Teatro, Teatrorecensione — 03/07/2012 18:55

La vita è un “Atto unico” che non finisce mai. Perrotta rilegge con successo Flaubert

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Di opere incompiute nella storia della letteratura e delle arti in generale ve ne sono molte, e tra queste a guardar bene, risultano anche dei capolavori veri e propri. Come se l’incompiutezza dell’autore, abbia poi permesso, un’immortalità superiore alla norma e all’universalizzazione artistica del suo lavoro. Una di queste è il romanzo Bouvard et Pécuchet di Gustave Flaubert deceduto all’improvviso l’8 maggio del 1880, senza averlo potuto terminare dopo molti anni in cui si era dedicato con  fatica e  uno sforzo immane nelle ricerche. Lo scrittore aveva collezionato appunti, scritti, opinioni raccolte nei salotti borghesi dell’epoca, una mole infinita di spunti che, una volta, riassunti potevano essere definiti come un “sciocchezzaio”, come lui lo aveva inteso. Uno scrittore che aveva letto oltre 1500 volumi, oltre che articoli di giornali e riviste.

 

 

Bouvard et Pécuchet sono due impiegati e dopo essersi conosciuti a Parigi diventano amici decidendo di lasciare la città per trasferirsi in campagna. Inizia così un lungo viaggio fisico quanto metaforico e straniante, apparentemente catastrofico dove la “tragedia” si trasforma in comicità esilarante, dentro i meandri del sapere umano. I due uomini affrontano tutte le discipline umane e scientifiche possibili e immaginabili. Dall’archeologia alla medicina, passando attraverso lo spiritismo e l’astronomia. Non risparmiano nulla e non si risparmiano finché giungeranno faticosamente all’agognato ma non realizzato proposito, di togliersi la vita. A Rouen in Francia esiste un archivio dove sono conservati otto tomi rilegati di 300 fogli ciascuno: all’interno si trovano tutti i documenti utilizzati da Flaubert per dare vita alla seconda parte del suo romanzo. Dentro quella miriade sterminata di informazioni, le prove servite a confutare la sua idea della stupidità umana . Lui per primo ne era profondamente disgustato e terrorizzato di venirne contagiato. In pratica la sua ricerca doveva scovare nelle pieghe di ogni disciplina della conoscenza e del sapere teorico/pratico, qualunque stupidità fosse stata scritta e postulata.

Il fine era quello mosso da spirito di vendetta. Una specie di “stupidario umano” dove ci sono finiti dentro pregiudizi sociali, religiosi e politici, fanatismi, l’assenza di rigore scientifico, la superficialità delle opinioni. Bouvard et Pécuchet sono gli eredi costretti a vivere in eterno anche dopo la morte del loro ideatore, impossibilitati a trovare la pace eterna, per la mancanza di un finale. Quello che ora Mario Perrotta ha creato per la scena teatrale con Atto finale-Flaubert (terzo e conclusivo lavoro della Trilogia sull’individuo sociale, dopo Il Misantropo -Molière e I cavalieri – Aristofane cabaret) che è valso all’attore e regista il Premio Speciale Ubu 2011. Un Atto finale che fa dire ai due protagonisti (lo stesso Perrotta insieme a Lorenzo Ansaloni) “se non moriva l’autore, magari lo scriveva ancora ‘sta bestia di vita e ci faceva murire a tutt’e due. Invece ci tocca vivere”. Come se fossero, anzi lo sono, immortali.  Due stralunati e goffi personaggi intenti a “vivere” loro malgrado, o come oggi è in uso nel linguaggio corrente, “a loro insaputa”.

