Teatro, Teatrorecensione — 09/12/2013 20:49

Un interno di famiglia di violenze riuniti insieme per “La prima cena”

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Interno di famiglia esploso con polvere. Sei personaggi schiacciati da un fondale che li rende quasi egizi bidimensionali in un palco (o)scenico divenuto separé, limbo, passerella, dove ingombrarsi a vicenda, pestarsi i piedi, gli uni sugli altri, violenti e dipendenti, rabbiosi come cani alla catena costretti fisicamente dal coabitare uno spazio, un cognome, una vita. Sei personaggi, non a caso, questi impomatati dalla penna di Michele Santeramo, ed organizzati da Michele Sinisi. Il Teatro Minimo di Andria che entra a piedi uniti in Toscana con una produzione firmata dal Teatro Quaranthana di Corazzano (leggi Enrico Falaschi) per una storia senza tempo che chiamarla parenti serpenti sarebbe riduttivo.

Michele Sinisi 

Sei personaggi in cerca d’autore. L’autore è il padre che morto da un mese si prende l’ultimo gioco e soddisfazione (che però non vedrà perché seppellito) ai danni dei tanto odiati tre figli, qui riuniti per “La prima cena” senza di lui, e dei tre compagni. La cena delle beffe. Tre figli infelici, sei perdenti: il primogenito (Mauro Barbiero dona un corpo duro e rude alle debolezze machiste ataviche: “Non era un pugno quello che ti ho dato, non ti è rimasto neanche il segno: hai visto che non era un pugno”; talmente ignorante da non saper leggere fluentemente) infettato con il virus paterno delle violenze domestiche sulla moglie, così come il padre vessava la madre, la sorella svampita violentata (l’avvenente Silvia Benvenuto, impersona agnello sacrificale), il fratello allergico (l’argentino Matias Endrek, il gancio per le risate, la spalla ideale per scatenare la comicità involontaria border line e nerd).

Accanto a loro i tre congiunti per questa riunione forzata dove scopriranno che cosa loro padre, e suocero, ha lasciato in eredità: Anna Dimaggio, la moglie del primogenito, umiliata e schiaffeggiata che ha vissuto una vita di angherie e minacce e botte tra le quattro mura casalinghe, inscena un bel duello fiero ed arricchito con Barbiero, Silvia Rubes ha il piglio che la avvicina ad Ermanna Montanari delle Albe e ad alcune sue interpretazioni come “Stranieri” o “Sterminio” o a certi personaggi serafici ed acidi e taglienti di Schwab o Pinter, infine il giovane Alberto Ierardi efficace grimaldello per far saltare il banco.

Domina il bianco; ma è un bianco sporco, non candido, non borotalco-infanzia ma polveroso e rancido e stantio e malsano irrespirabile. Una patina che tutto ricopre e che come colla li ha uniti forzosamente slabbrandone i contorni ad ogni minimo passo d’indipendenza e scelte personali mai appoggiate, mai sostenute a vicenda. Il perdente supremo però qui è proprio il padre che ha messo al mondo, con parole di suo pugno, figli che “tornando indietro eviterei di avere”, “perdenti e mediocri”, “i tre errori della mia vita”.

Come marionette si muovono tra silenzi imbarazzati e tensione, miseri nella farsa tragicomica dell’esistenza senza lacrime per la morte senza risa se non come ghigno per la fatua felicità che il denaro può regalare. Non è rimasto niente da salvare. Nessuna briciola d’amore, nessun germe era stato seminato, non rimane che ascoltare la radio per sentire se la guerra è stata scagliata e scatenata, una guerra finalmente contro nemici altri, nemici fuori da qui, che la guerra ed i nemici servono proprio per sapere e conoscere chi siamo e ricompattarci come nucleo, clan, famiglia. Tutti contro tutti, scene da Apocalisse in questa stanza sgombra dove sembrano prigionieri, controllori gli uni degli altri, senza sapere se là fuori è rimasto ancora qualcosa da spartirsi, da litigarsi, sul quale vomitare odio e frustrazioni.

Le falle della drammaturgia: dov’è la madre, mai nominata? I tradimenti che vengono lanciati sul piatto della bilancia poi però non sono argomentati né sviscerati né spiegati, rimangono sospesi a metà strada tra l’offesa e la supposizione senza un reale conforto nei fatti. Il finale che spiega troppo, tutto, e fa quadrare il cerchio trovando la soluzione all’enigma da Agatha Christie. La violenza subita o accettata dalla sorella minore che a volte viene fatta passare per colpa altre per lussuria. La lettura delle missive lasciate dal padre da parte del primogenito-Barbiero risultano inceppate e lente e non rendono bene l’idea dell’analfabetismo e dell’ignoranza scolastica dell’uomo violento.

La scena più: tutti e sei in fila come nell’interrogatorio de “I soliti sospetti” ma di spalle; qui non c’è nessuno che li deve riconoscere, qui sono tutti colpevoli di mancanza d’amore, di infelicità. E nessuna pena carceraria è peggiore di una vita vissuta senza nemmeno ventun grammi di felicità.

 “La prima cena” di Michele Santeramo, regia di Michele Sinisi, con Mauro Barbiero, Anna Dimaggio, Silvia Benvenuto, Silvia Rubes, Matias Endrek, Alberto Ierardi. Scenografie Federico Biancalani, tecnica Angelo Italiano, assistente alla regia Rosa Iacopini, organizzazione Serena Genero, direttore di produzione Enrico Falaschi. Produzione: Teatrino dei Fondi residenza artista di San Miniato con il sostegno della Regione Toscana. Visto al Teatro Quaranthana di Corazzano (San Miniato, Pisa) il 29 novembre 2013. Prima nazionale.

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