Teatro, Teatro recensione — 04/06/2014 at 19:50

La “Morte” in scena che fa “rinascere” ogni volta

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FIRENZE – Una ex stazione dei treni e la nuova Opera di Firenze: la Leopolda e un nuovo spazio per accogliere la musica lirica e quella sinfonica. Potremmo definirla la “seconda casa” in alternativa allo storico Teatro Comunale. Una sera di maggio, con temperature quasi estive, due eventi culturali si contendevano il pubblico fiorentino e anche da altre regioni, chi in smoking e abito lungo, chi, invece, preferiva evitare la mondanità e sceglieva di assistere ad una maratona di teatro della durata di ben lunghe sette ore. Il Maggio Musicale Fiorentino con una serata di gala dedicata all’opera lirica (con annessa cena esclusiva per ospiti e autorità, e i soliti presenzialisti). A pochi metri di distanza, un pubblico molto più discreto ma attento, seguiva la rappresentazione del Gabbiano di Chekhov, messa in scena dal Teatro Nazionale Serbo per la regia di Tomi Janežič, di cui Annamaria Monteverdi ci riferisce:

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Una prova di regia particolare se si pensa che per un lasso di tempo che comprendeva tra recitazione e pause , ben sette ore nel cuore della notte. Definito “il Peter Brook slavo”, Tomi Janežič ha guidato con la sua stessa presenza in scena una compagnia di 30 persone tra attori e tecnici. Uno “spettacolo che attiene al concetto di teatro come spazio di riflessione sull’essenza, oasi di pensiero sulla nostra esistenza, su noi, sulle relazioni, la vita. Il tentativo è di porre interrogativi sul processo artistico, sulla creatività stessa e le arti in generale, ma il vero senso del lavoro è dare alle pubblico una ragione per prendersi del tempo e meditare sulla vita, incontrarsi e condividere impressioni”.

Un manifesto programmatico e una rappresentazione in lingua serba. Una prima nazionale che apriva Fabbrica Europa, longevo festival che nel 2014 compie 21 anni di vita. Mondanità e sobrietà per chi era presente la sera del 9 maggio a Firenze.  Altri preferivano apparire a beneficio di telecamere, alla Leopolda si sceglieva, invece, di entrare nelle imponenti sale  dove dieci mongolfiere monumentali, protagoniste della installazione “Atto Ritratto”, realizzate dall’artista Marco Bagnoli, un progetto curato da Sergio Risaliti.

AttoRitratto di Marco Bagnoli (a cura di Sergio Risaliti)
AttoRitratto di Marco Bagnoli (a cura di Sergio Risaliti)

Opere realizzate nell’arco di trenta anni e per la prima volta in mostra al pubblico tutte insieme. Gigantesche quasi eteree composte da materiali leggeri e fluidi all’apparenza. L’artista si è ispirato ad una vera mongolfiera che era stata mandato in volo in occasione di un’esposizione in Olanda nel 1984. Il suo “viaggio” inizia così verso una ricerca anche esistenziale dove cercare un riparo, un “luogo” per sentirsi in pace con se stessi. Risaliti definisce le sue opere sia la riproduzione di un pallone aerostatico quanto una “frusta per montare gli albumi”. Di proporzioni gigantesche però.

AttoRitratto  di Marco Bagnoli (Leopolda Firenze)
AttoRitratto di Marco Bagnoli (Leopolda Firenze)

L’originalità decorativa e artistica ben si collocava all’interno di uno spazio dove in passato ha visto celebrare ben altre rappresentazioni, al cospetto di ben altri “attori”, con l’ apparizione di un Matteo Renzi allora sindaco di Firenze, che nel 2013 aveva aperto di fatto la sua campagna elettorale verso la segreteria del PD, e anche per la guida del governo nazionale, così come poi sarebbe accaduto. La Leopolda evidentemente ha portato fortuna. Ora però è il teatro a far parlare e discutere, specie quello proveniente dall’Europa dell’ Est e “Maledetto sia il traditore della sua patria!” della compagnia Slovensko Mladinsko Gledališče di Lubiana, presentato in prima nazionale al Teatro Cantiere Florida, nasce da un progetto originale di Oliver Frljić, drammaturgo/regista tra i più interessanti della scena contemporanea, considerato un “enfant terrible”; definito curiosamente “la Sarah Kane dei Balcani”.

