Teatro, Teatrorecensione — 08/03/2017 21:09

Le voci degli attori del Teatro Cargo sono i lamenti di chi “tra i vivi non posso piú stare”.

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GENOVA – Spiravano folate di vento gelido come  degli schiaffi violenti ricevuti in faccia, scrosci di pioggia insistente; dal mare ligure lo sciabordio delle onde si sentivano infrangere sulla battigia: una notte di freddo polare a fine gennaio in una Genova colpita da condizioni meteorologiche avverse e minacciose. Questa la cronaca “atmosferica” che faceva da prologo all’entrata a teatro, luogo sicuro e rifugio accogliente com’è il Teatro Cargo (“Fuori dal Centro”, Fuori dagli Schemi”), lontano dal centro genovese. Distante lo è in effetti, situato a Voltri e chiamato anche Teatro del Ponente. Uno dei centri di produzione artistica più dotati a fare sperimentazione di tutta la Liguria. Il Cargo, ovvero un ex cantiere navale ristrutturato per ricavarne uno spazio teatrale dove si allestiscono spettacoli come “Tra i vivi non posso piú stare” per la regia di Laura Sicignano. La ripresa di un allestimento già proposto nelle scorse stagioni e riportato in scena in occasione del Giorno della Memoria e per “Ricordare la deportazione del Rabbino di Genova Riccardo Pacifici che nel 1943 si rifiutò di abbandonare la sinagoga e la sua comunità per finire ucciso ad Auschwitz”. Un teatro che vuole raccontare un passato storico tragico come quello delle deportazioni; che ci costringe ancora a chiederci come è stato possibile permettere l’Olocausto in una civiltà già segnata da conflitti bellici, distruzioni di massa, lutti e dolore e sofferenze.

 

La seconda guerra mondiale verrà ricordata anche per lo sterminio degli ebrei, una materia incandescente da trattare sul palcoscenico con le dovute cautele. La regista Laura Sicignano scrive nelle sue note di regia: «… lo spettatore è completamente immerso in un ambiente dove rischia di farsi sopraffare dalle emozioni. (Esente da ogni rischio di facile retorica, ndr) – “Tra i vivi non posso più stare” – affronta il tema dell’Olocausto con occhi contemporanei». Lo spettacolo si avvale della collaborazione  tra gli degli studenti del Conservatorio di musica “Paganini” e dell’Accademia linguistica di Belle Arti di Genova, a confronto con artisti professionisti la cui esperienza è stata messa a disposizione di chi, invece, il teatro lo ha affrontato per la prima volta. «Noi, che siamo l’ultima generazione che ha avuto la possibilità di parlare con testimoni viventi abbiamo una responsabilità. La parola si ammutolisce o si trasforma in suono, immagine, silenzi, azione. Non si può rappresentare, ma solo far intuire il Male, farlo risuonare nell’intimo di ogni singolo spettatore. Dove sono i confini tra vittima e carnefice, tra umano e disumano? Come si esprime il controllo di un potere totalitario? Quanto siamo anestetizzati oggi dall’ipertrofica informazione e finzione della violenza? Quanto è banale il Male?».

 

 

