Teatro, Teatrorecensione — 05/08/2012 18:50

L’impossibilità di esprimersi o la contraddizione dell’essere umano diviso tra maschile e femminile. Adriatico porta Copi nel parco dei Teatri di Vita

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Escono all’improvviso allo scoperto, sembrano in preda ad un frenetico desiderio di andare da qualche parte senza saperne la meta. Trascinano un telo di gomma bianca pesante ed ingombrante. Indossano costumi da bagno fosforescenti e sono truccate in viso vistosamente. Sono eccessive in tutto mostrando un’ esuberanza da travolgerle in uno strano destino che incombe e terminerà con un sacrificio collettivo. Sono madre e figlia a cui si aggiunge una terza donna, del genere femme fatale. Tre donne ma potrebbero essere anche uomini divenuti donne o trans, categorie permeabili ad un desiderio di essere quello che non si è ma che forse neppure si vorrebbe essere ma che da qualche parte (malgrado loro) sono. Stiamo parlando delle tre protagoniste de L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi, testo di Copi scritto nel 1971 e dato alle stampe con il preciso intento di rendere palese la sua omosessualità. Tre anime in pena che girovagano per il parco dei Teatri di Vita di Bologna, sotto un albero a cui sono stati appesi dei finocchi, ortaggio comunemente utilizzato in cucina, ma qui sospeso per aria come metaforico addobbo ad arricchire una parodistica commedia dai toni volutamente sopra le righe, scandalosamente vera e malinconica nel suo scandagliare dentro le pieghe di un universo umano che più contraddittorio di così si muore.

Il regista Andrea Adriatico ambienta la storia di queste sventurate confinate volontariamente in Siberia (il cambio di sesso è la loro colpa!), tra le fronde degli alberi, un prato arso dalla siccità che esalta la connotazione surrealistica del posto. Una sorta di pianeta lontano da noi quanto simile ad un mondo virtuale dove rifugiarsi in cerca di sollievo, in fuga da una vita senza scopo. Si fa strada nelle povere esistenze di queste donne, alla deriva senza speranza, un’ ineluttabilità   spinta verso  un’utopico miraggio per un amore agognato e mai realizzato.

Eva Robin’s, al quale il regista affida il ruolo di una vamp uscita da qualche rivista patinata, è intenzionata a portarsi via la sventurata Irina per ricominciare un’improbabile vita in Cina. Olga Durano (figlia d’arte di Giustino Durano, indimenticabile attore del teatro italiano) è una madre arcigna e severa mentre Anna Amadori è la figlia ninfomane quanto labile e vulnerabile. Tre attrici strepitose capaci di rappresentare la follia di pulsioni e sentimenti opposti, odio e amore, eros e thanatos, dove il perturbante è sempre in agguato. Copi anticipa con la sua lucida visionarietà e una buona dose di comicità pungente, alla base del suo teatro, capace di ironizzare la tragedia della vita di chi si sente relegato ai confini di una società che lo ha espulso.

Il diverso qualunque esso sia è tenuto alla larga e visto con sospetto. Ovvero la “difficoltà di esprimersi” con l’unica colpa di essere omosessuale. Le azioni sulla scena vengono reiterate come se un gesto, un comportamento umano  sia  vincolato dal meccanismo della coazione a ripetere. Più lo ripeti e più speri di rimuoverne la causa. Tutto inutile: Copi fa capire che dentro l’inconscio umano ci sono variabili impazzite che mai potranno essere sconfitte. Il dolore viene anestetizzato dal piacere dissacrante che fa sembrare tutto imprevedibile o meglio non prevedibile. Si può spiegare l’amore qualunque esso sia? Copi non lascia scampo e appena tu credi di aver decifrato un semplice indizio lui confonde tutto e rimescola le carte. Irina confessa una gravidanza ma cambia versione, ogni volta per ingannare la madre che tenta di sapere chi sia l’uomo responsabile di averla messa incinta.

Una figlia ex figlio? Un tempo era un uomo che ha desiderato diventare donna o il contrario? La sessualità che muta pelle . Di sicuro sono identità di genere in dissolvimento. Confini inesistenti, amori evanescenti. C’è materia in abbondanza per un manuale di psicoanalisi. Irina cerca la fuga da una madre possessiva e gelosa della Signora Garbo molto “garbata” e suadente, nonché insegnante di pianoforte della figlia, di cui forse è la responsabile della sua gravidanza ma a cui è difficile credere con gli strumenti del raziocino messo a dura prova comunque. Non per una legge della natura umana da rispettare ma per quel sentimento di incredulità che ti assale nel percepire come ne L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi, possa accadere di tutto o il contrario di tutto. E allora compaiono strampalati personaggi simili a folletti, (Maurizio Patella, Saverio Peschechera, Alberto Sarti), sbucati improvvisamente da dietro gli alberi. Appare un generale, il marito della signora, viene evocato un medico che si chiama Feydeau (e non può che pensare al celebre autore del teatro comico francese), per gli strani malesseri di Irina che espelle dalle viscere perfino un topo. Sembra tutto sovraccarico e ridondante ma la materia drammaturgica e teatrale di Copi viene resa con un’esemplare leggerezza dal regista Adriatico, esaltata dalla recitazione superlativa delle tre bravissime protagoniste affiatate e in grado di reggere la scena all’aperto a pochi metri dal pubblico che si diverte non senza cogliere un messaggio di sconforto alla base della commedia.

È un pungolo al perbenismo di una borghesia ipocrita messa alla berlina dall’autore argentino/francese. Tra secchielli e palette di plastica, una madonna di Lourdes formato giardino posta nell’angolo che crea stupore per una presenza impossibile da comprendere se voluta o casuale. Oggetto di scena su quel fazzoletto di terra ed erba secca e bisognosa di pioggia che solleva polvere ad ogni passaggio, dove si consuma una processione laica e strampalata in cui appaiono sentimenti soffocati e inibiti, esibizionismi da draag quen su scarpe dai tacchi vertiginosi. Piombano improvvisamente  a terra i finocchi/ortaggi: è il segno del sacrificio. Vittime e carnefici di se stesse. Arrotolate dentro un sudario artificiale dove Copi seppellisce per sempre una vita che forse non voleva nemmeno iniziare.

 L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi

di Copi

uno spettacolo di Andrea Adriatico per Teatri di Vita

con Anna Amadori, Olga Durano, Eva Robin’s

e Maurizio Patella, Saverio Peschechera, Alberto Sarti

cura Saverio Peschechera, Daniela Cotti; scenotecnica e luci Carlo Quartararo; Sarta Valentina Sanna; scene e costumi Andrea Cinelli; organizzazione Monica Nicoli;crediti fotografici di Giulio Maria Corbelli

grazie a Stefano Casi

a Alfredo Ormanno

Visto ai Teatri di Vita Bologna nell’ambito del festival Cuori di Grecia il 19 luglio

 

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