Maledetto sia il traditore della sua patria!
Maledetto sia il traditore della sua patria!

Frljić è anche il curatore del testo basato sulle improvvisazioni degli attori. Lo spettacolo ha un titolo provocatorio, forte, che non fa certo pensare di assistere ad una rappresentazione ordinaria e rispettosa delle convenzioni teatrali. Lo scrivono gli stessi drammaturghi Borut Šeparovic, Tomaž Toporiši, insieme al regista, sul programma di sala consegnata all’entrata del teatro: «Il teatro è essenzialmente una bugia. E quando pone questioni legate alla morte, individuale o collettiva, simbolica o reale, mente male (se è possibile mentire bene), e poi, forse, può cominciare a esprimere una sorta di verità. Perché la ripetizione è nella natura del teatro, mentre la morte è quel fenomeno estremo che non può essere ripetuto….».

Sono parole estreme che pesano e danno la misura di come sarà la messa in scena. In un teatro come il Florida di Firenze, suggestivo per la sua architettura interna, pareti a muro di sassi a vista, un nero palcoscenico scarno: “Maledetto sia il traditore della sua Patria!”, trovava la sua giusta dimensione scenica, resa ancor più evocativo rispetto al tema trattato. Rumori assordanti provenienti dagli strumenti musicali utilizzati dal vivo, suoni talmente alti da dover distribuire al pubblico tappi di cera per l’udito. Tutto doveva essere portato al massimo dei decibel consentiti, e non solo acusticamente parlando. La foga, le parole scritte prima e interpretate poi dagli attori che si concedono anche fisicamente allo stremo delle loro forze, creavano spaesamento, emotività, sensazioni di vivere un’esperienza meta teatrale quanto anche un tentativo di raccontare una guerra, un vissuto esistenziale da dentro il teatro per il teatro.

Maledetto sia il traditore della sua patria !
Maledetto sia il traditore della sua patria !

Una disamina interiore psicanalitico dello stare sulla scena. La morte come reiterazione e ripetizione come spiegano gli autori: «.. è nella natura del teatro, mentre la morte è quel fenomeno estremo che non può essere ripetuto». Una difficoltà perché ci si pone l’interrogativo di chiedersi “come ripetere l’irripetibile”. Il senso quindi della messa in scena è di creare «attraverso un’inflazione di morte e l’incessante ripetizione dell’irripetibile un meccanismo teatrale che rimane sempre una certa realtà esterna».

Parte da qui l’intenzionalità drammaturgica poi vista nella sua realizzazione scenica dove lo spettacolo stesso diventa una forma di destrutturazione e ricostruzione di semplici azioni fisiche portate all’eccesso allo scopo di sfociare in simulazioni di morti violente. «Compulsivi sforzi di inscenare la morte collettiva (al fine di) sfidare la rappresentazione teatrale della morte, così come l’idea di rappresentazione del teatro stesso». In altre parole l’attore muore e fa si che “ritornando in vita”, crea la metafora sul concetto stesso del fare teatro e “lo stallo dei meccanismi di rappresentazione teatrale”.

Slovensko Mladinsko Maledetto sia il traditore della sua patria
Slovensko Mladinsko Maledetto sia il traditore della sua patria

La regia crea quindi un continuo evolversi a ripetizione del nascere e morire, del farlo per convenzione ma anche per simulazione di tragedie ben più reali come «il suolo dell’ex Jugoslavia dove è impossibile solcare la terra senza imbattersi in scheletri», e il palcoscenico del Cantiere Florida si copre di cadaveri uccisi da colpi di pistola come tante esecuzioni sommarie. Identici ai“cadaveri non – teatrali che hanno un valore sul mercato politico…” . “Maledetto sia il traditore della sua patria!”, è un esperimento si teatrale quanto. anche, politico. Nel senso più vasto del termine e su cui si fonda il pensiero portato sulla scena.

