interviste, Teatro — 03/12/2015 22:58

Instabili Vaganti: tutto il mondo è teatro

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REDAZIONE – Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, da oltre dieci anni, portano avanti una personalissima ricerca teatrale che li ha visti protagonisti della scena in diversi Paesi europei e in Sudamerica. Li abbiamo contattatati durante la loro tournée: il 12 novembre, a Xalapa, e il 18 a Oaxaca, in Messico. E poi, ancora, il 26, quando ci rispondono da Santiago del Cile. Li abbiamo seguiti in questo lungo viaggio che è insieme proposta artistica, scambio culturale e testimonianza diretta di ciò che sta avvenendo dall’altra parte del mondo e –  specialmente –  in Messico. Dove i diritti umani e la libertà di pensiero e parola sono calpestati impunemente dalle istituzioni, grazie al silenzio connivente della comunità internazionale e dei mezzi di informazione occidentali. Un lungo viaggio alla scoperta del loro teatro ma anche dei giovani artisti sudamericani che, in questi Paesi «rischiano addirittura la vita per fare teatro seguendo i propri ideali».

Instabili Vaganti,  una Compagnia italiana di qualità e ricerca forse più famosa e premiata all’estero che in Italia. Perché?

Anna Dora Dorno: «Difficile dare una risposta a questo quesito. Le ragioni potrebbero essere molte e diverse a seconda dai punti di vista. Una delle principali deriva dagli obiettivi che ci siamo dati. Nei primi anni, come tante giovani Compagnie italiane, abbiamo incontrato molte difficoltà a trovare uno spazio di lavoro, strutture e realtà pronte a darci fiducia e ad aiutarci a produrre, teatri in grado di ospitare i nostri spettacoli. Tuttora, il panorama italiano ci sembra molto chiuso, radicato in posizioni difficili da smantellare e, spesso, anche i cambiamenti, primi fra tutti quelli riguardanti le leggi sui finanziamenti ministeriali, risultano peggiorativi o, comunque, poco chiari e trasparenti. Per quanto riguarda i riconoscimenti, anche in Italia non ci sono mancati premi e menzioni. Lo spettacolo Made in Ilva, ad esempio, ne ha ricevuti diversi, prima in Italia e poi all’estero, che sono stati essenziali per partecipare al Festival di Edimburgo e per le successive date fuori dall’Italia. Quello di cui, tuttavia, avvertiamo l’assenza nel nostro Paese è un seguito a tali riconoscimenti. Non si dovrebbe ricominciare daccapo a ogni nuovo progetto».

Made in Ilva, crediti foto di V. Billi

Made in Ilva, crediti foto di V. Billi

Molte Compagnie italiane lamentano la difficoltà di andare anche solo Oltralpe. Come siete riusciti a costruire un percorso di livello internazionale così solido e duraturo?

A. D. D.: «Il nostro primo debutto, con conseguente premio, è stato in Polonia. Le prime residenze al Grotowski Institute di Wroclaw e al Bauhaus di Dessau, in Germania. Abbiamo cercato fuori dall’Italia quello che non trovavamo nel nostro Paese, persone e istituzioni che ci dessero fiducia e che, visto il nostro lavoro, ne riconoscessero la qualità, continuando a sostenerci e a promuoverci. Nel 2009 siamo stati invitati come maestri a dirigere l’Atelier internazionale al Grotowski Institute, un percorso di alta formazione per attori professionisti provenienti da tutto il mondo. Da quel momento è stato un susseguirsi di inviti, richieste e apprezzamenti. Non solamente in Polonia, ma anche in Corea, Inghilterra, India e Messico, dove ci troviamo attualmente. Abbiamo deciso di pensare “globale”, di non limitarci, e questa scelta è diventata il nostro destino. Ovviamente ci aiuta il fatto di conoscere molto bene l’inglese e bene il francese, di parlare lo spagnolo, e di essere un piccolo nucleo capace di instaurare collaborazioni con artisti locali. Le nostre produzioni sono spesso legate a temi sociali specifici, ma il linguaggio con il quale sono proposte è universale. Non ci focalizziamo solo su un testo ma sulla partitura fisica, sull’aspetto visuale e, soprattutto, sull’impatto emozionale che vogliamo generare nel pubblico. Inoltre, il nostro lavoro quotidiano di ricerca sull’arte dell’attore, ci permette di elaborare un metodo pedagogico, molto apprezzato e richiesto in ambiente universitario. Qui in Messico, ad esempio, abbiamo condotto diversi workshop: IN_organic_body, all’Università Autonoma Nazionale del Messico; Il corpo organico, a Xalapa, presso l’Università Veracruzana;  La voce che agisce, al Centro di Gestione Scenica Tierra Indiependente di Oxaca».