Il pubblico viene fatto entrare attraverso un tunnel ricoperto di cellophane e introdotti in uno spazio anonimo e disadorno, scarno nella sua essenza architettonica per dare il massimo risalto alla presenza fisica degli attori. Si assiste alla rappresentazione da spettatori partecipanti a cui viene chiesto di stare in piedi o seduti a terra. Il clima è denso di emozioni per i racconti in cui risuonano voci sinistre e imperiose emesse da altoparlanti, compaiono immagini appaiono sui muri come delle proiezioni quasi fantasmatiche. Il pathos incalza chi è presente, lo costringe ad entrare dentro delle vicende narrate che non sono storie rassicuranti: parlano della Morte. Di chi l’ha vista in faccia. Vittime e carnefici sono uno di fronte all’altro e gli attori mossi da una regia attenta nella sua sobria impostazione che  da spazio anche ad una coreografia accurata e precisa dei movimenti scenici. I ruoli si alternano: l’innocente perseguitato, l’aguzzino feroce capace di condannare senza appello ad una morte sicura. Le emozioni arrivano dagli attori capaci di muoversi con eleganza da un lato all’altro dello spazio, salgono e scendono, corrono e si fermano dinnanzi a piccoli gruppi di spettatori riuniti e fatti sedere per terra. Le parole richiamano un caposaldo del teatro: “L’istruttoria di Peter Weiss, opera teatrale del drammaturgo tedesco, dramma ispirato alle sedute del processo di Francoforte dove furono giudicate le SS del Lager di Auschwitz nel 1963. Il primo processo istruito dal governo tedesco per giudicare la responsabilità del nazismo colpevole dell’Olocausto. Il titolo originale “Die Ermittlung” va tradotto anche come “accertamento della verità”.

 

Tra i vivi non posso piú stare” contiene una sua “verità”, intesa come forza drammaturgica e scenica nella regia; una verità sussurrata, riecheggiata, riemergente da un oblio che va sempre contrastato. Voci che arrivano alle coscienze e scuotono per la loro intensità e carica emotiva, Accorate come possono essere delle suppliche. Scene drammatiche: una donna nazista in divisa che urla in tedesco ad una deportata di muoversi e ripetere gli stessi gesti all’infinito. Per il solo gusto sadico di torturare. Lo scaricare da una carriola corpi inanimati come lo sono i cadaveri, i vestiti tolti a uomini e donne finiti nelle camere a gas, stracci consunti fino a creare una catasta. I gemiti e i lamenti che si mescolano al suono di note musicali: sonorità elettroniche senza rimandi precisi, scelta condivisibile al fine di evitare suggestioni sonore troppo riconoscibili. Una composizione capace di accompagnare il “viaggio” che porta il pubblico ad ascoltare storie come quella di un medico sopravvissuto al lager: «Io appartenevo alla Resistenza del Lager./Compito principale della Resistenza era tenere vivo lo spirito di solidarietà /documentavamo quanto avveniva nel Lager / e sotterravamo le nostre prove in barattoli di latta / era una forma di resistenza / essere vigili /credere sempre che una volta / avremmo potuto raccontare le nostre esperienze. / Quei detenuti come me che grazie alla loro posizione erano riusciti a rimandare la propria morte avevano già fatto un passo incontro / ai signori del Lager. / Lo vidi chiaro nella mia infermeria. / Sono un medico. / Potevo ogni tanto salvare una vita.».

 

 

Tutti e quattro gli interpreti, Massimiliano Caretta, Sara Cianfriglia, Elena Dragonetti e Gianmpiero Martini rendono palpabile l‘atmosfera che si viene a creare attraverso l‘ascolto partecipato. Il finale è un atto d‘amore in ricordo delle vittime: nelle mani di tutti un sasso con il nome di uomini e donne deportate nei lager, deposte sul proscenio del palco vuoto. Una tradizione quella di deporre una pietra sulle tombe di un cimitero ebraico. Conclusione carica di emozioni esaltate da una regia descrittiva degli eventi senza mai sovrastare la forza delle parole, testimonianze reali, documentate. Un‘esperienza che trascende dalla semplice rappresentazione teatrale, resa con efficacia per la sua adesione a voler  esprimere il senso di giustizia e di civiltà di cui l‘uomo è spesso colpevole nel calpestarla. Cala il buio, si spengono i riflettori, tace la musica, gli attori scompaiono. Non il ricordo di chi non c‘è più  e “tra i vivi non posso piú (non può) stare.

 

Visto al Teatro Cargo di Genova sabato 28 gennaio 2017

 

 

 

Il video di “Tra i vivi non posso più stare”

 

 

La scheda dello spettacolo

www.teatrocargo.it/spettacoli

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