Teatro, Teatro recensione — 09/12/2015 at 22:20

Ripensando al teatro di Peter Stein: I Demoni di Dostoevskij

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REDAZIONE – Ripensando al teatro di Peter Stein, dopo aver assistito a Der Park al Piccolo Teatro di Milano, riaffiora il ricordo dei suoi “I Demoni” di Fëdor Dostoevskij, portato in scena nel 2009/2010 – nonostante la defezione del Teatro Stabile di Torino – Peter Stein non volle abbandonare (prove in corso) un progetto registico/teatrale, rivelatosi poi un successo mondiale: Roma, Milano, Reggio Emilia, Torino, Pordenone,  Ravenna Festival e il Napoli Teatro Festival, e all’estero fino al Lincoln Center Festival di New York, l’Hollandfestival di Amsterdam, il Festival di Atene, il Wiener Festwochen di Vienna.

Spettacolo vincitore del Premio Ubu 2009 come Miglior spettacolo dell’anno. La recensione uscita a suo tempo fu pubblicata sul blog dell’Espresso. In un momento dove il teatro attraversa serie difficoltà di produzione e finanziamento, la decisione di riproporla ai lettori di Rumor(s)cena, è un omaggio al teatro di parola, così come spiegato e difeso da Maddalena Crippa intervistata  a Milano, in occasione delle recite di Der Park (per la regia di Peter Stein), dove si evince come un certo modo di fare teatro necessiti di tutte le garanzie a salvaguardia del prodotto artistico. I Demoni restano una delle operazioni culturali più coraggiose della storia del teatro italiano.  12 ore di spettacolo, quasi 30 attori in scena, 950 pagine di un romanzo che rappresenta una pietra miliare della modernità. Peter Stein lo mise in scena per la prima volta nel mese di maggio 2009 in Umbria, nell’antico borgo di San Pancrazio.

 

L’uomo impossessato dal demonio

REGGIO EMILIA – L’ultimo desiderio sul letto di morte, Stepàn Trofìmovič lo chiede a Varvara Petrovna Stravrògina, da lui amata segretamente e ora riappacificati dopo essere stato allontanato dalla casa della generalessa. Le chiede di leggerli dal Vangelo di san Luca, l’episodio dei demoni usciti dagli uomini che chiedono a Gesù il permesso di entrare dentro a dei maiali, per poi gettarsi nell’acqua e affogare. Per Stèpan febbricitante e in preda al colera sono parole illuminanti: “I demoni che escono dal malato e sono entrati nei porci, sono tutti i mali, i miasmi, le impurità, che si sono accumulati nei secoli nella nostra Russia. Quei porci siamo noi e gli altri”. Lo dice con una tristezza che pare venga dal suo cuore esalando l’ultimo respiro. È l’epilogo tragico che conclude I Demoni, una maratona teatrale di ben 12 ore tra recita e pause, visto al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia, ospitato da I Teatri nell’ambito del festival “Aperto”, evento clou di un programma in corso fino al 14 novembre, dedicato alle arti performative, musica e danza, dove il baricentro è posizionato sul tema della contemporaneità. E di contemporaneo si deve parlare dei I Demoni, il kolossal teatrale vincitore del Premio Ubu come migliore spettacolo nel 2009. Lo firma il regista Peter Stein, determinato da una volontà ferrea di creare un’idea di socializzazione del teatro e restituire al pubblico il piacere di assistere ad una tradizione dove la parola recitata è protagonista assoluta, e non ad una semplice fruizione della durata più breve possibile. Stein tributa alla parola e alla scena la sua giusta dignità fatta di potenza evocativa. È un gesto di fede che lo ha convinto ad adattare il romanzo di Dostoevskij, in versione originale per il teatro.