La morte vista come “recita” ma pure denuncia di una vicenda tragica come lo è stata la guerra nell’ex Jugoslavia. Gli spari in scena partono da pistole caricate a salve, sono echi che rimbombano nella memoria collettiva. Un progetto singolare nella sua commistione, dove il teatro viene raccontato nelle sue pieghe usando strumenti come l’autoironia e il sarcasmo nel descriversi, nel prendersi in giro, come una sorta di cerimonia smitizzante che sveli al pubblico cosa accade dietro le quinte. Recitato in lingua originale con sottotitoli in italiano, la visione e l’ascolto richiedevano una concentrazione massima.

Il lavoro visto impressiona per l’energia che possiedono i bravissimi performer, musicisti, atleti, interpreti duttili capaci di prestazioni fisiche di grande spessore. La commistione dei linguaggi è sicuramente un valore aggiunto: espressivo corporale, verbale, sonoro. La narrazione si fa complessa quando vengono rievocate le azioni di discriminazione razziale e culturale dei Balcani, sempre a favore di metafora, la morte raccontata attraverso gli occhi dell’odio ma poi ci si accorge che è la morte del teatro e delle sue mille rappresentazioni. Una sorta di gioco che smaschera il meccanismo e si cela nuovamente per poi riapparire.

Convince fino a quando la drammaturgia racconta la versione originale e affascina per merito degli attori capaci di fare esplodere le loro contraddizioni. Il teatro si svela al mondo, apre verso la società e racconta. La morte scenica è la morte di chi viene “ucciso” per convenzione e ripetizione. Racconta una storia che viene da lontana, e questo è il valore aggiunto della pièce, con la rievocazione storica di un dramma che vide la frantumazione sociale politica militare e sociale, sfociata in un bagno di sangue. Eppure ad un certo punto la storia vira verso il presente storico traslando la trama – dall’ex Jugoslavia in cui è collocata la vicenda – all’Italia, il paese ospitante e qui l’idea di parlare della politica italiana.

Uno degli attori in scena spiega che la decisione è stata presa per coinvolgere maggiormente il pubblico fiorentino, citando il nome di Berlusconi, della corruzione italiana, del malcostume di una società e di un popolo che fa scalpore ogni giorno per i tanti scandali. Non convince del tutto questa scelta: azzardata e stereotipata, fin troppo presente nelle nostre cronache quotidiane. Ha un qualcosa di estraniante.

È anche vero che “Maledetto sia il traditore della sua Patria!” si presta a parlare di ogni tradimento, ovunque si consumi ma in questo caso la potenza espressiva della narrazione era tutta concentrata su dinamiche interessanti da conoscere meglio: il teatro civile o impegnato che sia, ha la funzione di denunciare e portare alla luce le tante violenze consumate. Ma è anche vero che la particolarità del lavoro visto conteneva al suo interno una sua cifra stilistica e una marcata valenza espressiva (vedi la lingua originale in cui veniva recitato), tale da esaltare le caratteristiche native in cui è stato ideato. Lo spettacolo è stato premiato per il coraggio nello sviluppo del genere “Teatro politico” all‘International Festival on New Theatre di Omsk in Russia, come migliore creazione collettiva, oltre che per il miglior attore giovane Uroš Kaurin al Maribor Theatre Festival in Slovenia.

 Maledetto sia il traditore della sua Patria!

 regia, allestimento, costumi e selezione musicale: Oliver Frljic

con: Primož Bezjak, Olga Grad, Uroš Kaurin, Boris Kos, Uroš Macek,
Draga Potocnjak, Matej Recer, Romana Šalehar, Dario Varga, Matija Vastl
assistente alla regia e consulente movimenti: Matjaž Faric
testo (basato sulle improvvisazioni degli attori): Oliver Frljic
drammaturgia: Borut Šeparovic, Tomaž Toporišic
disegno luci: Oliver Frljic, Tomaž Štrucl
suono: Silvo Zupancic
stage manager: Urša Cerv

 

Viso a Fabbrica Europa Teatro Cantiere Florida di Firenze il 10 maggio 2014 

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