Teatro, Teatro recensione — 06/03/2015 01:12

Santo Genet: site specific iperrealistico

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punzo

BOLOGNA – Per capire “Santo Genet” bisogna andare indietro nel tempo. A venti anni fa. ”Avevamo già letto The Brig nel 1990, ma decidemmo che non era il caso di affrontare questo testo che ci portava a confrontarci direttamente con il tema del carcere in un momento in cui sentivamo che era più importante prendere le distanze dal luogo e dal contesto in cui operavamo”: il Carcere di Volterra, La Fortezza. C’è un modo postumo di leggere oggi quelle note, che raccontavano la genesi della messa in scena de “La prigione” , testo – base del Living Theatre e prosecuzione non solo ideale della prima regia del Marat – Sade di Weiss mediato da Peter Brook, dittico iniziale di quel pantheon storico-critico che trova albergo negli spazi propri del carcere durante i giorni del Volterra festival, ed è quello fornito dalla visione di “Santo Genet”.

Con l’attraversamento dell’intera opera di Jean Genet, poeta, scrittore e drammaturgo francese, lui stesso ladro e stretto ai margini della società per la sua diversità, Armando Punzo e i detenuti – attori della Compagnia della Fortezza, hanno compiuto la loro “traversata nel deserto” che li ha portati a teorizzare l’impossibile utopia di un Teatro Stabile in Carcere. Di fatto trasformando un luogo di dolore e sofferenza – i modi di espiazione di una pena non sono esenti da discussioni che coinvolgono operatori, interpreti e società civile – in una piccola comunità capace di cogliere e far cogliere a chi vi entra la gioia di poter far teatro e rientrare nel circolo esistenziale della vita e della realtà. Questa sarà la lotta dei prossimi anni per la Compagnia della Fortezza e per il suo regista-demiurgo e il perseguimento di un fine così alto sarà il compimento, se dovesse come in tanti auspichiamo accadere, sarebbe il compimento di una rivoluzione di portata storica per il teatro italiano ed europeo.

Nel frattempo c’è tutto un lavoro di comunicazione, dispiegato peraltro con un uso critico e intensivo dei social media, che Carte Blanche, braccio operativo della Compagnia e cervello organizzativo del Volterra Teatro, sta portando avanti in tutta Italia attraverso la capillare promozione degli spettacoli, spesso accompagnati da iniziative collaterali, perlopiù editoriali o laboratoriali, che hanno la funzione di guida all’arte della Fortezza. Detto questo, per quasi due settimane Bologna, nelle sue università, cinema e laboratori e infine nella doppia replica all’Arena del Sole, ha ospitato una serie di eventi, lezioni, workshop con Punzo e i suoi attori “intorno a Santo Genet della Compagnia della Fortezza” racchiuse nell’epigramma:”Voi non conoscete la sofferenza dei santi”. Proprio in teatro è avvenuta l’auspicata epifania dello spettacolo. L’emigrazione dal carcere e l’approdo in palcoscenico, non ha operato sullo spettacolo stesso una destrutturazione al quadrato della drammaturgia registica operata da Punzo delle stanze del castello di Irma ricreate nei corridoi e nelle camere di detenzione dismesse della fortezza volterranna, ma le ha ricreate in un site-specific iperrealistico, post-moderno, in cui la citazione si espande alle epoche, e di tale rara potenza scenografica e verbale da consentire quel dialogo monologante e carico di tensione con il pubblico che da sempre è la cifra stilistica della compagnia toscana.

Compagnia della Fortezza. Santo Genet
Drammaturgia e regia Armando Punzo
Visto al Teatro Arena del Sole  di Bologna il 22 febbraio 2015

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