Teatro, Teatrorecensione — 07/11/2014 18:41

Le Troiane e la Venere degli stracci

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PISA – All’interno della rassegna Teatri di Confine, arriva al Sant’Andrea di Pisa la tragedia euripidea, insieme potente denuncia contro la guerra e accorato compianto. Un testo a suo modo rivoluzionario nella Grecia classica perché Euripide non solamente dà voce ai vinti – e, in particolare, alle donne – come già aveva fatto Eschilo nei Persiani, bensì in quanto (seppure rifacendosi al mito) denuncia esplicitamente l’imperialismo ateniese, dimostrando un’autonomia di giudizio e una libertà di espressione che sarebbero difficili da rintracciare perfino oggi, in tempi bui in cui la guerra si è trasformata in missioni di pace ed esportazione della democrazia. Doveroso e valido, quindi, riproporre l’intera tragedia – o anche solo dei frammenti – in questo scorcio di tempo funestato da centinaia di conflitti in tutto il mondo.

Ma veniamo allo spettacolo in sé: due montagne di stracci che rimandano simbolicamente alle spoglie e iconograficamente sia alle opere di Pistoletto sia agli abiti accatastati nei lager. Rumori di sottofondo di un attacco aereo. Faretti che, dal basso, sferzano il volto delle attrici illuminandole a turno, come durante un interrogatorio di un film in bianco e nero degli anni Quaranta. La cornice del Sant’Andrea – ex chiesa che conserva intatta la propria struttura – che fa da sfondo perfetto nella sua spoglia austerità, invitando al raccoglimento e all’ascolto. L’atmosfera, quindi, è ricreata alla perfezione: il pubblico è vicino alle interpreti, fisicamente ed emotivamente, per coglierne il racconto e riflettersi nelle loro emozioni.

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E qui veniamo a quelle che, secondo noi, sono le dolenti note. Perché mettere in scena Le Troiane? In funzione antimilitarista, femminista, quale denuncia della nostra quotidianità ormai avvezza ai genocidi e alle violenze contro le donne e contro i vinti? Questi frammenti di tragedia non posseggono la forza dirompente dell’intera tragedia, è ovvio, e nella loro scelta stridono a livello concettuale e interpretativo. In parole semplici. Se il messaggio è pacifista, vi è contraddizione tra la speranza di Ecuba che Astianatte – figlio di Ettore e suo nipote – un giorno la vendichi e ricostruisca Troia e il suo lamento sulle spoglie del bambino, ucciso dai greci, ai quali chiede perché temessero un fanciullo tanto da ammazzarlo (forse per evitare la sua vendetta e l’edificazione di una nuova Troia?). Se si volesse rintracciare un messaggio femminista, questo si concilierebbe poco con la figura di Andromaca – rapita e costretta a sposare Ettore – che accusa Elena di concupiscenza e di non essere stata saggia, dimostrando ribrezzo per una donna che si concede ad altri, dimenticando i suoi doveri di sposa.

Dopodiché non si suicida – magari gettandosi col figlio da una torre di Troia – ma acconsente, con una certa pacatezza, ad andarsene con Neottolemo (figlio di Achille) – e, in seguito, sappiamo che l’inconsolabile ritroverà pure l’amore con Eleno (fratello di Ettore). Sempre da questi frammenti – il cui linguaggio è, a volte, alto e altre decisamente colloquiale – non emerge nemmeno un minimo di solidarietà al femminile. Ecuba è sprezzante con Elena e fieramente orgogliosa dell’imbelle Paride, completamente priva del minimo senso critico e della capacità di riconoscere il dolore comune a tutte le donne che, in quell’epoca (e ancora oggi), sono semplici oggetti del potere maschile. Di Andromaca abbiamo già detto. Cassandra veleggia tra attacchi di epilessia e vaticini di vendetta, sopravvalutando se stessa (Clitemnestra ucciderà Agamennone più per sete di potere, vendetta per la morte di Efigenia e per tenersi Egisto che per gelosia nei suoi confronti). Per non parlare della scena in cui Ecuba, Cassandra e Andromaca torturano Elena, cercando persino di affogarla immergendole a forza la testa in una tinozza: pessimo esempio di guerra tra poveri e invidia tutta al femminile.

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In breve, questi personaggi non convincono perché i frammenti non hanno l’afflato della tragedia autentica né un piglio coerentemente attuale con i tanti, troppi ritratti che si potrebbero cucire sulle storie delle donne vittime della guerra e della violenza maschile. Si pensi ancora alla canzone che intonano le protagoniste, all’inizio, per denunciare quella violenza: bella in sé, stride quando si pensi alla sua astoricità – le donne dell’antichità e del mito (ma persino le donne italiane di inizio Novecento o quelle che ancora oggi vivono in tante parti del mondo) non potevano essere coscienti della loro condizione: essere oggetti sessuali, trofei di guerra, mogli e soprattutto madri a forza, o condizioni per la firma di un trattato o per un’alleanza tra nazioni era una condizione tristemente “normale” – sia tra le nobili che tra le plebee. Così come l’inno di Troia ci è sembrato più un canto di battaglia e di orgoglio nazionalista, che un lamento d’amore per una terra perduta. Un orgoglio così maschile…
In questo quadro spicca, distinguendosi nettamente, Elena (interpretata dall’ottima Sandra Toffolatti), che risulta il personaggio meglio costruito: moderno, capace di adeguarsi alla sua condizione e di reagire con intelligenza. Elena è una donna che vuole sopravvivere, nonostante tutto, consapevole dei suoi limiti e delle necessità storiche. Il suo monologo di fronte a Menelao è il pezzo più bello e toccante dell’intero spettacolo. La sua interpretazione, di taglio decisamente e coerentemente contemporaneo, è impeccabile.

(Ha collaborato Luciano Uggè)
 
Visto al Teatro Sant’Andrea di Pisa giovedì 6 novembre
 
Le Troiane. Frammenti di tragedia

da Euripide

progetto di Mitipretese (Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti e Maria Angeles Torres)

con Gianna Giachetti, Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti e Maria Angeles Torres

scenografie e direzione tecnica Mauro De Santis

musiche Francesco Santalucia

costumi Cristina Da Rold

produzione Artisti Riuniti
in collaborazione con Mitipretese

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