Cinema — 05/02/2022 at 15:54

“Flashbacks”: profili di una breve stagione (Autunno 2021)

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RUMOR(S)CENA – CINEMA – Un cinema stanco, che ha perso il contatto con lo scenario attuale, da un lato. Dall’altro, un cinema ancora capace di esplorarlo oppure, con levità, se ne disinteressa, anzi… lo supera, trasfigurandolo, ormeggiando la propria imbarcazione alle banchine della Parabola e qualche volta perfino della Profezia. Fra queste “sponde” rimbalzano molti films visti in sala nell’intervallo ottobre-dicembre 2021. Ne abbiamo scelti alcuni, fra cui il discusso, apprezzato e criticato in egual misura, Tre piani: riporteremo a tal proposito la sintetica analisi a due voci dell’opera di Nanni Moretti tenutasi, a fine proiezione, mercoledì 6 ottobre presso il Cineclub Controluce “Don Bosco” della Spezia; relatrice principale: Alma Martina Poggi, studiosa di Lettere Antiche e già curatrice del ciclo di incontri “L’archeologia Egea e della Grecia” presso l’UniTre spezzina.

  • Una realtà sempre più sfuggente: “Tre piani”

A.M.P.: al centro, una tranquilla palazzina alla periferia di Roma. Al suo ingresso, le piante del cortile sono tutte ordinatamente potate, il citofono è stato appena rinnovato e i cognomi dei suoi inquilini, per famiglia, non sono più di due. Le biciclette sono tutte ben ordinate alla rastrelliera, gli zerbini sempre perfettamente allineati davanti ad ogni porta. A regnare è, apparentemente, l’ordine e il silenzio di un condominio-isola di pace finché, nel cuore della notte, un’auto si schianta e schianta il muro dello stabile rivelando che dietro a quelle porte dalle prese di ottone sempre ben lucidate; la vita delle tre famiglie non trascorre così composta e placida. Laddove infatti tra i componenti familiari non vige un silenzio assordante, ciascuno grida all’altro la propria verità senza essere compreso. “Tre piani”, uscito nelle sale italiane lo scorso settembre 2021, è il primo film di Nanni Moretti basato su un’opera altrui e non su soggetto originale: l’omonimo romanzo (Neri Pozza; 2017) dell’autore israeliano Eshkol Nevo.



C. Abalsamo, R. Scamarcio in “Tre piani”. Crediti foto: Sacher Film, Le Pacte.

Moretti non può prescindere dalle tre diverse istanze freudiane della personalità che Eshkol Nevo tratteggia nel suo libro: Es-Io-Super io, ma quello che porta sulle scene ha tantissime differenze rispetto al romanzo. Dalle più piccole: siamo a Roma e non a Tel Aviv e conseguentemente i nomi dei personaggi (salvo la francese Charlotte) sono tutti italianizzati; diverso è il numero dei figli nei nuclei familiari e non più barbagianni ma corvi fanno visita a Monica (Alba Rohrwacher). Fino a più grandi divergenze. Su tutte, una macro differenza rispetto al libro: Moretti trova per ogni vicenda familiare un più preciso sviluppo e “sintesi”. Ne fa una vera e propria storia.

Ecco allora che al primo piano: la figlia, ormai adolescente, confessa al padre che l’anziano Renato (Paolo Graziosi) davvero non le ha fatto alcuna violenza; la vicenda tra i genitori di Francesca (Chiara Abalsamo, Giulia Coppari, Gea Dall’Orto a seconda dell’età) trova risvolto con la separazione e dopo anni c’è spazio infine per il confronto risolutore tra Lucio (Riccardo Scamarcio) e Charlotte (Denise Tantucci). Al secondo piano: Monica si allontana da casa, lasciando entrambe le figlie con il padre che è costretto così, finalmente, a sacrificare il proprio lavoro. La grande differenza che riguarda invece gli inquilini del terzo piano sta più che altro, a mio personalissimo avviso, nella ridotta intensità con la quale sono tratteggiati i rapporti sia tra i coniugi Bardi (Margherita Buy, Moretti stesso), sia tra il padre e il figlio (Alessandro Sperduti). Risulta tutto più edulcorato, tanto da trovare persino spazio la scena in cui la voce del piccolo Andrea, registrata nella segreteria telefonica e riascoltata, strappa al padre un malinconico sorriso. Nel libro questo non c’è né potrebbe esserci: il padre “ha cancellato” il proprio figlio dal nucleo coniugale bandendone il ricordo e, perfino, il nome. Infine, a riprova della proposta edulcorata di Moretti, l’espunzione del vocativo “Mia sventura!” dal commiato finale di Dora al marito.



