Teatro, Teatrorecensione — 05/10/2012 08:28

Up To You il Teatro come riflessione critica Visioni e sguardi da Terni

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Up To You il Festival Internazionale della Creazione Contemporanea di Terni ha scelto di inaugurare un biennio dedicato alla riflessione sulla politica con il proposito di affidare all’artista la scelta finale nel decidere, intesa come responsabilità di sentirsi responsabili nelle scelte fatte. Così come è stato chiesto al pubblico di manifestare la propria posizione. Scegliere per dare una valutazione del prodotto artistico. Il Teatro come riflessione critica di una realtà ambigua dove si senta l’urgenza di capirne le contraddizioni nel tentativo di proporre soluzioni. Una sfida impegnativa che ha visto la partecipazione di 12 nazioni e un’offerta interdisciplinare molto vasta dal  respiro europeo.

 

L’America dentro le sue illusioni vestite di rosa.

Vestita di rosa come una Barbie un po’ consunta e stropicciata. Sta seduta a testa in giù in una posizione precaria come lo è poi tutta la sua vita. Rinchiusa dentro un soffocante antro nero circondato dal nulla. La sua esistenza è fatta di un vuoto esistenziale. C’è un quadro appeso alla parte, unico segno che fa capire come la sua vita può essere riconducibile alla realtà: la statua di una madonna. Il resto è tutta immaginazione partorita da una donna che ha 30 anni la cui vita trascorre sotto una campana di vetro. Sembra quasi che lo scorrere del tempo non incida sulla sua persona tant’è l’indolenza che la perseguita. Vive di sogni mai realizzati, di aspirazioni finite nel nulla. Immagina mondi lontani, si identifica in una reginetta americana degli anni Ottanta. Il pretesto per fantasticare paradisi artificiali dove galleggiare dentro una bolla di sapone leggera e fluttuante. Carolina Balucani è la protagonista di L’America Dentro (interno di una casa di bamboccione), una sorta di monologo che da anima e voce a un dialogo che rimbalza addosso a lei. Si interroga e chiede come sta ad un inesistente uomo, si rivolge alla madonna come se volesse una risposta che non potrà mai arrivare. Ripete i dialoghi come una sorta di coazione a ripetere di qualcosa che non troverà mai uno sbocco, una soluzione, un esito soddisfacente. Entra ed esce da quella sua irreale e immaginifica vita a cui aspira ma che poi è circoscritta all’interno delle quattro mura. Si respira un senso di soffocamento quasi claustrofobico che la drammaturgia di Giuseppe Albert Montalto esprime affidando alla presenza scenica e interpretativa di Carolina Balucani,  molto convincente  nel dare vita al suo personaggio.

Un viaggio senza fine?

Il viaggio della mente, buco da guardare. Fine o inizio di un viaggio chiusi dentro un’auto dove sembra non accadere nulla. Tu_Two Due alla fine del Mondo. Tamara Bartolini e Michele Baronio sono due come tanti ma allo stesso diversi dagli altri. Sembrano esistere solo in funzione della presenza di spettatori accolti all’interno di uno spazio che diventa luogo di rappresentazione. Breve per pochi alla volta. La possibilità di rivederla a distanza di un anno da quasi la sensazione di un’evoluzione della struttura drammaturgica del lavoro. Da un’iniziale sensazione che tra i due ci fosse in corso un conflitto teso a far uscire il lato più concitato di una relazione affettiva, si ha la convinzione di trovarsi di fronte ad un riavvicinamento della coppia a cui è accaduto di ritrovare una maggiore intesa. Suggestioni dettate da fantasie? Sensazioni motivate da pensieri estemporanei? Un viaggio della mente e forse nulla più.

Architetture di luce

Un’installazione all’aperto coloratissima definita una scultura praticabile monumentale e interattiva , ideata e creata da Alan Parkinson fondatore, designer e direttore artistico di Architects of Air, in grado di realizzare sculture pneumatiche. Un’esclusiva per l’Italia quella installata a Terni intitolata Exxopolis Luminarium: un labirinto che si sviluppava in percorsi tortuosi all’interno e visto dall’esterno dava l’idea di stare dinnanzi ad un castello fatato, un’ architettura islamica, una cattedrale gotica, fusi tutti insieme. Realizzato in pvc leggerissimo come ci spiega un collaboratore di Parkinson che nel 2012 festeggia 20 anni di tournée in 38 paesi. “Il disegno della struttura è servito per creare una struttura cucita tutta a mano. La luce naturale viaggia attraverso la plastica e cambia colore”- creando una dimensione onirica e suggestiva – “900 metri quadrati di superficie che vengono innalzati ad aria compressa in soli 20 minuti e danno la possibilità di essere visitati sia da adulti che bambini senza differenze e senza interferenze con quello che accade all’esterno”. Un’esperienza sensoriale capace di far provare un senso di meraviglia e stupore.

