Teatro, Teatrorecensione — 05/12/2013 17:10

Il cadavere lunghissimo italiano. Fabrizio Gifuni racconta con successo un’Italia pasoliniana

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La situazione è intima, tavolini da piano bar ed un one man show, un imbonitore. Fabrizio Gifuni, maglietta e pantaloni di flanella, quasi da emigrante ad Ellis Island, ci attende, ci aspetta, nel suo fisico esile e filiforme, la sua barba cupa e saggia. Le luci addosso al pubblico, perché la platea deve sentire che le parole sono a loro dirette, qui non si può più fingere o scappare dalle responsabilità, dalle connivenze, dalla complicità. Non si può più stare nel buio, passivi ad attendere che altri facciano scelte, che muovano le pedine, che decidano per noi ancora una volta per poi lamentarsene.

Siamo sulla scena, chiamati in causa. “Na specie de cadavere lunghissimo” è un ribaltamento, uno sdoppiamento della vicenda pasoliniana, prima le parole in forma di arringa (altro che Grillo!) su società, Vaticano, Democrazia Cristiana, forze armate, televisione, dell’intellettuale friulano di Casarsa, ma con abiti poveri, da strada, nella seconda, in completo bianco. Le due facce della stessa medaglia: P.P.P. e chi lo ha ucciso, metaforicamente, simbolicamente o fisicamente. Il doppio, il nero e il bianco, la lingua alta, colta e quella popolana, da slang farfugliato, di onomatopeiche ciancicate e smozzicate.

Si alza, cammina tra la gente, si dona generoso al servizio del testo, di un’idea. E’ onesto, sincero, esce una verità, una sete di sapere e giustizia più alta del luogo che calpesta, dentro le fosse della Storia. Altro che Timi. Ed ha questo sorriso disarmante mentre enuncia le peggiori colpe disgraziate italiote, “Non ci sono più esseri umani” o “Il complotto ci libera dal confrontarci con la verità”, e ti lascia lì con quella veemenza diffusa e diretta, piglio senza il cipiglio arrogante del pulpito-patibolo. Una conferenza da passeggio.

Ed è uno dei pochi che riesce a non soccombere passivamente davanti alla maleducazione del pubblico disattento e irrispettoso di un teatro all’italiana: risponde, sempre nella parte e sempre nel testo, ad una signora alla quale è squillato il telefono nella borsetta, tossisce in faccia, guardandoli negli occhi, a tutti quelli che danno colpi di raucedine a raschiare le corde vocali nemmeno fossero soli nella loro stanzetta. Pasolini evidentemente aveva ragione sulla degradazione antropologica instaurata da scuola, televisione, giornali, consumismo. Potremmo dire meno male che Pasolini non si è dovuto sorbire Berlusconi e la sua deriva. Che cosa ne avrebbe detto, scritto? Ci manca. Qui c’è tutto tranne che il populismo di bassa lega.

Meno male che Gifuni c’è. Ti riconcilia con il teatro dopo visioni come Lavia o lo stesso Timi. Il cadavere lunghissimo pare essere lo stivale italiano allungato e stirato e messo sotto ruote e cingolati caterpillar che tutto polverizzano e riducono a poltiglia e spingono nel fango della periferia del pensiero. Altro che le recenti facili scelte teatrali di Favino.

Quando parla di “omologazione repressiva” è tutto un guardarsi e un non riconoscersi; come a dire: non parlano di me, parlano degli altri. Invece Gifuni-Pasolini, il presente, il corpo, e le parole senza tempo, toccano tutti, pungono sul vivo, su una ferita non rimarginata, dove è impossibile, seppur con tutti i tentativi plausibili, operare una chirurgia plastica. Cosa avrebbe detto Pasolini della finta democrazia del web? I geni andrebbero clonati. Come Carmelo Bene. Pasolini è ancora rivoluzionario e l’antidivo Gifuni è il suo profeta. Noi siamo Pinocchi responsabili al suo/loro cospetto.

E quando la fiammata concettuale e cerebrale sembra esaurirsi ecco la vampata di pancia, quella calda che ad un primo soffio non pare arroventata e bruciante come tizzone e brace. Il grammelot di periferia, la maschera grottesca e dalla bocca aperta di romanesco quasi funariano, quelle parole taglienti e d’assonanze primitive borgatare, a volte ghigno a volte sghignazzo s’esaltano nel suo atletismo futurista, nella forza viscerale su e giù sui tavoli come cubista, elettrico cozza e salta e s’avvinghia dinoccolato su una lingua di luce che rende le tavole di legno della platea svuotata una sfilata dove correrci come leone in gabbia, un limbo da parata dove lanciare la sua danza eclettica, scimmiesco e sudato, gli occhi spiritati e questa lingua carnale e cavernosa, una parola che si fa cantata. Ora è un torero che inquadra il garrese dello sbuffante, adesso un tangheiro bloccato in posa plastica, ora è schermidore in attesa dell’errore altrui per infilzare, adesso è molto rock nel suo rap da ragazzo di vita. E alla fine fa un inchino al pubblico come si deve. Altro che Ennio Fantastichini.

 

“Na specie de cadavere lunghissimo”, un’idea di Fabrizio Gifuni, da Pier Paolo Pasolini e Giorgio Somalvico, con Fabrizio Gifuni, disegno luci Cesare Accetta, regia Giuseppe Bertolucci. Visto al Teatro della Pergola il 3 dicembre 2013.

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