In Sudamerica state portando in tournée Made in Ilva, nella traduzione in spagnolo. Lo spettacolo amalgama brani poetici di Luigi di Ruscio, canti, musiche e le testimonianze dei lavoratori della fabbrica di Taranto. Com’è nata l’esigenza di scriverlo?

A. D. D.: «I nostri lavori nascono sempre da esigenze personali, legate alla possibilità di esprimere ciò che ci tocca particolarmente in un determinato periodo. Io sono nata e vissuta per vent’anni a Taranto. È la mia terra d’origine e ho sempre sentito la necessità di esprimere quel sentimento malinconico, che accompagna molti tarantini che vivono in altre parti d’Italia. La Puglia è una regione meravigliosa. Però il suo territorio è stato devastato dalla presenza dell’Ilva, che ha costretto l’area circostante a legarsi indissolubilmente alla produzione industriale, senza lasciarle altre possibilità di sviluppo – quali quella culturale, turistica o artigianale. I giovani che non vogliono entrare a far parte della grande industria, sono costretti ad abbandonare la città – come io stessa ho fatto. Questa situazione genera rabbia, disillusione, a volte rassegnazione, ma anche voglia di cambiare le cose, di lottare, di cercare una via di salvezza. In questo spettacolo credo siano racchiusi tutti questi sentimenti, così come nelle poesie di Luigi di Ruscio, poeta dal quale abbiamo tratto ispirazione perché capace di esprimere questa molteplicità di emozioni. Le luci, le videoproiezioni, la musica, le suggestioni sonore e visive, ma anche le impressioni e le storie vere, che ci hanno raccontato gli stessi operai, e la loro trasfigurazione all’interno dei sogni ossessivi che molti di loro fanno, servono a dare forma a questi stati d’animo».

MegalopolisTampico foto di A. Dorno

MegalopolisTampico foto di A. Dorno

Il vostro è un teatro impegnato socialmente che non si ferma alla parola. Difficile conciliare la ricerca sulla fisicità e sulla multidisciplinarietà con la forza dei messaggi che proponete?

A. D. D.: «È la nostra cifra distintiva, il nostro modo di fare teatro, quello che ci caratterizza e che abbiamo costruito pian piano nel nostro processo di ricerca. La difficoltà maggiore è di non avere sempre a disposizione luoghi adatti alle produzioni, così come i mezzi e le risorse finanziare per realizzarli. Ciò che, al contrario, ci aiuta sono le collaborazioni con artisti di discipline diverse, che credono nei nostri progetti e ci accompagnano nella loro realizzazione».

Attualmente siete in tournée in Messico. Com’è la situazione dopo il ritrovamento della fossa comune con 105 cadaveri, alcuni dei quali avevano un numero d’identificazione di un caso di polizia ancora aperto? Si sta forse muovendo qualcosa a livello politico?

A. D. D.: «Purtroppo, l’impressione che abbiamo non è molto confortante e non preannuncia cambiamenti politici. La gente è abituata a queste notizie e ci sembra molto rassegnata, oltre che impaurita. La sensazione è che i casi di violenza e le sparizioni, tanto quanto i ritrovamenti di nuove fosse per l’occultamento dei corpi, siano considerati ormai così comuni da aver generato uno stato di assuefazione generale».

MegalopolisTampico foto di TFM

MegalopolisTampico foto di TFM

La vostra ultima produzione è Desaparecidos#43, che tratta in maniera originale il rapimento degli studenti della Normale di Ayotzinapa, avvenuto l’anno scorso a Iguala. Come avete costruito lo spettacolo che è insieme testimonianza del dolore, rivendicazione dei diritti e sublimazione della realtà attraverso i mezzi propri del teatro?

