Teatro, Teatrorecensione — 11/09/2011 at 22:06

Duramadre, una donna e i suoi figli. Crudele e irrisolta…

di
Share

Consultando la scheda di presentazione di Duramadre, la nuova creazione di Fibre Parallele, al suo debutto in prima nazionale a Bassano del Grappa – spettacolo molto atteso – (ospite del B. Motion – sezione teatro- dell’Opera estate festival) anche per la fama e il prestigio che questa compagnia detiene, le note di regia di Licia Lanera,  spiegano quali e quanti personaggi animano la storia di una donna, madre – matriarca, i suoi figli, il mondo in cui vivono, le miserie umane cui sono costretti subire, e le regole di una strana famiglia, dove crudeltà, anarchia, severità, e strane forme di amore, si mescolano.

Sono i c’è… che danno la misura di com’è stato pensato Duramadre. C’è tanto, forse troppo, in alcuni passaggi interpretativi – scenici di questa rappresentazione, ma il rischio corso è quello di aver perso una sua coerenza iniziale. Il primo dubbio critico parte da qui. Quella somma di c’è, rischia di deragliare prima dell’arrivo, come un treno partito regolarmente, ma smarrito durante il suo viaggio verso la destinazione finale. O come una partita di calcio, iniziata e giocata regolarmente per i primi venti minuti, poi trasformatasi in un gioco confuso, perdita di concentrazione, stanchezza emotiva e fisica. Sono semplici metafore per spiegare l’esito dello spettacolo visto in una sera, dove le reazioni del pubblico non hanno certamente favorito la prestazione della compagnia, una tra le più attente nella ricerca sul contemporaneo. Un fuggi fuggi a metà dell’opera, abbandono poco civile rispetto del lavoro altrui, complice il caldo della sala e della temperatura esterna, sicuramente lo scarso gradimento ma resta che “fuggire” non è un bell’esempio. Esistono altre forme di dissenso a teatro, per esprimere il proprio parere o giudizio, dove il pubblico ha la possibilità di pronunciarsi.

Il pronunciamento critico, a sua volta, è dettato da una sensazione che Fibre Parallele e il testo di Riccardo Spagnulo, abbiano cercato di imprimere una tensione sempre spasmodica per tutta la durata del loro allestimento, con l’intento di evocare in Duramadre, un alone di tragedia rappresentativa di come l’essere umano possa essere diabolico e allo stesso tempo contradditorio, diviso come tra un eros e morte, amore filiale e desiderio di possedere la vita altrui, anche procurando sofferenze indicibili. C’è anche questo? Non lo sappiamo con certezza, quello che è lampante, è la carica emotiva e allegorica, in cui si colloca, specie la madre, un’arcigna donna, vestita di nero, dalle sembianze più simili a una strega, capace di personificare il potere maligno sulla vita altrui. Il nero funereo del suo abito è ancora più stridente con l’ambientazione scenica, una specie di contenitore bianco, algido, spettrale nel suo falso candore. Bianchi i corpi nudi dei figli, bianca l’atmosfera che alleggia sopra di loro.

Una candida stanza dove il neutro è solo apparenza, un cinico tranello per attirare le vittime, i figli, tra cui una donna, rinchiusa dentro una casetta chiusa come in una gabbia. Una casa che racchiude al suo interno un carcere. Si soffoca in quell’ambiente. C’è.. un qualcosa di claustrofobico in tutta la vicenda. Licia Lanera è la madre, ma anche una donna che emana uno stato di alterazione psichica, come se volesse dirci: “Attenti ai buoni sentimenti, dietro si nasconde ben altro.. “ Intorno a lei si agitano (drammaturgicamente) Marialuisa Longo, Simone Scibilia, Riccardo Spagnulo, dove la loro adesione ai ruoli, ma soprattutto alle intenzioni registiche, va lentamente spegnendosi, causa il calo della tensione drammaturgica. Si comprende lo sforzo di questa compagnia di realizzare un lavoro originale, portatore di messaggi attuali per una società in preda ad una crisi, a rapporti incrinati, ad una lucida follia che attraversa ed entra nelle nostre case, ma c’è qualcosa di incompiuto, di non risolto.

Va rivisto (forse) il testo, o alcune dinamiche registiche (meno movimenti superflui, più “pulizia” scenica in alcuni passaggi. C’è indubbiamente una volontà di fare del proprio meglio, e questo è il valore aggiunto che va riconosciuto a Fibre Parallele, ma il finale, ad esempio, non convince. La liberazione dalla schiavitù della madre-carceriera, (muore lei, salvi tutti gli altri). Per festeggiare cantano “El Pueblo Unido Jamas Serà Vencido”, cala il fondale bianco dove si intravede un giardinetto di piante di plastica. L’Uomo è salvo e assapora la gioia di essersi liberato dalle catene, (la madre muore), i figli rivivono. C’è.. anche questo, c’è troppo, e soprattutto c’è un disorientamento finale che lascia un po’  l’amaro in bocca.

Duramadre di Riccardo Spagnulo

regia di Licia Lanera

Fibreparallele

Prima nazionale, visto al B.Motion di Bassano del Grappa il 3 settembre 2011

 

Share

Comments are closed.