Teatro, Teatrorecensione — 11/02/2014 16:03

Le lacrime amare del “Padiglione della meraviglie”

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PRATO – Tra sirene ammalianti e tigri feroci il nostrano Circo Barnum ambulante porta in giro la voglia di stupore contrapponendo il grigiore del dopoguerra, le macerie e quella tinta sdrucita di polvere con colori spumeggianti da spruzzare in faccia, gioie effimere da urlare, sensazionalità esibita, incredulità ed incredibilità fatte certezze. Un composto compatto dove i sogni, o gli incubi paurosi, come l’uomo scimmia o l’uomo forzuto come la donna barbuta, espressi dai freak, veri o presunti, possono manifestarsi, trovare una giusta, ma non sana, epifania, avere un riscontro utile per creare una bolla di fantasia in un momento, in un’epoca dove non rimane che sognare per allontanarsi dalle brutture, la miseria in primis, della realtà.

Nel “Padiglione delle meraviglie” (1924), una miscela petroliniana, passata sotto la penna di Elio Pecora, Massimo Verdastro ritrova quella carica da solista, accompagnato da una buona ciurma pronta come ventaglio ad aprirsi ed accoglierlo, ora sventolarlo adesso dispiegarlo, che in questi anni di percorso distaccato dalla Lombardi-Tiezzi ha foraggiato ed alimentato incuriosendoci fortemente: dal Gadda di “Eros e Priapo”, dotato d’enfasi, poesia e corroborante alchimia, passando per il corposo progetto del “Satyricon” petroniano, cinque piece con otto drammaturghi impegnati, grande scatola cinese non compresa a pieno dalla distribuzione italiana, fino a questo nuovo lavoro, il magma sottostante rimane, immerso in un romanesco carnale, da “Fine dell’Impero”, il disfacimento della lucentezza e della lucidità, i colori che da brillanti si fanno pastello, come un occhio inumidito che non riconosce più i contorni e li sbafa, li sbaglia, li sbadiglia.

Tristezza e disarmonia, delusione viscerale e depressione, il tutto però intriso, incensato e bagnato nello stagno della polvere di stelle in un corto circuito che regala gioia nella disperazione. Echi tra banda di paese, da funerali e matrimoni, che si scioglie in “Tanto pe’ cantà” per poi passare alla Bertè, si macina nell’evergreen “Gastone“, si macera in un Leonard Cohen di velluto e grattugia. Divani e gabbie è l’emblema, lo spot, il simbolo di questo contrasto, l’opulenza del Vittoriale e la belva da foresta Amazzonica, le vestaglie floreali, che sembra di sentirne il profumo lievemente d’acqua marcia di colonia, e King Kong folcloristico e bucolico e ingenuo. L’aria circense, come quella attoriale, è per sua stessa natura e definizione più intima, precaria, decadente, incerta, insicura, dal silenzio agli applausi per poi tornare nell’ombra, nel baule pirandelliano per poi riemergere di sorrisi e lustrini. Non c’è, non ci può essere equilibrio.

La storia è minuta, come lo sono a volte certe esistenze, composte di misfatti e coincidenze, di azioni ripetitive ed apparentemente senza significato. E’ uno spettacolo prima dello spettacolo. Siamo nel prima della prima. Il retro bottega, l’artigianalità ciarlatana e cialtrona di trucchi superati, volti sensuali e lingue, occhi spiritati alla Ligabue, acrobati e ballerini, dove camminare sulle mani dà il senso enfatico e pirotecnico al tutto. Verdastro, capace di incutere rispetto ma anche di attirare dolcezze, è l’imbonitore-Mangiafoco ma non è lui che tira i fili del carrozzone. Il suo antagonista è il Tigre (un Luigi Pisani sicuro, incarna uno spirito tra Zagor e Tarzan).

A cavalcarli, a dirigerli, a metterli l’uno contro l’altro non poteva che essere una Sirena (Manuela Kustermann ancora grande signora del nostro teatro, quest’anno festeggia i cinquant’anni sulla scena), il cui canto ha sempre bisogno di un Ulisse che s’illude per poi frangersi sugli scogli delle estreme conseguenze. La donna magnetica, bambola dalla pelle di porcellana è contesa dal terribile selvaggio, l’uomo giovane e muscolare, e dal vecchio domatore di folle e follie, adesso infortunato ed appesantito. La freschezza anagrafica e l’esperienza. Aria di finto, di pseudo. Da occhi sgranati e bocche aperte infantili, quasi carillon francese, la scena d’ombre del lanciatore di coltelli in profilo che pare una pellicola in bianco e nero al rallenti. Baracca e burattini, trucchi biascicati, stinti, sbiaditi, “sbianchiti” in un seppiato di commiserazione.

Il padiglione delle meraviglie” di Ettore Petrolini, RegiaMassimo Verdastro, Drammaturgiadi Elio Pecora e Massimo Verdastro. Con: Manuela Kustermann, Massimo Verdastro, Emanuele Carucci Viterbi, Gloria Liberati, Giuseppe Sangiorgi, Luigi Pisani, Chiara Lucisano. Produzione: TSI, La Fabbrica dell’attore; Teatro Vascello, Compagnia Massimo Verdastro. Visto al Teatro Fabbricone, Prato, il 7 febbraio 2014. Altre date, a febbraio: 14 Pontedera, 24 Lecce, 28 Trieste; a marzo: 1-2 Trieste, 6 Santa Teresa di Gallura, 7 Oristano, 8 Lanusei.

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