Teatro, Teatrorecensione — 05/03/2017 at 21:59

“Minetti”: ll riscatto di un vecchio attore nella convincente interpretazione di Eros Pagni

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BOLZANO – Nella stagione del Teatro Stabile di Bolzano è andato in scena  al Teatro Comunale l’intenso Minetti di Thomas Bernhard, prodotto dal Teatro Stabile di Genova, per la regia di Marco Sciaccaluga e con Eros Pagni nel ruolo di protagonista. In un hotel di Ostenda, dalle atmosfere anni ’60 -‘70, con un’illuminazione rossastra tra la pensione di provincia e il postribolo, l’ultima nevosa sera dell’anno, approda con la sua ampia valigia un vecchio attore in abiti dimessi, il cappottone triste ricoperto di gelo, l’elastico delle mutande slacciato e ben visibile oltre il bordo dei calzoni. È Bernhard Minetti, interprete da più di trent’anni lontano dalle scene, esiliato, bandito dalla natale città di Lubecca e dal suo ruolo di direttore del locale teatro; per la propria assoluta avversione nei confronti della letteratura classica, eccezion fatta per il Re Lear di Shakespeare, ultimo ruolo interpretato in una maschera (“orribile!”) creata appositamente per lui dall’artista belga James Ensor. Lo accolgono un portiere e un facchino, divertiti e sconcertati dalla bizzarra figura che dice di attendere un fantomatico personaggio, dal quale è stato convocato per un ritorno sulle scene, nello stesso ruolo di Lear e nella medesima maschera, in occasione del bicentenario del teatro di Flensburg del quale costui è direttore. Alla voce monologante di Minetti, fa da contrappunto un’ospite dell’hotel, una donna in rosso, figura slabbrata e quasi clownesca, dal timbro acido e dal cicaleccio altalenante, in contrasto con la strascicata pesantezza con cui si disfa, pian piano, in un liquore dal colore indefinito e cui dà forma e sguardo (liquido, distante, alla deriva), la convincente Federica Granata.

Eros Pagni-Foto Bepi Caroli

Tutto cambia, un po’ alla volta”: la piattaforma girevole ci offre tagli di prospettive che mutano col progredire della narrazione del protagonista, nell’ostensione di sé e della sua peculiare e feroce visione del mondo e della società; ci lascia spiare scorci di “retrovie”, angoli mutevoli che accompagnano lo spaesamento del protagonista nella sua attesa. Minetti attende un riscatto (dopo trentadue anni di esilio dalle scene, essere di nuovo Re Lear! Nella maschera di Ensor!). E di quello stesso hotel, trentadue anni prima, è stato ospite: forse un compimento del destino, forse uno scherzo del caso, di certo il sospetto che la convocazione da parte del direttore del teatro di Flensburg sia un parto deforme della sua mente e non una reale possibilità di redenzione.

La regia di Sciaccaluga, coadiuvata dai costumi di Catherine Rankl (che firma anche la scenografia) riveste il suo Minetti di sfumature dal sapore polveroso, compresa l’enorme valigia che contiene le testimonianze tanto della sua ascesa quanto della sua caduta. A fare da contraltare, le continue incursioni della folle masquerade di San Silvestro, come da tradizione nordica. Entra a gruppi, a drappelli, greve e chiassosa, parte di quella “società repellente”, di quella “stupidità” che l’arte ha il dovere di soffocare “sotto il berretto dello spirito”: un carosello di personaggi surreali e psichedelici, che attraversano la scena restituendo echi fra i più vari (dai Krampus tirolesi a Kubrik al Rocky Horror Picture Show) e che transitano nell’aura scolorata e appassita di Minetti senza realmente scalfirlo, nemmeno nel loro tentativo di umiliazione.

 

Tuttavia è lui che, alla fine della notte (la notte conclusiva per eccellenza, quella in cui si volta pagina, la notte di San Silvestro) indossa “la maschera più mostruosa di tutte”, la maschera di Lear modellata da “Ensor in persona, colui che ha dipinto il mondo come un macabro carnevale”; una maschera che lui si offre di mostrare solo a chi, di maschere, non ne indossa: la ragazza (che sostituisce la donna in rosso nel ruolo di “ascoltatore privilegiato” di Minetti), il cui difficile piano di ascolto è ben sostenuto dalla prova di Daniela Duchi, tra ritrosie, sprazzi di fascinazione e compassionevole sguardo. Ma non è ancora tempo di compartirla col mondo, la valigia non si apre e unicamente nella solitudine e nella desolazione della sua fine la maschera verrà estratta e diverrà non più partecipazione di vita ma ornamento funebre (perché è solo finché siamo in vita che noi siamo in grado di fare “continuamente una tragedia o una commedia”, la morte sipario definitivo di quell’ “arte drammatica”, “mostruosa struttura nella quale siamo tutti, tutti imprigionati”). “Il teatro è un’arte mostruosa”, la vita, forse, di più; della morte non è dato sapere e solo nella solitudine del proprio compimento è possibile mettersi autenticamente di fronte a ciò che si è scelto come proprio doppio.

Muovendosi sicuro nella cornice di una regia costruita su misura, Eros Pagni racconta universi di senso con uno slittare di rughe, tratteggia con rigore e maiuscola intensità, che a tratti ricorda l’archetipo dello Ierofante, un Minetti perfettamente tridimensionale, composito e complesso, tra afasie e chirurgica lucidità, tra gesti radicali che non ammettono sfumature e crolli improvvisi, nella dicotomia quasi manichea dei concetti che si affastellano alla mente e nelle parole del protagonista e che, nelle improvvise e attimali immobilità dell’interprete, risuonano quasi come vaticini. Eccellente la traduzione di Umberto Gandini, che sa restituire la crudezza dei fonemi fornendo a Eros Pagni un ottimo materiale su cui costruire la sua incisiva partitura prosodica, fatta di ritmi spezzati, scandite disamine, affondi rabbiosi e amaro rivangare di un passato in cui la realtà ha confini incerti, senza alcuna concessione al patetismo di maniera e tralasciando anche, in massima parte, l’incursione nella follia, elemento pur presente nel testo bernhardiano.

Se il personaggio tragicomico della signora in rosso dichiara di placare il suo mal de vivre “civettando con l’asfissia”, Minetti esaurisce tutto il suo fiato nei novanta minuti di monologo: la sua è una maschera che non può asfissiare, perché l’afflato vitale si è già riversato tutto: sul palco, sui personaggi che vi transitano, sul pubblico in sala (anzi, “contro il pubblico; contro, sempre contro!”). Nel raccontare se stesso ha esalato tutta la propria vita, la rabbia, il disprezzo, la frustrazione, assieme a quella coerenza di cui si fa campione (e “chi è coerente con se stesso si vota all’annientamento sociale”) e che l’attore magistralmente rende con eccezionale fermezza, regalando al personaggio coesione e innervata intensità.
Visto al Teatro Comunale di Bolzano il 4 marzo 2017

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