Crediti foto: ARTE, Centre du Cinéma et de l’Audiovisuel de la Fédération Wallonie-Bruxelles.

Tre piani, tre famiglie, tre storie. Delineati da uno scrittore che vi mette dentro tutto il suo background di formazione: psicologica prima e pubblicitaria poi; ripresi e rappresentati da un regista che tenta di fare forse, a mio avviso, un “passo” in più. Che si tratti poi di un passo fermo o di un passo falso, che questa prova di Moretti-adattatore risulti da questo superata o meno; a lui va certamente il merito di aver individuato e riportato all’attenzione un’opera di una pregnanza unica.

G.G.: abbiamo potuto addentrarci nelle profonde differenze che passano tra la pagina letteraria e la riduzione filmica attuata dal ‘nostro’ cineasta brunicense. Aggiungiamo solo qualche nota a margine. Una palazzina descritta come un “organismo”, dunque. I tre piani di cui è composta sarebbero gli organi e i rispettivi inquilini, cellule indebolite, inattive, disorientate, quando non irrimediabilmente regredite a nuclei cancerosi; nuclei che si dispongono attorno ad un fenomeno: un incidente d’auto il cui boato spezza il silenzio a notte fonda… Ci siamo forse anche noi alloggiati a quei piani, stremati dall’ultimo biennio, dal senso di impotenza, solitudine, freddezza che si è portato dietro? Passo fermo o falso, quello compiuto da Moretti? Domande giuste. Ognuno risponderà come meglio crede. Dal mio canto, molti, troppi sembrano gli spunti di riflessione accumulati e mai davvero sviluppati dal copione di Federica Pontremoli e Valia Santella: l’impossibilità di concedere a sé stessi il perdono, lacerati fra l’obbligo di ricordare e il bisogno umano di dimenticare (con tanto di provocante, sinistro corvo, come prima accennava Alma Martina, appollaiato sul guanciale e che, pur non aprendo becco, sembra proprio gracchiare “mai più”); il divario tra colpevolezza giuridica e colpevolezza etica; l’illusione di adeguare il reale all’ideale; il potere del denaro; vizi e vite segrete di cui si tace; la spietatezza del Tempo che tutto investe, muta e consuma. Ugualmente eccedenti e incostanti i registri: grottesco, melodrammatico, addirittura timidi accenni “soprannaturali”. Più interessante è invece la presenza di un motivo che ha illustri radici nell’Avventura di Antonioni e in Alle 10:30 di una sera d’estate di Dassin e, con curiosa frequenza, riemerge nella filmografia degli ultimi otto anni (si guardino Snowpiercer, in modo più latente Class enemy, La legge del mercato, Loveless, Burning): la coscienza di non poter cambiare il mondo ma riuscire comunque a trovarne “il punto morto” (o “l’anello che non tiene”, volendo citare Montale) così da fuggire da esso una volta per tutte; ciò accadrà alla disturbata Monica, il personaggio meglio scritto. L’elegante partitura musicale di Franco Piersanti, non immemore delle Gnosiennes di Satie, avvolge infine il tutto e una menzione speciale va senz’altro alle giovanissime attrici, che ci spronano a osservare il mondo con la franchezza dei loro anni (specie Chiara Abalsamo e la ballerina Giulia Coppari che, in una breve sequenza, si esibisce sulle note del Notturno n. 2, opus 9 di Chopin).


C. Frot in “Sotto le stelle di Parigi”. Crediti: Arches Films, Maneki Films.
  • Fiabe tragiche: “Freaks out”, “One second”, “Annette”

Promemoria: rileggere L’ultimo spettatore (“Il Castoro”; ’99) di Paolo Cherchi Usai. Le immagini illudono, le immagini periscono. La memoria si dilata, sfilacciandosi come un copriletto; termini quali ‘passato’, ‘presente’, ‘futuro’ finiscono per perdere significato. Cosa rimarrà nei nostri occhi? La maschera di Franz (Franz Rogowski), il “cattivo” di Freaks out di Gabriele Mainetti, ritenuto un mostro non meno dei quattro protagonisti per via delle mani, con sei dita anziché cinque, ci ha profondamente turbato: egli si definisce “la Cassandra del Terzo Reich”, non viene ascoltato, si riduce a poco a poco a qualcosa di meno di un essere umano; prigioniero di un gabinetto di invenzioni delle quali non sa che farsene, costantemente in preda a fluviali visioni del domani e neppure dei suoi prodigi, solo trappole e narcotiche carabattole: sulla carta vengono così buttati da Franz avveniristici schizzi di smartphone, accessori per videogiochi e, non è uno scherzo, lo spremiagrumi disegnato dall’architetto Philippe Starck. Il gabinetto di Franz è il cinema, Franz medesimo è il cinema.