A. D. D.: «Lo spettacolo ha avuto una genesi abbastanza particolare ed è il risultato dei nostri consolidati rapporti con il Messico. Dopo aver sviluppato due tappe del progetto Megalopolis, a Città del Messico, volevamo lavorare a una performance che racchiudesse l’anima del Paese: quello che abbiamo conosciuto e amiamo, che ci affascina e appassiona ogni volta che siamo qui. E, nello stesso tempo, volevamo sviluppare alcuni temi che erano emersi nei workshop diretti all’Università. La paura della violenza e delle sparizioni, la difficoltà ad affermare la propria personalità in una delle più grandi città del mondo, il desiderio di cambiare le cose. L’insieme di queste tematiche è diventato un flusso di emozioni dirompenti quando i nostri studenti ci hanno comunicato quello che stava accadendo nel Paese, dopo la sparizione dei 43 ragazzi di Ayotzinapa. Abbiamo avuto paura per loro, che prendevano a parte alle manifestazioni che sapevamo terminare con arresti, repressioni e sparizioni. Abbiamo risposto alle loro richieste di diffondere ciò che stava accadendo e lo abbiamo fatto attraverso il nostro modo di lavorare, ponendo in scena i nostri sentimenti, le nostre reazioni e impressioni. E, naturalmente, abbiamo utilizzato il nostro linguaggio, che cerca di raccontare, attraverso l’arte, non soltanto una storia, perché intende esprimere anche un messaggio e una precisa posizione politica rispetto ai temi trattati. Per noi, questo spettacolo è stato ed è tuttora un atto d’amore verso un Paese che ci ha sempre accolti in modo splendido, e verso tutte le persone che abbiamo conosciuto e con le quali abbiamo condiviso parte del nostro percorso artistico».

Workshop Oaxaca foto Gloria

Workshop Oaxaca foto Gloria

In Uruguay terrete un workshop rivolto ad attori e studenti intorno al caso dei 43 giovani messicani scomparsi. Questo significa che le democrazie sudamericane hanno la capacità di interrogarsi su fatti tragici come questi, dove sono coinvolti i poteri forti messicani?

A. D. D.: «Io credo e spero di sì. Quando abbiamo proposto il workshop al Festival uruguayano, la risposta è stata immediatamente positiva. Credo che sia più semplice trattare alcune problematiche quando interviene una certa distanza. Il format del Festival è simile a quello di Tampico (che si trova in Messico, n.d.g.). E, quindi, abbiamo avuto finalmente la possibilità di trattare il tema che avremmo voluto affrontare in Messico, ma in un contesto più sicuro, che non mettesse in pericolo né noi né gli organizzatori del Festival. La storia dei ragazzi di Ayotzinapa si è diffusa in tutto il Sudamerica grazie alle azioni globali che sono state realizzate e promosse via web in tutto il mondo. E questa, credo sia una delle maggiori differenze rispetto a vicende simili, che hanno interessato altri Paesi dell’America Latina in passato. Vi è stata una reazione globale che ha trasformato i volti dei 43 ragazzi in icone, simboli universali delle sparizioni forzate di tutto il mondo».

Workshop MexicoCity F. Frillici

Workshop MexicoCity F. Frillici

Le vostre performance sono multilinguistiche. Una scelta che vi permette di portare gli spettacoli ovunque, superando la barriera dell’italiano. Com’è nata questa necessità artistica?

A. D. D.: «Prima che multilinguistiche, le nostre opere posseggono un linguaggio che ci piace definire “totale”. Ossia fisico, visivo ed emozionale. In grado di comunicare il significato dell’opera in modo universale. Made in Ilva, ad esempio, è stato presentato in italiano in diverse parti del mondo, tra cui l’Iran, la Svezia e la Spagna, senza incontrare problemi di comprensione. Per molti progetti abbiamo lavorato con attori di altre nazionalità, e ognuno di loro ha utilizzato la propria lingua. A volte, abbiamo scelto dei testi nella loro lingua originale; altre volte abbiamo preferito l’inglese come idioma comune. Tutto dipende dal progetto e dai suoi sviluppi. Per Made in Ilva, abbiamo sperimentato la versione in inglese per il Festival di Edimburgo. Perché pensavamo che potesse essere interessante, per noi, e maggiormente utile alla diffusione del caso e alla comprensione dello spettacolo stesso. Ora stiamo provando quella in spagnolo. Tutto questo è decisamente utile perché, lavorando sulla ritmicità del testo, ogni lingua ci porta a scoprire ed esaminare nuove modalità di interazione tra lo stesso, musica e azione. Quindi, più che una necessità è una forma di sperimentazione, un desiderio di indagare sonorità differenti».