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I demoni che albergano nelle coscienze dei personaggi di questo caposaldo della letteratura russa, sono destinati ad una sorte infausta e i pochi sopravvissuti si troveranno coinvolti nella dissoluzione della loro società, che lo stesso scrittore aveva anticipato prevedendo la fine di Lenin e del regime totalitario di Stalin, della ferocia criminale del terrorismo universale. Dostoevskij nutriva un forte risentimento nei confronti della cultura amorale che si instillava nelle nuove generazioni russe affascinate dalla corrente di pensiero nichilista sempre più in voga in Russia. Tutto questo è riprodotto fedelmente con l’intento di creare una sorta di comunanza ravvicinata tra attori e pubblico, uniti dallo stesso intento di percepire l’universo demoniaco descritto dall’autore, denso, materico, pregnante di eventi infausti, delittuosi. Il demonio si impossessa di Nikolàj Stavrogin, figlio di Varvara Petrovna Stavrògina, a cui il destino riserverà solo dolore per i lutti che segneranno la sua esistenza. Ivan Alovisio recita con assoluta padronanza la parte del giovane in preda ad azioni violente incontenibili. Incapace di provare sentimenti veri, non ha principi, non sposa nessuna ideologia, è un uomo senza ambizioni. È lui a rappresentare il “male assoluto”, demoniaco per affinità elettiva. Ruota tutto intorno alla sua ambigua figura.

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La madre è Maddalena Crippa, mai prima di questo ruolo ad essere così perfetta nel sostenere le sembianze di una donna ieratica e determinata, incarnata nel suo nero vestire luttuoso. La sola presenza in scena incute timore reverenziale A lei tutti devono portare rispetto, sottomissione e ubbidienza incondizionata. La maturità raggiunta da questa straordinaria interprete del teatro italiano è arrivata al culmine della sua carriera. Stepàn Trofìmovič è un eccellente Elia Schilton, a cui va tributata una lode per la prova d’attore sostenuta, nel ruolo di un intellettuale ingenuo e sentimentale,perfino ridicolo, segretamente innamorato della donna a cui prestava i suoi servigi come precettore del figlio. Pure lui ha un figlio: Pëtr Verchovenskij, un rivoluzionario responsabile di fomentare atti terroristici. Alessandro Averone interpreta questo ruolo con evidente talento e ottima presenza scenica, anche se in parte dimostra un’esuberanza un po’ sopra le righe. Intorno a loro si consumano storie di ordinaria violenza a a cui nessuno potrà sfuggire. Le relazioni sentimentali soffrono di un senso d’impotenza inevitabile. L’amore non ha futuro per nessuno di loro. L’ineluttabilità del destino a cui vanno incontro madri, padri, figli e la stessa società in dissoluzione.

La vita stessa è priva di senso come sostiene Alekséj Kirillov, ingegnere nichilista per fede, suicida per dimostrare della non esistenza di Dio salvo convincersi di diventarlo dopo aver deciso di togliersi la vita e autoaccusarsi di un delitto politico commesso da un gruppo di fanatici. Il ritratto offerto da Fausto Russo Alesi sembra uscire dalle pagine del romanzo per dare vita ad un uomo angosciato dal tormento che lo attanaglia, Suicida lo sarà anche il giovane dissoluto Stavrogin. Compie su di lui l’estremo sacrificio per porre fine ad un tormento fatto di allucinazioni a affetto da attacchi epilettici. A volte, nel passato, le persone possedute venivano descritte anche come epilettiche. Tra tutti spicca in un ruolo difficile, da caratterista dotata di una capacità interpretativa anti -naturalistica, come richiesto dal regista per farne un ruolo di donna prigioniera della sua lucida follia, anche zoppa, ma capace di percepire ciò che da lì a poco accadrà agli ignari presenti.
Pia Lanciotti interpreta una commovente e dolente Mar’ja Timoféevna, a cui il destino ha chiesto di farsi carico di indicibili sofferenze. Prova d’attrice esemplare. Chi sta vicino a lei sono tutti dei derelitti, naufraghi di un’esistenza fallimentare. Rappresentano la sconfitta di ogni ambizione malsana che conduce alla discesa negli inferi dove la morte prende il sopravvento su tutto. Il sacrificio umano è incombente e si compie nel delitto di Ivàn Šatov colpevole di aver abbandonato la causa del comitato rivoluzionario e di essere una spia. Metafora di tutto il dramma in cui ognuno diffida dell’altro. La verità e la menzogna non conoscono confini.