“One Second” (fotobusta) Crediti: Huanxi Media Group, Edko Films.

E proprio del cinema, dell’Immagine Audiovisiva intesa come strumento di Potere, non in senso benigno, ed incantamento tratta pure One Second, l’ultimo lavoro di Zhang Yimou, finalmente in sala dopo un tortuoso cammino: crudele fiaba “neorealista”. che non sarebbe dispiaciuta a Vittorio De Sica. L’azione prende forma nel 1974 nella provincia di Gānsù, nord-ovest della Cina. Un uomo, arrestato per rissa e condotto ai lavori forzati fra le sabbie di Badain Jaran, riesce per miracolo a fuggire dal campo. Unico pensiero: rivedere la figlia 14enne, immortalata – così gli fu detto – in un cinegiornale di partito, più precisamente il n. 22; la fuga del nostro termina in un piccolo, sperduto distretto dove, calata la notte, ruberà una bobina dal bauletto della bici di un proiezionista, certo che si tratti proprio del bramato cinegiornale. Anche una giovane orfana, capelli arruffati e occhi volpini, è interessata all’oggetto per ragioni diverse; la coincidenza genera ovviamente equivoci, tragicomici litigi, incomprensioni ma pure, a poco a poco, un’insolita vicinanza tra i due… ciò si mescola agli affanni e ai consigli dell’anziano (e un po’ codardo) proiezionista, da tutti soprannominato “Signor Cinema”, il quale, senza il cinegiornale, non può avviare la proiezione di Eroica stirpe (‘64), colosso di regime di Wu Zhaodi, atteso con emozione dai paesani… “Il cinema è l’arma più forte dello Stato” si gridò nel Novecento italiano. Zhang Yimou lo ripete a bassa voce, nascondendo astutamente il suo monito – contro la «retorica del contributo diretto» del singolo ai fini della Storia umana, l’Ideologia (e la Decima Musa a spalleggiarla) come contraffazione raffinata della Realtà e l’assuefazione collettiva alla quantità delle immagini – sotto le ceneri di un’apparente nostalgia che ha subito tratto in inganno critici e spettatori. Torna in mente, a riguardo, un dialogo fra Théo e Matthew in The Dreamers (2003) di Bertolucci:

T.: Sei un grande appassionato di cinema, vero? Allora perché non pensi a Mao come a un grande regista, che fa un film con un cast di milioni di persone? Gli stessi milioni di guardie rosse che marciano insieme verso il futuro. Verso il futuro con il libretto rosso in mano. Libri, non armi. Cultura, non violenza. Non riesci a vedere che bellissimo film epico sarebbe?

M.: Forse. Ma è facile dire ‘libri, non armi’. Però non è vero. Non sono libri, è un libro. […] Le guardie rosse che tu ammiri tanto… portano tutte lo stesso libro. Cantano tutte le stesse canzoni, ripetono tutte a pappagallo gli stessi slogan. Quindi, in questo grande ‘film epico’… tutti quanti… sono comparse.

Altri sentieri vengono percorsi da Annette. Ancora una fiaba e fiammeggiante mélo musicale ad un tempo, che porta la firma di Léos Carax, autore di piccoli gioielli del cinema transalpino quali Rosso sangue (‘86) e Gli amanti del Pont-Neuf (‘91). Per raccontarla ricorriamo a uno buffo strattagemma. Come sarebbe questa storia se fosse ambientata nel Giappone del XVI sec.? Ebbene, c’era una volta un buffone di corte (Adam Driver), irriverente, greve eppure apprezzatissimo; questi incontrò una geisha dalla voce splendida (Marion Cotillard), se ne innamorò, la sposò… e una bambina fu il frutto della passione. Gli Dei, tuttavia, giocarono un tiro buffo ai nostri amanti: la figlia infatti non nacque “vera” bensì di legno, come una marionetta, destinata però a crescere come una persona in carne ed ossa. Col tempo il buffone di corte cadde in preda alla superbia, non sopportava che una donna, una “cortigiana” potesse essere una grande artista, più vicina al Divino persino dello stesso regnante, e lui, poco meno di un guitto. E così, in una notte di tregenda, la affogò. Pallido e tremante di rabbia, lo spettro della geisha visitò il buffone in sogno, giurando che si sarebbe vendicata… gli incubi dal Sol Levante, appunto, intessuti da Lafcadio Hearn, certe novelle di Poe, gli eccessi del cinema di King Vidor e persino il toscano Collodi con la sua sventurata creaturina di pino… ognuno di questi tasselli si inserisce in modo stranamente, miracolosamente armonico nel mosaico di Carax il quale suggerisce “Che i figli non debbano più soffrire l’inverno dei grandi”. Ha ragione.

