Teatro, Teatrorecensione — 03/05/2014 16:04

La danza macabra delle Macaluso: mancanti e perdenti.

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MONCALIERI – Emma Dante torna all’antico, chiude il cerchio con quello che fu il suo primo lancio nel teatro, quell'”Mpalermu” dove i personaggi se ne stavano di fronte al pubblico, confine e barriera, muro impenetrabile e ventaglio a dialogare faccia a faccia, parallelamente con la platea. Sette spose per nessun fratello questo “Le sorelle Macaluso”, storia di un Sud che rimane sempre se stesso, che non riesce a crescere, ad emanciparsi, coperto da una cappa invisibile che ammanta e soffoca e stringe alla gola, che tarda a divenire qualcos’altro rispetto ai retaggi culturali, alle credenze, alle superstizioni, alle consuetudini accettate.

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Come pupi siciliani governati e comandati da un deus ex machina sadico che le muove a piacimento, fato, destino, Dio o solamente la sfortuna di essere nate nel posto sbagliato al momento sbagliato (in alcune zone del mondo il momento giusto non arriva mai), hanno scudi giocattoli che ci ricordano quelli cuticchiani, strapazzati sul filo della vita senza poter dare un cambio, una sterzata vigorosa, senza poter prendere in mano le redini della loro piccola personale storia. La forza è quella degli inizi con grandi prove di teatro danza (intenso omaggio a Pina Bausch di Alessandra Fazzino) che segnano, nel silenzio dei passi e nell’ansimare soffice, sorretto da musiche che arrivano a toccare sotto lo sterno, il connubio, l’impasto ed il continuo passaggio, come un’eclissi, tra la vita e la morte.

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Quattro funerali senza matrimonio. Sicilia sì traboccante, ma anche un Sud generico con una delle figlie (Lia, la colpevole) che parla in pugliese, e con l’immenso, immancabile “Maradona” rievocato nelle mosse del figlio piccolo in una danza arcigna e macabra quanto voluttuosa ed armonica, salti e colpi di testa con un pallone immaginario (Davide Celona in un grandissimo lavoro fisico di sostanza e di mimesi), e capriole fino allo sfinimento ultimo.

Emma Dante ne fa polpette della vita e della morte, macinate, mantecate, mischiate a fondersi, a non riconoscere più dove inizia l’una e finisce l’altra. Infatti i piani, reale e onirico, tangibile e sognato, s’intrecciano irrimediabilmente saltando piani, correndo nell’imponderabile, nell’impossibile che a teatro diviene possibile. Vivi e morti sullo stesso piano, si dicono, si rinfacciano, si accusano, loro carne da macello in attesa dello scoccare della loro ora. Dalla comicità estrema al dramma estremo, le sette sorelle (non come quelle della pellicola americana anni ’50), dimesse, emarginate, schiacciate, prostrate, senza scelta né via di fuga, sono un’onda nera, e stanno, compatte, unite visivamente come il “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo.

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Non mancano le processioni e le croci, ché il sacro s’abbevera nel profano, che la morte, la sua paura il deterrente, è la linfa della sottomissione tanto elargita dalla Chiesa con il suo dogma “gli ultimi saranno i primi nel regno dei cieli”. Sofferenze e silenzio nella sguaiatezza di risate eccessive, negli scherzi di carattere ambiguo, come il rapporto con il padre che tutte adulano e lisciano come amanti più che come figlie, giochi a sfondo sessuale, saffici e violenti. In questo gineceo si sommano un passato di invidie e di gelosie e di gesti irreparabili, un presente misero e insoddisfacente per tutte, allineate, rabbiose in questo gioco al massacro che le fa tutte perdenti.

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La morte aleggia come nuvola, come avvoltoio che ruota sulla preda agonizzante, come corvo che attende il momento di scendere in picchiata e dare l’ultima beccata decisiva. E’ solo questione di tempo, lo tsunami si abbatterà, la morte farà capolino e si prenderà l’intera scena, la tavola, gli occhi, i sorrisi. Sette piccole indiane. Un harem di zitelle senza pascià, isteriche e flirtanti, dal riso al pianto, dalle carezze alle punizioni, dalle prepotenze alla complicità. La famiglia come prima portatrice di guai esistenziali; è la famiglia il peccato originale. I Pupi (non pupe) dalle esistenze già tracciate e delineate, si muovono, si agitano, per restare sempre allo stesso posto, nella stessa polvere, a rispettare il medesimo copione che si tramandano, d’infelicità, d’ignoranza, di miserabilità e di grettezza, da millenni. Scritto col sangue e mandato a memoria.

Le sorelle Macaluso”, testo e regia: Emma Dante. Con: Serena Barone, Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Italia Carroccio, Davide Celona, Marcella Colaianni, Alessandra Fazzino, Daniela Macaluso, Leonarda Saffi, Stephanie Taillandier. Scene e costumi: Emma Dante. Luci: Cristian Zucaro. Armature: Gaetano Lo Monaco Celano. Teatro Stabile di Napoli, Theatre National Bruxelles, Festival d’Avignon, Folkteatern Goteborg, in collaborazione con Atto Unico/Compagnia Sud Occidentale in partenariato con Teatrul National Radu Stanca Sibiu. Visto alle Fonderie Limone, Moncalieri (Torino) il 1 maggio 2014.

 

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