Teatro, Teatrorecensione — 02/04/2013 15:22

La “favola” di tre uomini che sognano una vita diversa come Pinocchio

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C’è un grosso Pinocchio che sembra cresciuto e divenuto adulto suo malgrado. C’è l’umanità di tre uomini usciti dal coma dopo un evento traumatico che li ha condotti fino all’anticamera della morte. Le cure mediche e la forza di volontà nel voler reagire ad una condizione di invalidità permanente, il coraggio nel cercare di tornare ad una vita il più normale possibile, sono gli elementi costitutivi caratterizzanti il percorso di vita di Paolo Facchini, Luigi Ferrarini e Riccardo Selli, segnati nel corpo e nello spirito ma pronti a rimettersi in gioco grazie ad un gemellaggio tra la compagnia dei Babilonia Teatri e gli Amici di Luca di Bologna, dedita al sostegno riabilitativo – psicologico delle persone colpite da esiti da traumi cerebrali. L’idea nasce come un progetto pensato per raccontare sulla scena la loro esperienza, spogliati anche fisicamente – sono a torso nudo insieme al Pinocchio alias Luca Scotton  in grado di creare una sorta di dialogo-intervista, guidata abilmente da Enrico Castellani che li incalza di domande serrate e li conduce verso un terreno pericoloso. Il rischio (cosciente) è quello di trasformare le loro storie di vita in una sorta di pietistico racconto e svilire il percorso terapeutico intrapreso, che trova la sua compiutezza in una rappresentazione non convenzionale e anti-teatrale, cifra stilistica dei Babilonia, dediti da sempre a ricercare linguaggi espressivi non convenzionali.

Pinocchio è una sorta di trait d’union tra la favola di Collodi e la verità aneddotica dei tre uomini a cui la vita ha riservato una prova da superare non facile. Ritornare nel mondo degli adulti dopo essere stati accuditi in tutte le loro funzioni vitali primarie. La storia del burattino di legno che voleva diventare essere umano, qui assume un significato esistenziale profondo: l’uomo che riscatta se stesso da una condizione di impotenza e di deprivazione sociale. Desideri, sogni, fantasie si scontrano con una società poco incline ad accettare i “diversamente abili”. La normalità è una condizione desunta da comportamenti socialmente accettati in cui viene richiesto di essere al massimo delle proprie prestazioni vitali, fisiche e psichiche. La voce fuori campo di Castellani serve anche a tracciare un ring in cui Paolo, Luigi, Riccardo, si muovono fino a quando “l’arbitro” lo consente. Uscire da un canovaccio drammaturgico concordato, viene subito interrotto per riportare lo scorrere della narrazione intessuta di ricordi e di abitudini pre-trauma, poi divenuti ricordi un po’ nostalgici. Il pubblico viene chiamato ad una partecipazione emotiva non mediata da artifici di facile effetto.

Non c’è distanza tra la scena e la platea, volutamente annullata dalla veridicità della testimonianza che assume un valore condiviso tra chi la racconta e chi l’ascolta. La mediazione tra le loro esperienze e la sensibilità di chi assiste è data dall’empatia che scaturisce dalla dialettica che scorre, la loro genuina partecipazione fisica e il senso di incompiutezza nel trovare delle risposte, a quesiti posti con sensibilità grazie anche a slogan apparsi su cartelli che i tre tengono tra le mani come: “Ieri, ieri, … ora vorrei che fosse ieri”. Sono se stessi e non fingono e si pongono come partecipanti anche in un registro ironico nel disinnescare il portato doloroso della loro esperienza pregressa. Non si tratta certamente di una forma di teatro sociale quanto un’esperienza umana e artistica in grado di valorizzare la propria condizione senza dover ricorrere a forme di sublimazione rischiose. Sono loro stessi a farlo e ad accettare la fatica di stare in scena in piedi, “interrogati” anche su temi scabrosi come la loro sessualità, divenuta un miraggio dopo l’incidente. La retorica, se pur presente, trova una sua definizione necessaria senza mai prevaricare sull’esito finale che riserva sinceri applausi, convinti da chi non ha esitato a mostrarsi senza falsi pudori. Questo Pinocchio non sa dire le bugie e il suo naso non si allunga.

 Visto al Teatro Studio /Comunale di Bolzano nell’ambito della stagione “L’arte della diversità”  il 22 febbraio 2013

 

 

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