Teatro, Teatrorecensione — 07/10/2011 22:03

Gli “Alveari” sono popolati dalla giovane generazione che crea il futuro

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Quante volte abbiamo pensato alla paura di perderci nel bosco, incapaci di ritrovare la strada per uscirne, o sognarlo come un luogo oscuro, popolato da misteriose creature. Fin da bambini le fiabe, ci raccontavano di foreste cupe , buie, misteriose, in cui regnano forze oscure. Un luogo di iniziazione per eccellenza è da sempre il bosco, riconducibile ad un archetipo originatosi ai tempi della cultura greca antica. Un rito universale, dove una giovane vita deve superare la prova per raggiungere la maturità, ed essere considerato poi uomo adulto. La valenza simbolica del bosco come uno spazio ostile, irto di ostacoli, metafora di un altro spazio più oscuro e sconosciuto, qual’è inconscio umano. Il bosco è l’impedimento per proseguire nella propria vita, alla ricerca della felicità e della realizzazione dei propri desideri.

Nella realtà i boschi sono divenuto nel corso dei secoli, il luogo ideale dove l’uomo ha nascosto altri esseri umani, gli ha rapiti, abbandonati, sepolti. Eppure il suo fascino è indubbio. Chi non vorrebbe entrarci, anche solo per curiosità? Come hanno fatto un ragazzo e una ragazza finiti “Nel bosco” portato in scena dalla Compagnia Capo Trave agli “Alveari”, il “luogo che meglio caratterizza l’anima del festival” Contemporanea di Prato, dove gli artisti si sono potuti cimentare in progetti creativi sperimentali, liberi di poterlo fare, senza vincoli di carattere distributivo. “ Nel bosco” (un primo studio in divenire) il terreno era cosparso di foglie secche (vere) che scricchiolavano sinistramente e saturavano l’aria di polvere,creando così la sensazione di viverlo realmente quel paesaggio soffocante. Lui è in fuga, inseguito da una “minaccia concreta e mortale” , circondato da alberi spogli, simili a strane figure scheletriche. Lei entra deliberatamente in questo spazio dove la luce deve faticare per infilarsi tra un groviglio di rami, braccia senza vita, ragnatela di legni induriti dal trascorrere del tempo secolare. La giovane donna è alla ricerca di una sua indipendenza, di una identità. Sono entrambi attirati dal quel vortice apparentemente senza vita. Il silenzio è rotto solo dai passi che avanzano, escono due figure umane dall’ombra oscura, da un nero denso di attese. Quali saranno? C’è apprensione e provocazione. Lui si spinge oltre, provoca la sua estemporanea partner, lei è spaurita e intimidita. Sono due poli opposti che si attraggono e si respingono. Un approccio seduttivo che diventa un rituale, un gioco, una lotta per la supremazia, nel tentativo di comunicare. Il contatto fisico sembra trovare tra i due un punto di fusione, l’inizio di una conoscenza. Non sarà così.  Il bosco gli dividerà di nuovo. Ma in quel bosco c’è un’atmosfera strana, su cui incombe una presenza inquietante. Quando apparirà?

Il lavoro di Luca Ricci punta su una drammaturgia per immagini, simile a fotogrammi di un film, dove lo sguardo dello spettatore è attirato dal “non visto”, dal “non ancora accaduto”. C’è quell’attesa spasmodica che non trova sfogo. La ricerca del regista, affiancato da Lucia Franchi e da Roberto Gudese e Alessia Pellegrino, alla loro prima esperienza, (una presenza scenica promettente), segue la faticosa e fragile crescita di due adolescenti che si incamminano verso un traguardo chiamato “età adulta”, da dove sarà impossibile tornare indietro. Forse era meglio restare in quel bosco…

 

Nel Bosco (primo studio)

ideazione e drammaturgia di Lucia Franchi e Luca Ricci

collaborazione alla scrittura scenica e azione Roberto Gudese e Alessia Pellegrino

scena Katia Titolo

ambiente sonoro Fabrizio Spera

luci di Gianni Staropoli

regia di Luca Ricci

Il secondo progetto ospite della sezione “ Alveare II” prometteva una scena più confortante, meno inquietante (ma lo stupore e l’effetto scioccante doveva ancora arrivare) , dove un anziano vive nella sua solitudine malinconica. È Tonino “Romito”, alias Matteo Fantoni alle prese con quel mondo scandito dal tempo che non trascorre mai, fatto di abitudini ripetitive, regredite verso una vecchiaia che avanza inesorabilmente. Romito è un uomo che rincorre la vita, ultimi scapoli di un’esistenza dove la società si mostra indifferente ed egoista.  Ha un forte attaccamento ai suoi ricordi personali, accende le luci del suo minuscolo albero di Natale, si circonda di oggetti affettivi, è solo e sperduto, il silenzio in cui è immerso è interrotto solo dalle immagini di un vecchio filmino in bianco e nero. Ci sono i suoi cari, gli affetti di una famiglia.  Lo guarda come uno guarda al suo passato e rivede alla moviola una vita destinata ad essere archiviata. Tonino ha una strana faccia, grande rispetto al suo corpo. Una maschera -viso fatta di cartapesta e farina di legno, simile a quelle indossate dagli attori della Familie Flöz, ma non così grottesca come quelle utilizzate dalla compagnia germanica. La sua (creata da Matteo Fantoni) non deve far ridere, Romito ha ben poco da ridere nella sua vita. Lui ha solo un desiderio, quello di non essere abbandonato. Desidera lasciare un’eredità, di lasciare una traccia della sua esistenza. Tende a isolarsi perché è convinto che la sua condizione sia quella di dover rinunciare a qualsiasi aspirazione. Fantoni cerca una strada del tutto personale in cui trarre delle risposte ad un dilemma esistenziale. La vecchiaia come può essere vissuta? Non da risposte esaustive (è pur sempre un primo tentativo drammaturgico necessariamente in via di sviluppo), ma c’è in questo performer, la volontà di indagare, studiare, con una sua poetica ben delineata. C’è la cura dei particolari, la serietà messa al servizio della creatività. Il suo Romito non parla ma è alla ricerca di un senso. Non sappiamo se lo troverà, ma l’impegno è lodevole. Così come era stato convincente in Leoni, anche in Romito, si apprezza il tentativo di comunicare un messaggio semplice e diretto.

