Teatro, Teatro recensione — 04/10/2015 10:29

Made in China: lo strabismo occidentale

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PONTEDERA (Pisa) –  In questi ultimi anni molti drammaturghi e registi hanno scelto, per ragioni diverse, di confrontarsi con i maestri della pittura, trasponendo nel proprio media performativo, poetiche e tecniche proprie del genere figurativo. Si pensi a Ferdinando Bruni impegnato con i rossi di Rothko,  a Luca Ricci di fronte alla ieraticità umanizzata di Piero della Francesca, a Latella, che sublima il narcisismo di Francis Bacon nelle opere dedicate al compagno, George Dyer.
Sulla medesima scia, si pone ora Simone Perinelli che affronta con piglio insieme drammatico e surreale la figura tragica di Vincent Van Gogh. Un Van Gogh struggente. Sfaccettato nelle mille frammentazioni di un io incompreso (come spesso accade agli artisti geniali e, per questo, in anticipo rispetto ai tempi in cui vivono). E folle quanto può esserlo ogni essere profondamente solo, perso in un universo incomprensibile eppure bello da morire.
Abbandonati i cieli plumbei olandesi, gli inverni freddi intorno ai camini, le mani callose e i volti spossati dal lavoro nei campi de I mangiatori di patate, Perinelli si concentra sul breve, solare periodo di Arles. Dai colori sgargianti della serie dei girasoli alla Sedia di Vincent, fino all’Autoritratto con orecchio bendato e al turbinio materico di Notte stellata, dipinto durante il periodo di internamento volontario alla Maison de Santé di Saint-Paul-de-Mausole a Saint-Rémy.
Per ognuno di questi capolavori Perinelli intesse un monologo a tratti surreale, dove il refrain si infrange sulle note di amaro dolore dell’ospedale psichiatrico. «Stai zitta», urla un Vincent che tenta di scacciare le voci dalla sua testa. Mentre, in altri momenti, l’introspezione psicologica si stempera nella poesia, in quella pausa che è paragonata a una nuvola, che «è pioggia in potenza».

Made in China: lo strabismo occidentale foto di Nico Bruchi

Made in China: lo strabismo occidentale foto di Nico Bruchi

Fin qui il discorso drammaturgico e la resa attorale funzionano e coinvolgono. Le Postcards from Van Gogh arrivano allo spettatore. Convincono meno gli sketch che intervallano le parti drammatiche e che dovrebbero creare un cortocircuito emotivo ed esperienziale, ossia il Made in China. Il confronto fra l’unicità dell’opera dell’artista occidentale e la serialità della produzione cinese, tra una presunta sensibilità da genio incompreso e lo stereotipo dell’operaio nel sottoscala stride nella sua superficialità. Soprattutto se a fare questa demagogia è un italiano, che dovrebbe ben sapere come i nostri migranti siano sempre stati visti attraverso lo stereotipo pasta/pizza/mandolino/mafia; mentre i nostri modelli unici d’alta moda sono prodotti negli scantinati di Scampia.  Il discorso sulla riproducibilità dell’arte va poi aldilà del falso d’autore, che non si pratica solo in Cina. Il rifiuto dell’unicità dell’opera d’arte ha radici filosofiche profonde. Basti pensare agli enunciati del Bauhaus (“Formiamo una sola comunità di artefici senza quell’arrogante distinzione di classe che alza una barriera tra artigiano e artista”, dal Manifesto programmatico di Gropius) o alle serie serigrafiche di Warhol, ideate in base al principio della riproducibilità e della commercializzazione dell’arte.

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Infine, inserire la gag del cinese che usa la elle al posto della erre, e che spara al suo operaio perché non è in grado di accontentare il cliente, in un contesto completamente avulso da quello descritto nella gag medesima è profondamente offensivo.  Forse sarebbe il caso di guardare all’arte orientale con occhio meno snob. Basti citare solo i primi tre nomi che possono venire in mente tra i tanti che, in questi anni, hanno mostrato come l’artista contemporaneo orientale padroneggi ormai ogni tecnica, portando avanti discorsi poetici e culturali di altissimo livello. In primis, Chen Zhen, nato a Shanghai e scomparso a Parigi nel 2000, noto perfino in Toscana. Il thailandese Kamol Tassananchalee, apprezzato anche in Occidente, e la giapponese Chiharu Shiota (prima di essere scelta per rappresentare il suo Paese alla Biennale di Venezia 2015), aveva già esposto una sua installazione alla Tenuta dello Scompiglio di Vorno. E infine, se si vuole fare una critica seria al mercato dell’arte non è alla Cina che si dovrebbe puntare, quanto piuttosto all’establishment statunitense e occidentale in genere, che utilizza l’investimento nell’opera d’arte troppo spesso a fini puramente speculativi. Ma il discorso sarebbe lungo e non è questo lo spazio adatto per farlo. Tornando a Made in China. Postcards from Van Gogh, spiace che la carica emotiva e la compartecipazione sensibile usata da Perinelli per descrivere l’universo del Maestro di Zundert non si sia riverberata in un diverso modo di raccontare (se proprio si voleva farlo) la Repubblica Popolare Cinese.

Visto al Teatro Era, Parco Jerzy Grotowski, Pontedera, venerdì 2 ottobre, ore 21.00

Made in China
Postcards from Van Gogh
uno spettacolo di Leviedelfool
drammaturgia e regia Simone Perinelli
con Claudia Marsicano e Simone Perinelli
aiuto regia e consulenza artistica Isabella Rotolo
musiche Massimiliano Setti
disegno luci Marco Bagnai
foto Nico Bruchi
(prima nazionale)

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