Culture, editoria, racconti, poesie — 10/02/2014 17:42

“Più del tuo mancarmi”: vuotare il sacco della vita per riempirlo di nuovo

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FIRENZE – Il cambio di passo è deciso, netto, convincente. Un fossato rispetto al precedente Emiliano Gucci, quello che ci aveva fatto conoscere le sue storie noir, quello di note misteriose, quello di personaggi insoliti, di un’ironia di periferia al limite del grottesco. Da qualche tempo, fortunatamente, l’autore fiorentino è riuscito invece a dare più spazio e corpo alla scrittura limitandosi a storie interiori, senza quell’ansia da azione, se non l’impercettibile, ma infinita, costellazione di neuroni e memoria che si accavallano tra scienza ed il pulviscolo. Uomini.

Assenze. Mancanze, come ci suggerisce il poetico verso Più del tuo mancarmi”, a cura della casa editrice Noripios di Firenze. Sillabe che arrivano, ancora fresche come vernice adesiva e aderente, da Rilke. Un libro piccolo, si potrebbe dire, un volume con cinque racconti (110 pp, 9 euro) ma che lascia segni e segnali, scie e passi dentro, come un incedere sulla sabbia. Personaggi sconfitti ma non falliti, che hanno bucato qualche strada, perso alcuni treni, che sono caduti ma si sono ritrovati, non nella felicità ma in una nuova possibilità, che le occasioni arrivano anche alla fine di brutte discese a precipizio.

Ci sono lontananze e perdite, sospensioni e non detto che si accavallano in questo tempo di marmellata che tutto rende liquido nel ricordo, denso nell’affrontarlo però. Qui sono importanti le parole ma anche i silenzi. Come atomi che si cercano per poi dividersi nuovamente. Unioni e separazioni ed ancora scissioni che procurano altra gioia ed altro dolore, nuove forme di vita. Attrazione e repulsione, vicini e lontani.

Ecco i personaggi di Gucci, che pare non riescano a stare da soli, che vogliano rimettere faticosamente insieme i pezzi della loro esistenza, almeno provarci a dare un senso compiuto alle cose, che sia chiudere definitivamente una porta o chiedere perdono e voltare pagina. Qui ci si guarda negli occhi e non si fugge davanti alle responsabilità. Si affronta il passato come una cima da scalare, non per sport o per sfida ma per intima necessità di salvezza, perché se non attacchi la parete rocciosa, graffiandoti palmi e polpastrelli, non puoi respirare la purezza nei polmoni e non la vertigine dell’altezza, non puoi scorgere la vallata verde senza alcuna mira colonizzatrice.

Ecco la perdita è sempre vista come relativa e mai assoluta, momento, passaggio fondamentale ed essenziale, il vuotare un sacco per avere la necessità e la forza di riempirlo di nuovo con altre esperienze senza dondolarsi nelle certezze, senza ammuffire nelle ragnatele, senza crogiolarsi nella lamentela costante. Perdere e ripartire.

C’è chi ritorna per parlare, c’è chi bussa a porte tanto conosciute quanto ormai lontane, ci sono attimi che ritornano come cabala, ci sono frammenti di tempo da prendere sapendo che niente sarà più come prima. Ecco, se vogliamo, la forza degli umani disegnati da Gucci sta nel prendere parte, nel partecipare attivamente alla propria vita, nel cercare di direzionarla senza lasciarsela vivere addosso, senza stare con il naso a fare aloni di sospiri alla finestra appannata guardando per strada.

C’è necessità di chiarezza e trasparenza, senza più fango né sotterfugi. Persone pulite che, pur nella sofferenza, vogliono il confronto. Si ha l’impressione che tutto cambi anche soltanto perché qualcuno ha pensato che potesse cambiare. O, come dice quella massima, “quando hai bisogno di una mano, la troverai alla fine del tuo braccio”. Si rimboccano le maniche perché c’è da ripartire e non piangere sul latte versato. Stare fermo non ha mai portato da nessuna parte.

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