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La festa offerta dal governatore von Lembke e da sua moglie Júlia Michàjlovna ( i bravi e convincenti Giovanni Crippa e Paola Benocci) è l’occasione per far esplodere in una comicità involontaria e farsesca, la tragedia rivoluzionaria. “Cacciate via le risate urla il governatore”, non c’è posto per l’allegria nel paese dei demoni. L’unico momento in cui Stein concede leggerezza per stemperare la tensione permanente che caratterizza, dall’inizio alla fine, la sua messa in scena. Peter Stein è riuscito a disegnare attraverso una solida regia geometrica l’intera narrazione del romanzo -testo teatrale – estrapolando i dialoghi significativi e di farli risuonare per mezzo della voce umana(unitamente alle suggestive musiche di scena composte da Arturo Annecchino), con estrema linearità grazie al supporto di una compagnia di protagonisti efficaci indenni (inspiegabile come) dalla fatica fisica, provata essa stessa dal pubblico che alla fine ringrazia generosamente gli attori, i quali, a loro volta, si uniscono in uno slancio fisico proiettato verso la platea ricambiando i “compagni di viaggio” di una memorabile esperienza.

Visto al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia 17 ottobre 2010.

Tieffe Teatro Milano e Wallenstein Betriebs-GmbH Berlin

in collaborazione con Napoli Teatro Festival

I DEMONI

da Fëdor Michailovič Dostoevskij
adattamento originale e regia Peter Stein

con
Antòn Lavrént´evič Grigoreiev – Andrea Nicolini
Stepàn Trofímovič Verchovenskij – Elia Schilton
Varvara Petrovna Stavrògina – Maddalena Crippa
Praskov´ja Ivànovna Drozdova – Maria Grazia Mandruzzato
Nikolàj Vsévolodovič Stavrogin – Ivan Alovisio
Pëtr Stepànovič Verchovenskij – Alessandro Averone
Ivàn Pàvlovič Šatov – Rosario Lisma
Alekséj Nilyč Kirillov / Tichon – Fausto Russo Alesi
Lizaveta Nikolàevna Drozdova – Irene Vecchio
Dar´ja Pàvlovna Šàtova / Mar´ja Ignàt´evna Šàtova – Franca Penone
Mar´ja Timoféevna Lebjàdkina / Arina Pròchorovna Virghínskaja – Pia Lanciotti
Ignàt Lebjadkin – Franco Ravera
Mavrikij Nikolàevič – Paolo Mazzarelli
Júlija Michàjlovna von Lembke – Paola Benocci
Andréj Antònovič von Lembke – Giovanni Crippa
Liputin – Giovanni Visentin
Virginskij – Carlo Bellamio
Šigalëv – Fulvio Pepe
Ljamšin – Luca Iervolino
Erkel´ – Riccardo Ripani
Gaganov / insegnante zoppo / principe Armando de Ceccon
Fed´ka / ginnasiale – Matteo Romoli
Alekséj / professore / il maggiore – Nanni Tormen
studentessa – Federica Stefanelli
ragazza / donna magra – Antonia Renzella

al pianoforte Arturo Annecchino / Giovanni Vitaletti / Massimiliano Gagliardi

assistenti alla regia – Carlo Bellamio, Markus Stein
sarta – Mariella Visalli
musiche di scena – Arturo Annecchino
scene – Ferdinand Woegerbauer
costumi – Anna Maria Heinreich
luci – Joachim Barth
fotografi di scena – Tommaso Le Pera, Andrea Boccalini

In collaborazione con Teatro Festival Parma
I

 

 

 

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