Teatro, Teatrorecensione — 09/08/2013 22:06

Una “Feroce” necessità di dare voce all’uomo capace di difendere la bellezza contro ogni forma di “madreguerra”

Share

La consuetudine vuole che una compagnia teatrale e il suo regista scelgano un testo da portare in scena, optando per drammaturgie che trovino corrispondenza con i propri intenti artistici. Oppure venga commissionato appositamente ad un autore per essere rappresentato. Nel caso di Ferocemadreguerra ovvero “del selvaggio dolore di essere uomini” firmato a quattro mani dagli stessi interpreti dove la genesi drammaturgica prende il via da Stabat Mater furiosa, testo poetico e prosegue avvalendosi del contributo di autori altisonanti come Artaud, Morante, Kane, Shakespeare, Fabre Jean Pierre Siméon. Lo spettacolo è la sintesi del Progetto Laboratorio EDIPOW(a)ER  iniziato nel mese di settembre 2012 e ancora in corso, a cui hanno finora partecipato cinquanta persone tra attori, artisti, semplici appassionati e aperto a “chiunque avesse avuto voglia di passare…” La motivazione chiamata “Desiderio” afferma in modo esplicito una volontà di intenti che non lascia scampo a fraintendimenti : “In questo periodo di profonda crisi economica e di contenuti artistici, smettere di impiegare il proprio tempo a lamentarsi, cercando attraverso l’incontro e il confronto tra persone con capacità ed esperienze diverse, nuove possibilità di metodo e di creazione”.

Il progetto porta la firma di G.U.P Alcaro (sound designer, fonico, musicista e compositore. Curatori dei progetti sonori degli spettacoli di Valter Malosti), Francesca Bracchino (attrice) , Francesca Brizzolara (attrice), Lucio Diana (regista multimediale, scenografo, tra i fondatori del Laboratorio Teatro Settimo), Michele Di Mauro (attore ha lavorato con Castri, Missiroli, Vacis, Malosti, Binasco), Carlotta Viscovo (attrice). La loro intenzione nel mettere in scena Ferocemadreguerra è stato quello quello di “indagare nuovi processi creativi e mettere in discussione i consueti metodi di fare teatro”, dedicando il loro lavoro drammaturgico e di conseguenza scenico recitativo ai “Conflitti”, ovvero ad ogni tipo di guerra che l’essere umano deve saper affrontare per (dicono gli autori) “affermare il valore della bellezza e della dignità come motori irrinunciabili dei rapporti umani”, partendo dal presupposto di essere “feroci prima di tutto con noi stessi”. Si presume sia una ferocia intesa come possibilità di rischiare sulla propria pelle al fine di trovare una nuova definizione di fare teatro, ipotesi desunta dai concetti di “asimmetria”, e “scompaginare le prospettive”.

Ciò che si è visto è una mole infinita di materiali in qualche modo destrutturati dal consueto modo di intendere una rappresentazione teatrale, intenzionalità dimostrata dai protagonisti nel dare vita a dinamiche che esaltassero soprattutto relazioni molto forti, a tratti aggressive, sospinte verso una fisicità attoriale piuttosto che recitativa classica. Il tema è la “guerra”, le forme di belligeranza interiori ed esteriori dell’uomo manifestate in diverse varianti tra di loro. Non c’è un disegno registico preciso mentre invece si assiste ad una libertà d’azione che deve essere ancora incanalata successivamente. Come se ci fosse un’energia ribelle ancora tutta da domare. Ci sono idee che potrebbe sviluppare più progetti scenici, un divenire che è aperto al futuro e forse è questo al chiave di lettura cercata dagli stessi autori/interpreti. Si assiste ad un entrare con modalità il meno strutturate per permettere una certa improvvisazione dando libero sfogo alle emozioni che permettono libero sfogo al pianto, all’urlare con foga la propria rabbia verso un mondo che detesta la vita e la bellezza di poterla godere a pieno e che fa dire:

Io sputo

maledico

detesto

ripeto

voglio essere detestabile come un rimorso

rumino

farnetico

do fastidio?

Innervosisco?

non c’è scampo!

non te la caverai così facilmente, uomo!

non voglio essere consolata.

piuttosto mi strappo l’anima

e te la butto tra i piedi

ancora sanguinante d’odio.

 

 

Dopo ogni guerra

c’è chi deve ripulire.

C’è chi deve spingere le macerie

ai bordi delle strade

per far passare i carri di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare

nella melma e nella cenere,

tra le molle dei divani,

le schegge di vetro

e gli stracci insanguinati.

Non è fotogenico e ci vogliono anni.

Tutte le telecamere sono già partite

per un’altra guerra.

Chi sapeva di che si trattava,

deve far posto a quelli che ne sanno poco.

E meno di poco.

E assolutamente nulla.

Lavoro complesso che richiede un ulteriore sforzo per cercare di darne un senso compiuto (possibilità che potrà accadere con molta probabilità al termine del progetto) dove i contenuti espressi siano di facile comprensione per il pubblico come giustamente viene indicato nel programma di sala: “ Occuparsi dell’educazione di un Nuovo Pubblico vuol dire occuparci di Noi. … Lamentarsi della scarsa preparazione del Pubblico è ormai un esercizio di snobismo intellettuale degli addetti ai lavori. Se vuoi un Pubblico diverso.. lo devi educare…. Privatizzare il pubblico e pubblicizzare il privato” e “riportare il pubblico al pubblico”, affermazione quest’ultima curiosa e interessante per ulteriori riflessioni e comunque un obiettivo ambizioso a cui ci si vuole credere. In fin dei conti fare teatro ha questo significato primario come opportunità formativa ed educativa nell’accezione nobile del termine. Michele Di Mauro si conferma attore dotato di un talento innato, dalla presenza scenica che sa catturare da subito l’attenzione.

visto al Festival Orizzonti Verticali di San Gimignano il 5 luglio 2013

Share