Il corpo che parla di Antonio Rezza

Meraviglia e stupore sono termini che appartengono alla carismatica presenza scenica di Antonio Rezza nel suo mirabolante Bahamuth. Non si risparmia l’eclettico artista dotato di un’energia incredibile. È un continuo susseguirsi di apparizioni e sparizioni, veloci, improvvise fughe e ritorni come conseguenza di azioni reiterate. Il corpo parla alla pari della parola, sono un’entità unica, indissolubile per Rezza. La parola prende forma si amplifica e si espande. Il corpo si piega ad ogni esigenza. Ritmo serrato, passi cadenzati, danzati, in un montaggio cinematografico. Una scatola trasparente fa da contenitore al trasformismo del protagonista coadiuvato da due assistenti vestiti da operai tuttofare: Ivan Bellavista e Giorgio Gerardi. Liberamente associato al Manuale di zoologia fantastica di J.L. Borges e M. Guerrero, Flavia Maestrella crea “un habitat” per Rezza. La costruzione è semplice quanto complessa nel suo visionario mondo dove far sentire a squarciagola quanto di più trascendente esiste e che noi esseri umani normali non siamo in grado di percepire. Il teatro di Rezza è in grado di trasportare lo spettatore in una dimensione altra e catturarlo attraverso una comicità all’apparenza semplice e fruibile. In realtà è qualcosa di ben più profondo e che assomiglia ad un inconscio collettivo rimosso e ancestrale. C’è come una volontà di sfidare l’ignoto nel tentativo di dare senso alla propria vita. Faticosa quanto si vuole ma indispensabile per non cedere alla rassegnazione e allo sconforto dove tutto sembra appiattirsi e apatico.

Un danzatore e un’escavatrice meccanica volteggiano nell’aria

Non è semplice teatro di strada tanto meno installazione performativa/visiva Transports Exceptionnels di Philippe Priasso e Eric Lamy. Un duo per un danzatore e un’escavatrice meccanica, strana accoppiata se si pensa che il primo danza e si fa trasportare in alto dalla pala del mezzo meccanico che solo a guardarla incute paura. Sembra esserci un feeling particolare tra il primo che volteggia e si muove con una leggerezza inaudita e il secondo alla guida dell’escavatrice. Lo definisce “un incontro inaspettato tra ferro e carne”, un braccio meccanico trasformatosi in un braccio umano che lo solleva, lo accoglie, lo accarezza e lo deposita a terra come farebbe un papà con il suo bambino. La sintonia tra gesto coreografico e umano e la meccanica si fondono per dare vita ad un’azione che cattura con il fiato sospeso e riesce a farti desiderare di partecipare per assaporare l’ebbrezza di lasciarsi “catturare” senza mai sentirsi prigioniero. Un esperimento dove mettere alla prova fatica fisica, precisione sincronica tra movimento corporeo e guida al mezzo.

Carne senza anima

Il ritorno al Teatro inteso come racconto drammaturgico è Carne di Michelangelo Bellani ispirato a Il visibile e l’invisibile di M. Merleau-Ponty e prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria/La società dello spettacolo. Terzo elemento di una trilogia che comprende La società dello spettacolo da Guy Debord e Il delitto perfetto da Jean Baudrillard. La messa in scena parte dall’assunto che “la carne è presenza, esistenza, autenticità. Non è il corpo che può essere offeso, umiliato, segretamente vissuto come colpa, anorressizzato, obesizzato, torturato, idolatrato, violentato; la carne è presenza, sintesi armonica di corpo e idea, evidenza e oscurità, verità e sconosciuto. Nella carne del mondo c’è tutto, ciò che appare e il respiro di tutto ciò che non si vede”. Una dichiarazione d’intenti che vuole assumersi una responsabilità assai impegnativa. Nella locandina si legge che la regia è di c.I. Brugher del quale non si hanno altre notizie ma si presume sia belga, in quanto la compagnia ha beneficiato di due residenze proprio in quel paese dove ha allestito lo spettacolo. Due prestigiose istituzioni teatrali come la Monty di Anversa e lo Stuk di Leuven. La scena è popolata dai performer (Marianna Masciolini, Michelangelo Bellani, Marco Rufinelli. Luciana Angeletti, Giulia Battisti, Caroline Baglioni) sottoposti a continue sollecitazioni fisiche, vocali, performative richieste dalla regia. Una complessità si segni e di gesti che tendono a sovrapporsi, a creare nello spazio nero della scena celato dietro una ragnatela che si illumina, un insieme di azioni a cui è difficile dare un senso compiuto. Non c’è una organicità che racconti la storia ma tanti frammenti. L’uso del microfono per amplificare la voce gestito da una seconda persona è una scelta già vista molte volte e rimanda a spettacoli della Valdoca. All’azione scenica corrisponde un commento musicale che francamente non trova una sua giustificazione plausibile: Rossini, Verdi, ouverture di opere liriche del repertorio buffo. Non c’è continuità e tutto appare sbilanciato.  Musica come questa ha una sua caratterizzazione troppo evidente e conosciuta. I corpi dei performer sono sottoposti a sollecitazioni continue ma appaiono più esercizi fisici là dove  la visione complessiva  manca di una sua organicità drammaturgica che sappia convincere.

Up To You Festival Internazionale della Creazione Contemporanea di Terni, visto dal 21 al 23 settembre 2012

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