Uno tra i vostri stilemi è la multidisciplinarietà, unita al fatto di lavorare con artisti di Paesi diversi. Eppure la mano ferma della regia si sente, c’è una visione univoca che riesce a imporsi sulla molteplicità delle voci. Come riuscite a cooperare a un fine preciso senza disperdere le forze ma, nel contempo, rispettando le specificità di ogni apporto artistico?

A. D. D.: «Non è sempre una cosa facile. A volte le collaborazioni con altri artisti possono creare incomprensioni e generare prodotti in cui non c’è una reale integrazione tra le diverse discipline. Per quanto ci riguarda, ogni progetto ha una sua peculiarità. E ogni volta sviluppiamo una particolare idea e l’intenzione di sperimentare una specifica interazione tra alcuni linguaggi. Nulla è casuale. Nel caso di Desaparecidos#43, ad esempio, la mia intenzione era quella di coinvolgere alcuni attori e danzatori messicani, lavorando sulle immagini dei manifesti creati per le manifestazioni. Da qui le interazioni con le arti visive e con la danza, che facevano già parte del progetto ma che si sono concretizzate con l’apporto individuale degli artisti coinvolti».

Desaparecidos43 A. Dorno

Desaparecidos43 A. Dorno

In questi giorni avete partecipato a Tampico, in Messico, al Festival Teatro para el Fin del Mundo – che si svolge in aree cittadine abbandonate così da riqualificarle per contrastare positivamente il narcotraffico, senza ricorrere alla repressione. Ci raccontate la vostra esperienza dal punto di vista umano?

A. D. D.: «Tampico ci è stata descritta come una delle città più violente del Messico ed effettivamente questa cosa si avverte, anche se non abbiamo vissuto alcuna situazione preoccupante. I ragazzi del Festival Teatro para el Fin del Mundo, che ci hanno ospitato, cercano di contrastare i fenomeni di violenza occupando spazi abbandonati e facendoli rivivere con eventi teatrali. Dal punto di vista umano la nostra esperienza è stata abbastanza forte e, a volte, sconcertante. Molti tra i ragazzi impegnati nel Festival ci parlavano con normalità di avere vissuto casi di sparizioni in famiglia. Ci raccontavano che molti di loro sono stati detenuti per settimane solo perché manifestavano pacificamente. E che, alcuni anni fa, dietro la casa in cui ci stavano ospitando, erano stati assassinati dei giornalisti televisivi, i cui corpi erano stati abbandonati in strada. Tutto questo ci ha colpiti. In città si avverte la paura.

La gente, di notte, è rinchiusa in casa e i luoghi abbandonati non contribuiscono a rasserenare chi vi abita. La nostra performance è stata vista da famiglie con bambini, che facevano parte della comunità che si è formata attorno al Festival, e che ha contribuito alla riuscita della manifestazione, cucinando, montando le luci, e così via. Ci ha sorpreso molto scoprire che i tecnici, nella quotidianità, svolgono lavori pesanti. Iniziano le loro attività alle 5 del mattino e lavorano fino a 12 ore consecutive e, poi, hanno ancora la forza e la voglia di contribuire al Festival. Abbiamo ammirato profondamente l’intero staff. Il paragone con l’Italia, ovviamente, è impossibile. Quanti di noi sarebbero disposti a tali sacrifici e a rischiare addirittura la vita per fare teatro seguendo i propri ideali? Aver condiviso esperienze, paure e fatiche ci ha notevolmente arricchiti».

MegalopolisTampico A. Dorno

MegalopolisTampico A. Dorno

Spesso i vostri spettacoli sono site-specific. Proprio a Tampico avete realizzato una nuova performance all’interno di un aereo abbandonato. Cosa avete ideato? E quali sono state le problematiche che avete dovuto affrontare sia a livello di spazio utilizzato (una carlinga) che di fruizione da parte degli spettatori?