  • La fine dell’Occidente: “Sotto le stelle di Parigi”

Insieme a Illusioni perdute di Giannoli, Sotto le stelle di Parigi, passato ahimè quasi inosservato in sala, rimane la gemma più luminosa dell’autunno appena trascorso. Entrambi i film sfogliano, mai frettolosamente e spesso sospinti da una brezza sinistra, quasi “apocalittica”, “pagine” preziose della Ville Lumière.

Bavarese, classe ’68, qui al secondo lungometraggio di finzione, Claus Drexel torna ad esplorare, come già in alcuni documentari, il volto dimenticato della Capitale transalpina: “clandestina”, dipanantesi in antichi vicoli, salici, dormitori, sottopassi in disuso, asettiche sale d’attesa nel metrò, mense popolari gravide di umanità dove risuonano salutari sbotti, risate di conforto… ma pure insoliti, sottilmente angoscianti discorsi attorno al Libro del profeta Daniele, al sogno del re Nabucodonosor sul finire dei giorni e, quindi, del mondo così come lo abbiamo finora conosciuto. Dal cangiante sfondo emerge un ritratto di donna: Christine Marchais (l’istrionica Catherine Frot), ieri ricercatrice astrofisica, oggi senza tetto che non ha, comunque, scordato i modi di una signora né il firmamento e i suoi segreti dei quali continua ad essere avida, sfogliando, di tanto in tanto, vecchie riviste scientifiche. Una notte, però, alla nostra accade di scoprire nel proprio cantuccio Souley (Mahamadou Yaffa), un bambino del Burkina Faso la cui madre, scopriremo a breve, è destinata ad essere espulsa dal paese: due mondi, due anime pure, due naufraghi bisognosi di un relitto a cui aggrapparsi…

Non avreste torto a pensare che ci sono tutti gli elementi per l’ennesima parabola sulla pietà umana, leziosa e semplificatrice. Ma commettereste un errore perché Sotto le stelle di Parigi non conferma soltanto la duttilità del cinema francese dell’ultimo sessennio ma soprattutto che la forma, se ben padroneggiata, può trasfigurare il contenuto, riportando la messa in scena filmica ai motivi originari, a noi molto cari, di primitiva meraviglia e stupore. Sulla “ballata dei poveri” di Drexel e i suoi membri aleggia, in un certo senso, lo spettro dei I misteri di Parigi di Sue; in silenzio, tra penombre e fari alogeni, passano quelle che giungono allo sguardo come variazioni “multietniche” delle note figure della collana ‘La Scala d’Oro’, con chador e rosse tuniche africane al posto dei veli delle antiche principesse… e, sì, il Cinema parla di sé, ancora una volta, con sentimento. Echi di Méliès rimbalzano, infatti, fra le pareti del sotterraneo “cantuccio urbano” di Christine la quale gioca, truccandosi da clown, cantando, ballando… e, sopra il suo stesso giaciglio, i ventilatori in controluce sembrano quasi ‘pizze’ di un rudimentale proiettore! Nondimeno, come accennammo su, e il fugace riferimento veterotestamentario lo conferma, la filigrana della toccante fiaba cela un terribile giudizio sul genere umano: una dorata coperta isotermica, che avvolge Christine, sola all’alba, prende il posto dell’accecante rivestimento della statua sognata dal re babilonese; la protagonista se ne libera; il vento disperde ciò che non serve più. L’Occidente, vasto, di straordinario splendore, si rivela un idolo caduco. Che seguirà? Un mondo più duraturo o una fede più duratura. L’uno non è, però, possibile senza l’altra: forse non ci sarà nessuno dei due. La nostra “pifferaia notturna” ci conduce, dunque, nel ventre della montagna, nel luogo dell’Ultimo Riposo, come nella leggenda germanica? Sorride, non dobbiamo aver paura: ogni dolore verrà presto lenito.

Da segnalare la fotografia di Philippe Guilbert e la partitura musicale di Valentin Hadjadj che include, non a caso, Der Leiermann («Il suonatore d’organetto») “lied” conclusivo del Viaggio d’inverno di Schubert (“Vecchio misterioso, e se venissi con te?”).

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