Teatro, Teatrorecensione — 06/10/2017 14:45

“Octavia Trepanation”: denuncia della tirannia sanguinosa

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VICENZA – È un’ardita sintesi di linguaggi, epoche e culture diverse lo spettacolo «Octavia Trepanation» ideato da Boris Yukhananov (che ne cura anche la regia) e Sergej Adonjev. Prendendo come base una tragedia latina di argomento storico, “Octavia”, attribuita a Lucio A. Seneca, il filosofo precettore di Nerone, i due artisti russi propongono una riflessione sulla tirannide e sul rapporto tra potere e arte. L’allestimento (una coproduzione dello storico Stanislavsky Electrotheatre Mosca, con la Fondazione Lenin UK e Holland Festival, in collaborazione con Change Performing Arts), che ha debuttato lo scorso giugno all’Holland Festival di Amsterdam, è stato ripensato per il Teatro Olimpico di Vicenza (in programmazione dal 5 all’8 ottobre scorso, nell’ambito del 70 esimo Ciclo di spettacoli Classici) curato da Franco Laera – con Adriana Vianello e Virginia Forlani – trovando all’interno del sublime, quanto difficile, spazio palladiano una nuova dimensione scenica sospesa tra passato, presente e futuro.

 

foto di Luciano Romano

Musica, canto (su libretto di Boris Yukhananov e Dmitri Kourliandski, autore delle musiche), danza (coreografia di Andrei Kuznetsov-Vecheslov), e la recitazione in russo con sopratitoli, oltre all’arte visiva, concorrono, senza stridere tra loro, a disegnare una riflessione non banale sulla violenza che accompagna il potere e sostiene la tirannide, creando una connessione tra il regno neroniano e la rivoluzione bolscevica attraverso l’innesto nell’opera latina di testi tratti da un saggio di Lev Trotskij su Vladimir Lenin. Alle contaminazioni testuali si affiancano quelle scenografiche (le scene sono di Stepan Lukyanov, i costumi di Anastasia Nefyodova) non meno dirompenti e spiazzanti: venti riproduzioni delle statue dei guerrieri di terracotta ritrovate nel Mausoleo del primo imperatore Qin a Xi’an in Cina sono dapprima dislocate sulla gradinata (rosso sangue come i bagliori di luce creati dal light design Sergei Vasilyev), che dilaga nella platea del teatro, per poi essere spostate a fiancheggiare gli scheletri di tre imponenti Centauri. Tutti i guerrieri sono privi di testa a simboleggiare la loro totale sudditanza agli ordini del tiranno, che li manovra a proprio piacimento. Sul palco, accanto a Seneca, rivestito della toga romana, compaiono un generale nipponico, Trotskij e, in successione, Nerone, lo spettro di Agrippina, madre dell’imperatore, assassinata per ordine del figlio, e quattro donne simili a marmoree Cariatidi che intonano il lamento della sfortunata Ottavia, la moglie ripudiata e poi fatta uccidere dal tiranno.

 

foto di Luciano Romano

Sul velatino che chiude la prospettiva della Tebe scamozziana vengono contestualmente proiettate le immagini registrate del debutto olandese, con la scena dominata da una testa gigantesca caratterizzata dalle fattezze di Lenin. Nel cranio aperto come per un’operazione chirurgica compaiono personaggi monologanti e in ultimo un Buddha. La matrice di violenza e di odio di cui si nutre il tiranno è stata asportata e sostituita con un simbolo auspicio di pace e di armonia. Pur nella pletora di segni e messaggi eterogenei, lo spettacolo ha una propria compattezza semantica, percepita e apprezzata dal pubblico, e la qualità, rara, di porsi in un rapporto dialettico col monumento antico senza prevaricarlo o violentarlo, ma incastonandosi al suo interno mantenendo una propria fisionomia. Condanna di violenza e guerra, denuncia dell’inutilità dei conflitti feroci e sanguinosi, aspirazione a un futuro di serena prosperità sono i messaggi veicolati attraverso un’arte, quella del teatro, sempre più necessaria nel contesto dei nostri tempi bui.

 

 

Con Arina Zvereva (Agrippina), Sergey
Malinin (Nerone), Alexey Kokhanov (Seneca), Vassily Korystylev (Prefetto),
Yury Duvanov (Trozky)

Visto al Teatro Olimpico di Vicenza il 5 ottobre 2017

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