A. D. D.: «Abbiamo cercato di lavorare sulla struttura stessa dell’aereo e su ciò che questa rappresenta, simbolicamente e soprattutto per la città. L’aereo, infatti, avrebbe dovuto far parte di un parco tematico, uno dei tanti progetti naufragati e sabotati a Tampico. Il lavoro è stato molto fisico e a contatto diretto con gli elementi che compongono l’aereo stesso: le ali, i motori, le eliche, la stiva, gli oblò, la parte esterna della fusoliera. Ma anche su quello che, nel tempo, si è andato trasformando, come le scritte, rottami e spazi vuoti. Le prime suggestioni che abbiamo condiviso con i partecipanti al workshop internazionale di creazione, sono stati i temi del progetto Megalopolis. In particolare il concetto di città globale, ossia una città che si compone di vari aspetti originari di altre metropoli. Un aereo che non può volare può portarti solo in un luogo che non esiste, quello della memoria, del ricordo o dell’immaginazione. Abbiamo cercato, quindi, di far tornare l’aereo in volo, metaforicamente parlando, animando quell’affascinante rottame con i nostri ricordi e le nostre speranze. Siamo stati molto contenti della percezione del pubblico.

Ovviamente, le difficoltà non sono mancate. Il primo giorno di workshop, ad esempio, è arrivata una jeep corazzata della polizia con i mitra spiegati. Mentre ci chiedevano spiegazioni e per tutto il tempo necessario a convincerli che stavamo solo facendo teatro, non hanno mai abbassato le armi. Lo spazio stesso, occupato dall’aereo, era pieno di buche, pericolante, non molto pulito e, quindi, abbastanza difficile da utilizzare, soprattutto a causa del nostro modo di procedere – sempre molto fisico. Inoltre, dopo le undici del mattino, il caldo della laguna diventava davvero soffocante e la lamiera dell’aereo si arroventava. Nonostante tutto, il luogo ci è sembrato possedere un’atmosfera magica, abitato da coppie di ragazzini del liceo che ne hanno fatto il loro rifugio. Un posto unico, circondato da una laguna popolata dai coccodrilli».

In Sudamerica c’è interesse verso la produzione teatrale e, soprattutto, le nuove generazioni fanno e consumano teatro?

A. D. D.: «Dell’America Latina possiamo dire di conoscere realmente bene il Messico, viste le nostre esperienze lavorative ormai consolidate. Abbiamo insegnato nelle maggiori università e scuole di teatro, per cui possiamo dire di essere stati a contatto diretto con le nuove generazioni. Probabilmente quello che avvicina i giovani a questo mezzo artistico sono le reali possibilità di entrare a far parte del mondo teatrale, e il considerare il teatro un’arte viva, capace di esprimere messaggi e creare emozioni. Appena terminato il ciclo di studi, i ragazzi iniziano immediatamente a lavorare. Le università stesse incentivano la creazione di Compagnie e, spesso, gli esami consistono nella creazione di un’opera compiuta. Questo permette la nascita di molti giovani gruppi e la circolazione degli attori. Un teatro fatto da giovani gode anche di un pubblico di coetanei. E tale fattore permette al teatro di rimanere vivo e ricco di stimoli».

Il 19 dicembre chiuderete la tournée a Buenos Aires. L’Argentina è un Paese che ha superato una profonda crisi sociale ed economica e, oggi, è tra le voci più indipendenti dell’America Latina. Ma siamo in tempo di elezioni. Quale atmosfera si respira?

A. D. D.: «Per noi la tappa in Argentina è una novità. Non conosciamo il Paese e siamo molto curiosi di vedere cosa si sta muovendo e come. Quali sono le aspettative dei giovani e cosa succederà concretamente con le elezioni. Lavoreremo a La Plata, dove dirigeremo un workshop e presenteremo lo spettacolo Made in Ilva. E nella capitale, dove saremo ospitati al Teatro Coliseo per una lezione magistrale. Credo che in entrambe le occasioni potremo venire maggiormente in contatto con i giovani e farci un’idea di ciò che sta cambiando nel Paese».

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