importato” con grande acume dalla regista e traduttrice Manuela Cherubini (due Premi Ubu al suo attivo), con titolo a metà tra il poetico ed il misterico “Furia avicola” che ha il sapore di atavico e agricolo, bucolico e campestre, un ritorno ad un linguaggio vetusto e contadino, immerso in quella saggezza che abbiamo perduto, in quella sensazione tattile e di percezione che faceva dell’uomo un animale sociale con un piede nella modernità ed uno ben piantato nelle sensazioni naturali e nel sentire popolare.

Due atti ed un intermezzo (produzione del CSS di Udine) ; gran bella programmazione ad Udine, zona franca dove il teatro si costruisce, si organizza e si fa bene) con cinque giovani attori ed un cast internazionale, con due portoghesi, una turca e due italiani. Tre di questi provengono dall’Ecole des Maitres, progetto internazionale per una ventina di attori under trenta, la meglio gioventù.

Dicevamo due parti ben distinte. Anzi, la scrittura di Spregelburg (messo in scena in Italia da Luca Ronconi con “La modestia” e “Il panico” e dalla stessa Cherubini con la curiosa soap teatrale “Bizzarra”) è esplosiva e non continua, è volutamente frammentaria e non consecutiva, ha più rami, più derive, più appoggi e nessuno è più fondamentale degli altri. La visione, l’ascolto, più difficile e faticoso, deve essere a trecentosessanta gradi, senza appigli né punti di riferimento. Un lavoro continuo anche per lo spettatore che non deve cercare approdi ma sentire, ascoltare, un po’ in balia ed altrettanto con tutti i sensi aperti a cogliere, prendere, assaporare. La sua scrittura è il viaggio e mai la meta. Manca il fusto centrale ma le fronde ci sono e sono ampie e rigogliose. E forse è un limite tutto occidentale quello della storia e dei suoi richiami, quello di una voglia e desiderio ultimo di trovare degli scarti logici all’esecuzione, di trovare sempre un prima ed un dopo. Forse è una, ulteriore, costruzione mentale favolistica cristiano-cattolica. Storie esplose da guardare come nuvole senza tentare di legarle con un filo d’aquilone. Si spezzerebbe.

Un discorso unitario si può fare certo dentro la complessità e la verbosità drammaturgica. Spregelburd, come pochi altri oggi, riesce a scardinare e dire, rendere espliciti e palesi temi di fondo che tappezzano dialoghi incerti delle nostre conversazioni o pasticcio vocale al tg o ancora tappeto sonoro da bar. Riesce a ricondurre tutto ad un lessico, sì alto ma ugualmente quotidiano, abituale e casalingo, infarcirlo di filosofia tanto da renderlo saggistico e contemporaneamente farlo sentire vicino e consueto come potrebbe essere una chiacchierata dal parrucchiere. In questo clima di caldo e freddo, di frittata pasticciata dove non si riescono a distinguere i colori, mentre il sapore è decisamente fiero e deciso, si esplica il concetto del “valore”.

Se nella prima parte tutto ha inizio dall’intuizione maldestra di una pittrice-restauratrice ingenua e sprovveduta spagnola che, pochi anni addietro, volendo rimettere in sesto un affresco in una chiesa aveva trasformato, distruggendolo irrimediabilmente, l’“Ecce homo” in un faccione caricaturale infantile che, in maniera geniale, la grafica del manifesto ha trasformato nel viso deturpato, stravolto, plastificato e finto di una bambola gonfiabile da sexy shop. Onore al merito intuitivo.

Sul che cos’è arte e se il valore dell’opera viene data dal tempo in cui la stessa s’inserisce, quindi anche dall’interesse, dalla curiosità e dal mercato. Per questo, dopo attente riflessioni, il dubbio si agita se arte è anche l’abbozzo e l’obbrobrio della restauratrice per caso solo perché ha attirato televisioni di tutto il mondo, folle per fotografare e taggare e linkare e postare sui social network lo scandalo del restauro, ed addirittura 40.000 biglietti staccati per vedere con i propri occhi l’opera che ha cancellato l’opera classica e riconosciuta come tale. Code più lunghe che per osservare la Monna Lisa. Se arte è lasciare una traccia oppure se ci dev’essere volontà artistica nel produrla. In questo frangente la professoressa, Laura Nardi (tra Milena Vukotic e Virna Lisi), offre cipiglio e debolezza al suo personaggio frastornato, incertezze e dubbi, che la rendono umana e grottesca (anche per via di quella candela che ha fatto sparire sotto la gonna e che le provoca spasmi).

Nel breve, e divertente, intermezzo, i cinque sulla scena siedono frontali in una traduzione a più lingue, un telefono senza fili sballato e pieno di errori, dove, anche qui, emerge la Nardi, interprete cialtrona affresco del Bel Paese, e Fabrizio Lombardo, trash al cellulare con la madre, addobbato in pelle, fascia in testa alla Verdone in “Troppo forte”, patta aperta da burino borgataro.

Dopo il valore dell’arte, il valore delle parole, infine il terzo step, il più ostico e claudicante, criptico e farraginoso: il valore che diamo alle cose, agli oggetti. Ha valore quello che non abbiamo, che non conosciamo, quello che, per sua stessa natura, appunto, desideriamo. Quindi, forse, ha ragione, la tanta vilipesa e disistimata Borsa dove titoli e oggetti oggi possono valere dieci e domani dieci a seconda, non dell’intrinseco uso funzionale e del costo, ma dalla legge della domanda e dell’offerta. Forse sta tutto qui. In questo quadro appare luminosa la figura di Deniz Ozgodan (non ci convinse troppo ne “La Tempesta” per la regia di Valerio Binasco) ironica e pungente a stigmatizzare e ricucire.

La domanda di fondo è che cos’è il contemporaneo. Ma a questa neanche Spregelburd può rispondere a bocce ferme. La sua scrittura però può aiutare eccome: a perdersi, a salvarsi dall’oggi così lineare e fintamente asettico. Qui c’è il dramma e l’ironia dell’incomprensione. Forse il contemporaneo è questa scodella piena di quella pappa colma di cinismo dalla quale tutti ci abbeveriamo. Belli e colorati come colibrì, adunchi come tucani, ingenui come l’estinto dodo, assatanati come avvoltoi. Certamente più polli che aquile.

Furia avicola” di Rafael Spregelburd, traduzione Manuela Cherubini, regia di Rafael Spregelburd e Manuela Cherubini. Con: Rita Brütt, Fabrizio Lombardo, Laura Nardi, Deniz Özdogan, Amândio Pinheiro. Video Igor Renzetti, immagini Ale Sordi. co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG / Fattore K. Il Progetto di produzione nasce da una proposta di Fabrizio Lombardo, un ringraziamento anche a Sofia Correira, Bernardo De Almeida, Maria Chiara Tofone. Visto al Teatro San Giorgio, Udine, il 30 gennaio 2014.

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