Teatro, Teatrorecensione — 06/06/2014 21:59

Otello in carcere diventa “H20tello” per raccontare la violenza sulle donne

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PRATO – La Toscana è da molti anni la regione impegnata a sostenere progetti di formazione e produzione teatrale nelle carceri; con risultati talvolta anche di straordinario valore artistico. Non solo Volterra è sede di sperimentazioni, ma anche diversi altri spazi carcerari si sono aperti alla pratica teatrale e fra questi La Dogaia a Prato dove da alcuni anni opera la giovane regista Livia Gionfrida col suo gruppo Teatro Metropopolare. Da molti anni la regista opera con la sezione maschile in laboratori che si concludono con la messa in scena di uno spettacolo aperto al pubblico mentre le repliche sono esclusivamente dedicate ai detenuti. La regista ha scelto di lavorare su Shakespeare con una programmazione triennale. La trilogia si è conclusa proprio quest’anno con una riscrittura dell’Otello.

Di cosa parla l’Otello?-scrive in una nota di regia la Gionfrida –  Tantissime possono essere le trame che ogni volta si possono rintracciare in ogni opera di Shakespeare, ma noi ci siamo concentrati su una cosa soltanto: perché un uomo come Otello si trova protagonista e artefice di un femminicidio? Che cosa ne pensano i detenuti del carcere di Prato della violenza sulle donne? Come sarà accolta la nostra opera dal pubblico dei detenuti per i quali facciamo le nostre repliche?

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Con questa premessa in testa ci siamo incamminati nei corridoi infiniti del carcere fino a raggiungere lo spazio dell’azione: una palestra o meglio un campo di basket con alcuni attori-detenuti in maglietta numerata ad accoglierci. Vengono distribuite delle bottigliette d’acqua con sopra la scritta H20tello, una sollecitazione mentale che apre una chiave di lettura sull’intera operazione sia scenografica che di regia. L’acqua infatti raffigura lo spazio del simbolico femminile dalla parte di Desdemona quindi, ma è anche la suggestione dello spazio in cui avviene la trama della tragedia del Moro. Venezia ma anche Cipro e quindi il mare.

Ecco che allora grandi contenitori d’acqua vengono trasportati su e giù per lo spazio scenico su carrelli di portavivande mentre si svolge la “partita” fra Otello e Jago con un coro di altri coprotagonisti personaggi-giocatori. Otello il Moro è impersonato da un attore marocchino, Desdemona è bianca come la neve, il padre Brabanzio gran signore di Venezia recita con forte accento inglese e abito moderno in linea. Gli attori-detenuti sono tutti stranieri (purtroppo nelle carceri italiane abbondano per complesse ragioni), le nazionalità sono albanesi ( Jago), il Coro un mix di razze: Africa,Albania, Polonia, Romania, Brasile.

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La narrazione delle vicende della tragedia avviene in modo rapsodico, si alternano azioni sceniche veloci e atletiche- passaggi di palla, arrampicate sulle strutture delle porte che sostengono i due canestri. Dalla scena del fazzoletto (con una Emilia picchiata e ricattata da Jago) fino al climax del delirio di gelosia di Otello, è un crescendo di pathos. Lo spazio è interamente occupato dal Coro-giocatori come in un match all’ultimo canestro. Straordinariamente efficace la scena che precede l’assassinio della sposa innocente, con Otello al centro della scena in preda al delirio: come da tragedia greca, qui le Erinni si trasformano in scimmie ululanti con addosso occhiali enormi da sub che danzano intorno all’uomo in un macabro rito.

Le ossessioni, le paure, le fantasie, le allucinazioni sonore- cornuto, gli sghignazzi prendono voce dentro la testa del Moro fino a farlo impazzire. Segue un’altra scena molto densa con gli attori-coro che immergono la testa dentro secchi d’acqua-l’atto dell’affogare, e di nuovo ricorre ossessivo l’elemento acqua, lo sprofondare dentro un’acqua che anziché vita porta morte.

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Uno spettacolo coraggioso, ricco di invenzioni e di spunti originali questo firmato dalla Livia Gionfrida, esile donna che combatte ogni giorno con le difficoltà del portare avanti la sua ricerca artistica in un luogo difficile qual’è quello del carcere e che con piglio volitivo riesce a trasformare uno spazio chiuso per persone private della libertà in un mondo possibile altro, creativo giocoso ed anche di arricchimento intellettuale.

Teatro Metropopolare
Regia Livia Gionfrida

Visto il 23 maggio al Carcere La Dogaia di Prato

 

 

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