Teatro, Teatrorecensione — 11/06/2015 20:32

“Assenti per sempre”: storie di desaparecidos da non dimenticare

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MILANO – E’ una strana drammaturgia, quella di “Assenti per sempre” – di e con Umberto Terruso, visto in uno dei tanti spazi off, in cui si dipana il teatro indipendente milanese. Strana già per il tema: i desaparecidos, una pagina della storia contemporanea, situata qualche decennio fa – e migliaia di km più a sud di questa nostra società abituata a divorare solo una cultura liquida ed un consenso necessario e volatile come un like. Strana ancor più se si considera che Terruso, classe 1980, nemmeno era nato, all’epoca dei fatti; eppure ce ne parla con tutto il trasporto e la passione di chi quegli eventi li abbia vissuti in prima persona. “Galeotto fu il libro...”, è il caso di dirlo. E, il libro, in questo caso – meglio, il romanzo d’inchiesta -, è quel “Le irregolari” di Massimo Carlotto, che il giovane drammaturgo definisce “un’ossessione, più ancora che una folgorazione”. A tal punto gli ha lavorato dentro, da portarlo ad appassionarsi, informarsi, studiare fino ad organizzare un viaggio in Argentina, per capire fino in fondo di cosa si stesse trattando; partire per raggiungere i posti, gli umori e le testimonianze di quegli ‘assenti per sempre’, condannati all’onta del silenzio, oltre tutto.

terruso

Ed ecco che tutto questo si traduce in azione scenica. Un Giano bifronte, in cui si alternano le voci monologanti di ‘vittima’ e ‘carnefice’ – in linea di massima. Ma poi non c’è giudizio e in ciascuno vengono messi in luce i nervi scoperti di un sistema delirante; in ciascuno riecheggiano le stesse provocazioni – il calcio, il gioco a nascondino, Dio, la devozione religiosa, il rapporto di amore-e-odio con la figura paterna -, quasi solo a mostrare che gli stessi fattori possono dar luogo a risultati differenti – o, che è lo stesso, invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia.
Sono infatti due sconfitti, in fondo, sia colui che sarà desaparecido per la sola colpa di comparire sull’agenda di una ballerina di tango in odor di sovversione, che l’ottuso poliziotto dal nome in codice Puma – avrebbe voluto chiamarsi “Tigre”, ma era già stato scelto dall’idolatrato superiore, ci dice, a restituircene la consistenza fragile. Li costruisce bene, Terruso – in un gioco di specularità in cui tutto torna. Da una parte un ragazzino ingenuo. Al calcio ed i soldatini, preferiva il nascondino, giocato col fratello e quel padre metodico, che però saltava i numeri, contando, sembra lamentarsi – uno dei tanti tocchi di verità e colore della preziosa scrittura drammaturgica.

Troppo grosso, ingombrante, imbarazzante: ogni volta restava incastrato nella cuccia di Amarillo, dove puntualmente si ostinava a nascondersi: “E toccava smontarla, per tirarlo fuori da lì. […] Ma poi si andava tutti a fare merenda”. Non così in quell’altro ‘nascondino’ – emotivamente forte, questo slittamento semantico, modalità su cui sono spesso giocati i rimpalli dall’uno all’altro dei due personaggi. E se in capo ad un paio d’anni, il giovinetto, divenuto ragazzo, si sarebbe follemente innamorato della ballerina Viky – “Per lei era solo sesso e tango…”, ci dice: ancora una volta a far vibrare la corda dell’empatia col pubblico, messa in tensione da un racconto quasi colloquiale -, di lì a poco ecco entrare in scena Puma, la sua antitesi. Di lui viene rapidamente ripercorsa non l’infanzia, ma la formazione militare, eppure l’intento apologetico in fondo è lo stesso.

L’uno quasi a giustificare l’accidentalità del suo essersi trovato invischiato nelle maglie del Processo Riorganizzativo Nazionale sulla scia del primo amore – riecheggia il monito materno: “Se vuoi stare tranquillo, non metterti nella politica” -, l’altro quasi mosso da un dovere di protezione nei confronti dei civili – “mio padre non capisce eppure è un lavoro onesto. Mi sembra di giocare a nascondino: io conto…”, sembra chiamarsene fuori.
E mentre vengono ripercorse le fasi della breve biografia del ragazzo, sono tre gli intrecci, che si intersecano: la sua storia – ricca di emozioni da focolare, con tanto di sformato di patate preparato tutti insieme, al mercoledì, per festeggiare -, quelle dell’aguzzino – sospeso fra il delirio di negazionismo e quei pochi dubbi, che i rappresentati della Chiesa ufficiale puntualmente gli mettono a tacere – e quello di un Paese che, in pieno 1978, lascia che le urla della tifoseria dei mondiali soverchino quelle dei torturati. Il risultato? Una denuncia forte: sociale e politica, ma giocata con la misura di una recitazione garbata e di una regia – di Andrea Lapi – spesso più attente alla pars construens della relazione empatica col pubblico, che alla decostruzione di picchi ‘gridati’ o sottolineati da rumori assordanti o luci scarlatte – che pure ci sono, quando occorrono.

La maestria del gioco a specchio prosegue nella regia: sono gli stessi, in fondo, gli oggetti di scena, che con nuova vita a diverso titolo compaiono ora nelle mani dell’uno, ora in quelle dell’altro. Fino alla fulgida metafora delle patate – e, dopo averle viste oggetto della più festosa intimità familiare, vederle impiegate in quella sinestesia fulminante, non può non commuovere in senso liberatorio, a coronamento dell’escalation di ritmo, immagini, emozioni, che descrivono le ultime battute delle atrocità di regime.
Bravo, Terruso, non solo in questa scrittura dall’apparenza semplice – ma in effetti complessa, stratificata, giocata su rimandi, slittamenti semantici, mirroring ed appuntamenti mai mancati -, ma anche nell’impersonare due ruoli così ben definiti e finemente caratterizzati, complice anche una regia giocata su ‘audio documentali’ – la voce, via radio, del Regime -, al posto di quei ‘bui di servizio’ con cui spesso altri risolvono i cambi scena.

La scenografia essenziale – chissà: forse anche frutto di una necessità laboratoriale, trattandosi di uno spettacolo nato all’interno della Borsa Lavoro Alfonso Marietti/Accademia dei Filodrammatici, di cui fu uno dei vincitori per il biennio 2007/2009 – di fatto risulta assolutamente funzionale: a descrivere una situazione fatta di essere più che di apparire – l’Argentina di quegli anni certo non brillava per consumismo – a denunciare un Sitz-im-Leben, che mentre sfama il suo popolo con panem et circenses – o patate e calcio, ma cambia poco -, di fatto ne affama gli entusiasmi, ne prostra le menti e ne tortura le resistenze – presunte o reali -, incantandolo col flauto magico di agone e terrore.
“Io sono un argentino che odia il calcio! La vergogna di mio padre...”. Chissà che in questa battuta d’incipit non si annidasse già quel manifesto programmatico capace di fare, della negazione di un prototipo, l’asserto della necessità di un’auto redenzione al di là dei falsi eroismi.

Visto a Milano  Spazio OiT il 10 giugno 2015

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