 

Romito di e con Matteo Fantoni

creato e interpretato da Matteo Fantoni,  co-regia Sara Venuti musiche, musiche di N. Paganini,  maschere, scene, video e disegno luci Matteo Fantoni Attori in video Mirco Sassoli, Cristina Valiani, Michele Mori, Sara Venuti, Roberto Dragoni, Akira Dragoni


Due corpi nudi in mezzo al pubblico che ci fanno? Uno è di donna, l’altro di un giovane ragazzo, spogliati dei loro vestiti, lasciati cadere per terra, mentre si viene invitati a prendere posto in piedi ai lati di una sala fredda, algida, con le piastrelle bianche, infissi di ferro alle pareti scrostate in più punti. Spazio metafisico, da archeologia industriale, qual’è l’Officina Giovani, spazio trasformato in un cantiere performativo, messo a disposizione delle giovani compagnie che presentavano i loro progetti creati appositamente per “Alveari 2011”. A testa in giù, appesi ad un laccio che avvolge le caviglie, in mezzo ad un’arena rettangolare, Alessandra Coppola e David Zagari, abbracciati come se volessero sostenersi a vicenda, avviluppati in un contorcimento fisico che i performer  dicono ispirati al Tableau Vivant del Diciannovesimo secolo (composizione scenica costituita da uno o più personaggi in posa, raffiguranti spesso opere d’arte in modo identico a quelle originali), con l’intento di “costruire un’immagine che viva sul confine tra opera d’arte e corpo sociale”, facendola vivere finché le loro energie fisiche non si esauriscono. Una posizione estrema, faticosa, al limite della sopportazione, “We hang our heads down as we skip the goodbyes”, impressiona per la concentrazione dei due protagonisti, nel silenzio assoluto di tutti i presenti, l’immagine dei due corpi evoca scene già viste, estreme, dotate di assonanze visive anche drammatiche. Ognuno può vederci quello che più pensa sia similare ad altri “quadri viventi”, senza dover trovare un significato ben preciso. I corpi nudi riverberano emozioni apparentemente sopite, pensieri condivisi con la propria anima, nell’intimità più profonda. Non c’è artificio o volontà di stupire nello stare a testa in giù (la durata è variabile e la sera in cui abbiamo assistito, il tempo di durata non è andato oltre i 13 minuti), ma solo un meditato e “doloroso” (le caviglie di David Zagari hanno risentito del laccio che si stava sciogliendo) percorso di avvicinamento a quelle sensazioni, a volte nascoste, di cui ci possiamo vergognare, ma appartenenti al nostro essere fatto di carne ed ossa, oltre che da un cuore che batte e un cervello che pensa.

 

We hang our heads down as we skip the goodbyes

idea e performance di Alessandra Coppola e David Zagari

Ritorna nuovamente lo studio del corpo, questa volta in relazione stretta con l’ambiente, un cubo trasparente, claustrofobico, imprigionato dentro una teca di vetro. Dentro si muove, o per meglio dire, si agita un corpo femminile in preda ad un spasmodico tentativo di trovare una via di uscita. Come un animale in gabbia. I suoi movimenti sono convulsi, ripetuti, frenetici, trasmettono ansia, angoscia. Il gruppo nanou crea un contenitore simile ad uno schermo dove lo sguardo viene catturato da un gorgo che trascina verso il basso. Lo ha chiamato “Interno” dove per interno ci sta anche l’inconscio, esplicitato senza remore, dagli stessi creatori dell’installazione dove agisce Rhuena Bracci. Il gruppo nanou, si legge nella breve presentazione del loro progetto, si è ispirato agli studi teorici del regista Ejezenštein sulla forma cinematografica e ne “esaspera la teoria dell’inquadratura perfetta per asservirla al racconto dei mutamenti dell’inconscio”. È in continua evoluzione questo mutamento, il corpo appare, scompare e riappare, per un breve istante esce allo scoperto allorché la performer si svela nella sua corporeità, ma è solo un frammento, dopo di che ritorna ad abitare quei meandri dell’inconscio, abitati da oniriche visioni. Non c’è nessun tentativo di relazionarsi con il mondo esterno, ma preferisce galleggiare in un limbo impalpabile. Lo stesso che a volte emerge dal nostro io interiore, popolato di sinistri fantasmi. È una ricerca, virata sul simbolismo delle immagini, materiche ed evanescenti allo stesso tempo. Una forma di rappresentazione che non ha confini esplicitati. Potremmo specchiarci dentro quel contenitore e vederci qualcosa che non ci piace. I nanou si dicono sicuri del rischio: “Interno è l’epifania dell’inconscio squallido”.

 

Interno di Nanou & Letizia Renzini

con Rhuena Bracci

suono Roberto Rettura

con il sostegno di galleria ninapi

Alveari II – festival Contemporanea – Teatro Metastasio Prato

visti il 29 settembre 2011

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