Editoriale, fotonotizia, La foto del giorno — 09/09/2022 at 00:07

In ricordo di Alessandro

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RUMOR(S)CENA – TRENTO – Squilla il telefono e appare il suo nome: Alessandro Alfonsi. Non faccio tempo a rispondere per dire che lo richiamo io quando sento una voce femminile che mi dice: “Sono la sorella, ti chiamo per dirti che Alessandro non c’è più. Oggi pomeriggio ha avuto un infarto e nonostante l’arrivo dei soccorsi non c’è stato nulla da fare”. Non riesco a dire nulla nei primi istanti a seguire, balbetto, cerco di capire meglio cosa è accaduto. Alessandro non c’è più. Alessandro è stato un compagno di scuola e insieme frequentavamo l’Istituto Statale d’Arte Alessandro Vittoria di Trento, e da quel momento diventammo amici inseparabili. Uniti dalla passione per il disegno, per l’arte, per i fumetti, per la voglia di creare. Un lungo sodalizio amicale e fraterno che ci univa e mi permetteva di chiedergli di usufruire del suo talento artistico. La grafica del banner con il nome rumor(s)cena è stata disegnata e prodotta da lui e resterà così per sempre, senza mai pensare di cambiarla. Mi dava spesso consigli su come gestire il sito, l’editing e molti suggerimenti preziosi. Alessandro era un art director, un grafico pubblicitario, un creativo dalle cui mani uscivano idee geniali per le campagne pubblicitarie che lo incaricavano di progettare. Da Trento si era trasferito a Milano dove aveva lavorato anche per firme prestigiose della moda. Andavamo insieme al Teatro alla Scala per assistere all’opera lirica e tutti e due avevamo un debole per la cucina giapponese, scoperta grazie a lui. Ricordo un anneodoto divertente. Eravamo ancora studenti e un nostro professore ci portò a vedere Così fan tutte di Mozart che andava in scena al Teatro alla Scala con la regia di Giorgio Strehler e la direzione di Claudio Abbado. Ci fu permesso di seguire parte dell’opera dall’interno del palcoscenico, dai ponti dove dall’alto era possibile osservare la movimentazione delle scene. Un’emozione incredibile, entrambi studiavamo anche scenografia e quella fu un’occasione indimenticabile. Camminando nei corridoi dei palchi all’intervallo, una maschera del Teatro ci scambiò per due poliziotti in borghese (entrambi in giacca e cravaatta e con un atteggimento che poteva essere frainteso). Quando spiegammo che in realtà eravamo due studenti e non poliziotti la maschera ci congedò con questa frase: “eravate molto credibili. Peccato mi serviva il vostro aiuto”. Le risate nel raccontarlo ai compagni fu il giusto compimento di tante avventure. Alessandro sempre vestito di nero con quella barba lunga e grigia lo faceva un personaggio fuori dagli schemi e io lo prendevo in giro. Negli ultimi tempi ci eravamo allontanati l’uno dall’altro, senza un motivo particolare, forse per la stanchezza di entrambi nel dover vivere sopportando dolori che ci accomunavano: la morte di entrambe le nostre madri, la sua malattia, e la mia malattia. Ne parlavamo molto al telefono di come affrontare le cure, le terapie, la qualità di vita. Da studente frequentavo assiduamente lo studio d’arte Andromeda di Trento, dove lui era una delle presenza più qualificate. Passavamo interi pomeriggi seduti uno di fronte all’altro: lui intento al design, al marchio di una pubblicità, io a scrivere articoli e ogni qual volta mi trovavo in difficoltà con l’utilizzo dell’informatica, Alessandro un po’ contro voglia (ma più per gioco che altro) risolveva all’istante ogni mia richiesta. Affiorano ricordi in questo istante: le feste di carnevale a scuola, i travestimenti per ingannare i passanti per strada, le marachelle che architettavamo con la complicità dei compagni e anche di alcuni nostri professori. Conservo le fotografie in cui si vede Alessandro travestito con abiti femminili (rubati di nascosto a casa della madre) per interpetare insieme a me e ad un altro compagno di classe, un improbabile trio ispirato alle Sorelle Bandiera. Eravamo goliardi e felici. A scuola ci eravamo inventati un finto giornale di gossip scandalistico e clandestino che veniva appeso al distributore del caffè una volta alla settimana, storpiando il nome del preside per farlo assomgliare al nome di un settimanale che esisteva. Tutta la scuola ne parlava e cercava di capire chi erano gli irriverenti autori (io scrivevo i testi, Alessandro disegnava delle formidabili caricature degli insegnanti). Ridevano tutti e noi ridevamo di noi stessi. Come quella volta che dal balcone di una nostra insegnante indossai un abito da vescovo trasformato in una figura caricaturale e parodistica e Alessandro che curava la regia. Ridevamo ma a volte ci scontravamo su argomenti impegnativi, come quello del Covid, delle cure farmacologiche, dei benefici e non dei vaccini. Telefonate notturne a discutere di politica. Erano mesi che non ci vedevamo ma confesso che temevo di chiamarlo come se non fosse mai il momento giusto. Oggi quando ho visto il suo nome sul display del telefono ho provato un’emozione, speravo fosse lui che mi cercava per vederci. Non sentirò più la sua voce ma ho negli occhi le tante immagini che restano a memoria di un’amicizia, la più bella che abbia mai avuto. L’immagine del suo profilo facebook è un cerchio rosso al posto di una banale foto di sé. Quel rosso che ora fa soffrire tutti quelli che lo hanno conosciuto e voluto bene.

Ciao Alessandro.

Alessandro Alfonsi

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