Teatro, teatro danza — 03/06/2013 21:38

Misticanza – giocosa ricetta d’arti del collettivo 320 chili sull’emotività umana

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Teneramente disadattati, inadeguati, sono in un mondo immaginario spesso freddo, in lotta con le proprie gambe, in equilibrio sulla testa dentro un secchio, stupiti della propria immagine allo specchio, desiderosi di un cappello/elmetto con cui proteggersi, di birilli, d’una scala o una fune con cui proiettarsi in fuga verticale, di palline, d’una sfera d’equilibrio o di un cerchio rotante con cui esplorare le proprie possibilità. Cinque i componenti in scena: Elena Burani (acrobata aerea e danzatrice), Piergiorgio Milano (coreografo e danzatore), Roberto Sblattero (acrobata, attore, musicista) Francesco Sgrò (acrobata, danzatore, giocoliere) del collettivo 320 chili (la somma dei loro pesi), con la partecipazione speciale di Alessandro Maida (acrobata, attore, coreografo, danzatore).

Al Teatro Olimpico è andato in scena il debutto di Misticanza, mescolanza ed unione di arti ed elementi selvaggi e domestici, da consumare crudi come l’insalata da cui prende il nome. Misticanza segue Migranti, frutto del Premio Inequilibrio 2010, che ha debuttato all’Auditorium nel 2011, e ora ripreso in questo importante teatro. I due spettacoli sono legati da un filo rosso che unisce le poetiche alla ricerca sull’uomo e la sua natura, oltre che all’indagine sui confini interdisciplinari, intrapresa anche oltralpe dal Nouveau cirque. Provocazione-reazione-caduta, ora sono quadrupedi, ora uomini-oggetto (donna-secchio, uomo-cerchio, uomo-scala, donna-corda); elementi che definiscono un mondo minuto, umano, di piccole sicurezze ed istinti. Corpi che esplorano tutte le possibilità del movimento e dell’espressione, prove fisiche extra-ordinarie che sono sempre significanti, susseguentemente segni che sfidano la gravità, fisica ed d’umore, ricordando il mondo di Buster Keaton e Charlie Chaplin. Sono le comiche e commuoventi personalità tratteggiate, in cui l’essere umano si ritrova nelle sue debolezze, paure e bisogni, che conquistano il pubblico: sono personaggi sbilenchi, preda di fobie, di tic, capaci di passioni e cattiverie come di un disperato titanico tentativo di elevarsi, di raggiungere l’altro, d’accettare sé stessi.

Musiche jazz, rock, ora quartetti d’archi, litanie di buon compleanno si susseguono, poi musica elettronica e silenzi rotti dai respiri, dai mugugni, dall’improvvisa recitazione che esprime un atavico bisogno: la necessità di valicare la solitudine, di esprimersi, d’innalzarsi, di sfidare il vuoto, di raccontare. Bisogno che viene soddisfatto poeticamente nei brevi ed acrobatici gesti, che spesso si incrociano e costruiscono, per poi lasciare la frustrazione di dover riniziare tutto da capo in questo continuo andata e ritorno, come il mare dei Migranti, come il respiro umano, come automi in un tango inevitabile; guidare sé, guidare gli altri in un gioco di controllo, egoisticamente infantile e crudelmente adolescenziale, che mira a conquistare uno spazio, l’approvazione, l’affetto e la stima degli altri.

 “Anch’io” urla Roberto Sblattero in un disperato tentativo d’essere incluso, accettato, amato, che dà vita a una serie di gag. Ognuno torna alla propria solitudine e al possesso d’un oggetto con cui consolarsi, da cui rinizia il gioco delle relazioni, della provocazione, della cattiveria, della ricerca d’affetto ed attenzione: ruote, piroette ed urla. Il ritmo diventa incalzante e meccanico, movimenti come di orologi impazziti, performer spesso a coppia come lancette e anche la musica acquista un fruscio da disco vinile. E’ un’avventura circolare che conduce in un turbine poetico dove con eleganza e intelligenza il gioco fa da specchio alla nostra società, gioco dai linguaggi diversi, piegati e disciplinati da un esemplare rigore costruttivo in una gustosa e fresca ricetta artistica.

Visto al Teatro Olimpico di Roma il 23 maggio 2013

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