Vivono in una contemporaneità traslata da quella flaubertiana fatta di libri, carte, enciclopedie, a quella del mondo degli internauti. Sono dotati di tastiera regolamentare per computer e navigano in rete per scovare informazioni, computare parole in cerca di spiegazioni. Più cercano e più sono delusi. La sete di conoscenza li porta sempre più a deprimersi. Ogni assunto teorico o spiegazione scientifica, regole e codici, non sono mai sufficienti a dare una risposta esaustiva. Il loro è una partita a scacchi del sapere e del voler capire, ma le mosse di ognuno non arrivano mai ad una vittoria finale. Finiscono per fare un viaggio proiettato nel futuro: dal 2010 al 2060. E più vanno avanti e più si smarriscono per i meandri di una cultura superficiale e contraddittoria. Ogni sapere conquistato viene smentito subito dopo. Sembra tutto destinato a scomparire e loro stessi lo dicono: “Il linguaggio non coincide mai con lo sguardo. Il linguaggio è morto. Pure Dio è morto”, mettendo di mezzo pure Cartesio e il matematico Piergiorgio Odifreddi che lo smentisce. Come dire la storia e la cultura man mano che avanza trova le prove per ridiscutere e smentire prove e teorie del passato. L’uomo smentisce se stesso? Albert Einstein che di fisica e filosofia se ne intendeva viene preso ad esempio quando dice che “solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, e non sono sicura della prima”.

Gli fanno da controcanto Bouvard e Pécuchet alias Perrotta e Ansaloni, quando sentenziano nel loro fare dolente: “Forse sarebbe meglio finire il mondo …. forse sarebbe meglio finire noi”.  Questa è la soluzione auspicata dai due falliti cercatori di prove esistenziali, a supporto di una vita che valga la pena vivere, quella del suicidio. Il lor pessimismo cosmico non conosce tregua, tanto vale farla finita allora. Non c’è altro da fare e con quei visi sempre più emaciati, pallidi, abbigliati come due poveracci senza arte né parte. Tentano di impiccarsi alla corda ma nemmeno questa estrema soluzione trova successo. Diventa insopportabile vivere sapendo che intorno a loro esiste solo una sub cultura sempre più scadente e mediocre, fatta di televisione spazzatura, gossip, e format dove guardare dal buco della serratura. Non è vita questa e non serve scomodare la sociologia più avanzata per crederlo. In Atto finale – Flaubert non c’è spazio per credere in un mondo migliore. E la loro solitudine è la tragedia dell’uomo contemporaneo, un “individuo sociale”  in lotta perenne tra il suo stato di individualista (e di conseguenza egoista) e quello “animale sociale”, condizione indispensabile per poter vivere equamente e democraticamente in una società dove la condivisione dei valori e dei doveri, permette la sopravvivenza della specie umana.

In Atto  finale -Flaubert sembra non esistere  nessun antidoto alla deriva di una società in caduta libera, dove ogni regola etica o credo morale possa sopravvivere. Non basta nemmeno a confortare la voce di Paola Roscioli che addolcisce con le sempre eterne canzoni di Edit Piaf o la musica eseguita dal vivo da Mario Arcari impegnato nelle “variazioni Goldberg” di Bach, lui si immortale. Viene da pensare a proposito di vita che Nietzsche ha lasciato scritto : “Senza la musica la vita sarebbe un errore”. Perrotta da vita ad una messa in scena dai toni volutamente sarcastici e taglienti, perfino caustici. La sua intonazione è pugliese-leccese, quella del suo compare Ansaloni è bolognese. Sono due uomini qualunque, come tanti, senza aspirazioni particolari. Forse mediocri come è la vita che li circonda. L’idea drammaturgica che si rifà al testo di Flaubert (dove la riduzione per il teatro poteva essere maggiore e lo spettacolo ne gioverebbe in termini di durata) è quella di portare a conoscenza dell’uomo di oggi di come sia ancora attuale il messaggio originario. C’è come una sorta di fatalismo nell’accettare l’ineluttabilità del destino umano, incapace di affrancarsi totalmente dalle storture e dalle brutture di questo mondo. Non lo potrà mai fare e soccomberà? Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto ci si interroga e ci si diverte. E non è poco di questi tempi.

 

Visto al Teatro LaCucina ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano (festival da Vicino nessuno è normale-associazione Olinda) il 25 giugno 2012

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