Teatro, Teatro recensione — 08/02/2015 23:26

Gli equivoci italiani nel fare teatro con Pinter

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MILANO – La notorietà di Harold Pinter in Italia ha raggiunto livelli ragguardevoli. L’assegnazione del premio Nobel, qualche anno prima della sua morte, gli ha consentito di assurgere a classico contemporaneo. Non ché prima non lo fosse, semmai è la contraddizione in termini che colpisce come un pugno nello stomaco critica e pubblico, a scorrere i suoi titoli, innovativi per drammaturgia e scrittura teatrale. Ma fermiamoci, evitando così di essere fuorviati dall’elenco delle sue celebri opere. Infatti, non sono le commedie a determinare l’equivoco tutto italiano che resta ancora sulla sua ricezione, ma il modo con il quale sono allestite e recitate. In definitiva e duole andare a ritroso negli anni, i fischi dell’autore all’indirizzo di Luchino Visconti e della sua messa in scena di “Vecchi tempi” sembrano ancora risuonare, quasi fossero un anatema, nelle orecchie di tanti. Forse troppi. Ogniqualvolta che si mette in produzione un suo testo.

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E’ accaduto a molti e accade anche a Marco Plini, regista del nuovo allestimento de “La serra” (“Hothouse” nella traduzione di Alessandra Serra passata al Teatro Parenti di Milano) che sembra cadere nel tranello, ordito dall’autore, privilegiando una lettura assurda, beckettiana, evocata da più lati, dell’azione che né la scena né i personaggi hanno. Qui, inutile dovrebbe essere un ripasso tra le differenze palesemente evidenti tra l’autore di “Giorni Felici” e Pinter, al di là del rapporto ideale di maestro e allievo, alla fine conclamato da quest’ultimo nella sua estrema e finale interpretazione de “L’ultimo nastro di Krapp”. D’altronde, entra in gioco la capacità di sintonizzarsi drammaturgicamente su un testo; certo non dimenticando che la grande vitalità del teatro consiste anche nell’interpretare secondo i propri abbrivi tutti i segnali e gli indirizzi che il testo stesso contiene, compresi quegli elementi cinematografici, tagli di luce, montaggio degli ambienti e successione delle scene, ecc. che l’autore – regista, già prestato al cinema come sceneggiatore, andava sperimentando proprio negli anni della nascita del Free Cinema.

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La commedia fu scritta da Pinter a più riprese nell’arco di un ventennio prima di essere portata da lui stesso in scena nel 1980; in un successivo allestimento il drammaturgo addirittura interpretò Roote, il direttore – despota di una speciale e ambigua “casa di cura” (il titolo originale esplicita alcune delle caratteristiche della “casa”, il discorso sulla commistione di poteri pubblici e privati nel teatro di Pinter assurge sempre a dimensione politica, talvolta militante più spesso civile). Altra questione da tenere conto è che nello stesso torno di anni, la fine degli anni cinquanta, si andava affermando dall’Inghilterra un movimento “antipsichiatrico” che attecchì anche in Italia, soprattutto grazie a Franco Basaglia. Insomma, Roote è personaggio, perno della commedia, scosso da alta tensione critica, caricaturale secondo i canoni dello humour inglese – quindi dovrebbe ritenersi esclusa la farsa tutta italiana, quando al contrario si sarebbe dovuto virare piuttosto sulle grottesche e abbiette figure che da Swift a Henry James sostanziano la letteratura anglosassone – e che tiene in scacco impiegati, segretarie, operai da Gibbs a Lamb passando per Cutts e gli anonimi e numerati pazienti, concedendo loro quella libertà di linguaggio (e di costumi) che come più volte Pinter medesimo ha sottolineato non corrisponde per nulla alla realtà dei fatti.

La serra di Harold Pinter trad. Alessandra Serra
Regia Marco Plini con M. Malinverno, V. Banci, L. Mammoli, F. Mascagni
Produzione ERT Fondazione e Teatro Metastasio Stabile della Toscana

Visto al Teatro Franco Parenti di Milano il 30 gennaio 2015

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