Teatro, Teatrorecensione — 03/04/2014 09:26

Nella solitudine dei campi di sterminio

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PARMA – Si percorre la strada del cielo guardando le stelle e sognando la poesia dei classici che ci fanno sobbalzare il cuore oppure lasciando la terrenità ed innalzandoci, come martiri sacrificali, a miglior (?) vita. Due le strade, opposte, sullo stesso tappeto: vivere con gli occhi pieni di maraviglia o morire nelle spoglie-parvenza di quello che era un uomo. “Himmelweg”, testo del quasi cinquantenne madrileno Juan Mayorga, messo in scena pochi mesi fa dall’ERT per la regia di Marco Plini, viene adesso preso in consegna dal Teatro Due di Parma e attenzionato dallo sguardo lucido di Gigi Dall’Aglio (durata 2h).

Se sullo sfondo ci sono i campi di sterminio, i milioni di morti calpestati e resi cenere, la folle idea della razza, l’abominevole dominio sul mondo, la superiorità per etnia, il filo rosso sembra essere più un elemento che esce dalla contingenza stretta, seppur potente e solitamente assolutizzante, dell’Olocausto che qui è, a parer mio, un fondale, tanto terribile per dimostrare, estremizzando la teoria, la pratica mentale umana della rimozione. Tutto ruota attorno al chiedersi che cos’è la verità e se questa rispecchi la realtà. Se ciò che è vero è quello che noi crediamo che lo sia, se è quello che vogliamo raccontarci, se è tutto quello che per noi è lecito, o meno ansioso ed angosciante, aspettarsi senza porci ulteriori scomode domande che rimarrebbero inevase. Realtà e finzione, come nel mondo teatrale, ma non solo; qui c’è molto di più.

Foto di Michele Lamanna

Foto di Michele Lamanna

La storia è vera. Un ispettore della Croce Rossa fa domanda per andare a controllare le condizioni igieniche e più in generale di vita dei prigionieri nei “campi di guerra” tedeschi (la parola campi di sterminio, fin quando non si è conclamato lo sterminio, non era utilizzata). Già in un altro testo, portato sotto la lente d’ingrandimento nel nostro Paese da Manuela Cherubini (regista e traduttrice anche di Rafael Spregelburd), “Hamelin” (Premio Ubu ’08), si era riusciti a percepire nella scrittura di Mayorga (presente a Parma il 3 aprile in un incontro pubblico con l’A.N.C.T.) un percorso ora a ventaglio, pieghettato ed interfacciato di chiaroscuri, adesso circolare ed a vortice che, ad ogni scena, spinge sempre più giù negli inferi senza possibilità di risalita.

Non esiste confronto scenico tra il rappresentante del Bene, la C.R.I., e l’incarnazione del Male, il gerarca SS, ma entrambi, rispettivamente nella prima e nella seconda scena, raccontano l’accaduto, gli stessi identici fatti da prospettive differenti. Ed i fatti cambiano eccome se li si guarda da due angolature visceralmente opposte. Al funzionario della Croce Rossa (Massimiliano Sbarsi nella sua poderosa classica voce enfatica, rilassante e riverberante che non ci annoiamo mai di sentire) viene fatto fare un giro nel campo, lo si invita ad entrare, a parlare con le persone, addirittura a filmare, non accorgendosi di essere utilizzato per la propaganda del regime nietzschiano che vuole combattere le “dicerie” di uomini-scheletro, fili spinati, torture e pigiami a righe. L’ispettore crede a quello che vuol credere, (“Tutto quello che temiamo è già successo nella vostra testa”, gli dice l’ufficiale nero) rifuggendo le immagini atroci che in cuor suo sapeva che avrebbe trovato. Tira un sospiro di sollievo nel constatare la falsità delle voci che circolano e respira pensando ottimista, divenendo invece “complice” dei misfatti.

Foto di Michele Lamanna

Foto di Michele Lamanna

Dall’altra parte il nazista pascaliano (Alessandro Averone, al quale verrà consegnato il Premio della Critica ’13, in un’altra prova affascinante ed esperta di grande compattezza e solidità) innamorato dei classici ma vuoto, arido, stitico d’amore e di sentimento per il prossimo. Come egli dice, non sono le parole è il gesto che le accompagna, è l’intenzione, sono i fatti che danno corpo alle parole. Come un attore che riporta a memoria la parola d’inchiostro senza crederci. Il nazista hegeliano che, per celebrare la visita della Croce Rossa, ha imbastito ed intavolato una vera messinscena dove gli attori che devono interpretare gli ebrei felici sono gli stessi ebrei (ricorda le pellicole “Train de vie” per la realtà ribaltata e “Mein Fuhrer” per la scelta di introdurre il teatro come arma di seduzione e convincimento), scelti da un kapò, che dovranno interpretare degli ebrei soddisfatti delle condizioni all’interno del lager, ubbidienti ma liberi, non un Paradiso ma una prigione modello. Per chi non collabora ci sono ad attenderli i treni per i crematori, per chi collabora nessuna salvezza comunque, l’appuntamento con il camino è soltanto rimandato di qualche settimana.

Come in una prova teatrale, o in un film (visto che le riprese, in stile vintage bianco e nero come se fossero datate a metà anni ’40, hanno un forte impatto sulla piece, proiettate dietro sul fondale) il gerarca artista-regista mette a punto mosse e movimenti, battute e copioni e, come fosse un gioco (per lui teatrale, per i prigionieri di morte) da far funzionare nella miglior maniera possibile, impartisce ordini e dettami, organizza casting, fa fare prove su prove fin quando la perfezione del risultato non verrà raggiunta. Il risultato della finzione viene soddisfatto tanto che l’ispettore, con i suoi dubbi interiori, ma redigerà un rapporto favorevole e positivo, quasi inneggiante al trattamento dei prigionieri allestito ed approntato nei campi teutonici.

La costruzione di un mondo virtuale, di una second life talmente falsa ma ben fatta, riesce nel tentativo di farsi passare per vera ed essere creduta forse da tutti i componenti della piece: l’ispettore che crede a ciò che vede, il gerarca che mette in atto e in mostra le sue qualità artistiche e quindi, egli pensa, anche doti umane, il kapò che crede così di salvare i suoi compagni, gli ebrei che pensano di evitare la morte ben recitando il ruolo assegnato. Tra la finzione e la verità, la prima ha nella sua faretra le frecce dell’esperienza, dell’inappuntabilità, della riprova all’errore, mentre la seconda è fallace, è sempre diversa da se stessa, è fragile e momentanea, incontrollabile per sua stessa natura e quindi inaffidabile. Con il controllo la finzione si riesce a mettere in scacco, a posizionare in caselle lineari e precise, talmente funzionali e rette da poter essere spacciata, ad occhi che ambiscono al consolatorio, al protezionista, al docile, per reale. Una realtà da Truman Show, da mondo artefatto pulito e convenzionale, vera solo per l’attimo in cui va in scena: “Non c’è di che vergognarsi ad aver finto almeno una volta nella vita”.

Himmelweg” di Juan Mayorga. Traduzione: Adriano Iurissevich. Con: Roberto Abbati, Alessandro Averone, Massimiliano Sbarsi. Video: Lucrezia Le Moli. Costumi: Emanuela Dall’Aglio. Luci: Luca Bronzo. Regia: Gigi Dall’Aglio. Produzione Fondazione Teatro Due. Visto al Teatro Due, Parma, il 1 aprile 2014.

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