Teatro, Teatrorecensione — 02/04/2013 14:07

Dal “Deserto dei Tartari” , storia di un uomo che chiude alla vita a “Nostra Italia del miracolo” , storie di un’Italia che non si ama. Lo Spazio Off di Trento “riscopre” le firme della letteratura e del giornalismo italiano

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È una “fuga dal tempo”, quella che caratterizza il romanzo Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, pubblicato nel 1940, e che fece dell’autore uno degli scrittori più rappresentativi del Novecento. Lo stesso Buzzati spiegava come l’idea di scriverlo era nato dalla noia per il suo lavoro di giornalista in redazione e la vita stessa dell’uomo, alienato dai ritmi urbani dove tutto è regolato dalla routine. Immaginò una storia di un giovane ufficiale di carriera di belle speranze che a soli ventun anni si presenta al Forte Bastiani dove è stato assegnato con il grado di tenente. Si chiama Giovanni Drogo il quale dovrà abituarsi a convivere in un luogo sperduto e desolato. Una fortezza posta ai confini del regno dove la sua funzione non ha nessun ruolo difensivo per aver perso la sua importanza strategica.

Woody Neri  nel ruolo del tenente Giovanni Drogo

Dimenticato da Dio e dagli uomini. Il proprio riscatto di combattenti a cui è stato chiesto di non andare al fronte, passa attraverso l’illusione di potere combattere un giorno un nemico che tarderà ad arrivare. La sua vita subirà un destino a cui egli non potrà sottrarsi. La sua permanenza verrà fagocitata da quel luogo che lo rapirà e lo farà sentire un estraneo al momento del suo ritorno a casa in licenza dove non si riconosce più. Trascorreranno trent’anni prima di lasciare quella “prigione”, troppo tardi per rifarsi una vita altrove: sarà la malattia che lo condurrà alla morte a “liberarlo” in completa solitudine, immerso nei suoi pensieri in grado di tracciare un bilancio della sua esistenza terrena. Fallimentare ma riscattata solo per essere riuscito a sconfiggere la morte accettandola con quel coraggio che era mancato nel trovare la forza necessaria nel dare senso ad una vita mediocre.

Segnata dalla solitudine scaturita dall’incapacità di provare sentimenti che non siano dettati dall’antagonismo verso i colleghi. Il protagonista vive lui stesso il pessimismo di Buzzati. Lo scrittore ritiene la stessa esistenza dell’uomo guidata da forze oscure e malvagie, azioni a volte casuali o predestinate da cui cercare di sfuggire invano, ed ecco allora che il deserto diventa qualcosa di simile al nulla da sconfiggere, con l’attesa che accada un evento scatenante in grado di ridare senso alla sua vita. La liberazione da questa angoscia avverrà solo grazie ad una morte vissuta con dignità.

Trento Spettacoli sceglie di produrre una lettura contemporanea del romanzo di Buzzati avvalendosi dell’adattamento teatrale firmato da Maura Pettoruso e la regia di Carmen Giordano, affidando la parte del tenente Drogo a Woody Neri. Sono i nomi che compongono Macelleria Ettore,un collettivo teatrale impegnato nella ricerca sperimentale nello scandagliare testi di grandi autori letterari, attraverso una personale visione in grado di ricreare suggestioni emotive, tali da permettere al pubblico di “leggere” drammaturgicamente, le  pagine pubblicate.

La scelta di portare in scena Il deserto dei Tartari dimostra una maturità artistica nel percorso affrontato da parte del gruppo. La messa in scena ruota intorno alla figura del giovane ufficiale di carriera, accentrando su di lui l’intera vicenda. La sua figura catalizza azioni, fatti, ruoli comprimari, e lo scorrere narrativo di tutta la storia. Woody Neri da vita al suo personaggio con un’intensità tale da riuscire a ricreare l’intero scorrere vitale del protagonista del romanzo, combattuto nel provare sentimenti così contrastanti tra di loro. Da una parte la nostalgia della sua vita trascorsa e mai più rivissuta: gli affetti materni e la vita quotidiana nel suo luogo d’origine, dall’altra l’ambizione e il desiderio di emergere come militare valoroso. L’attore incarna le contraddizioni di questo agire diviso tra inconscio e razionalità, gestendo con gesti misurati ed efficacia recitativa un monologo ricco di risonanze emotive.

La regia sceglie l’essenzialità caratterizzata dal contrasto tra luce e buio in grado di creare un ambiente minimalista dove l’uomo appare e scompare per sua mano, accendendo e spegnendo semplici abat-jour. Il nero rappresenta i pensieri più cupi che si affollano come nubi tempestose e la luce, al contrario, rischiara per fugaci attimi il suo destino segnato dallo scandire del tempo che divide il giorno dalla notte. Il desiderio di fuggire si alterna a quello di restare. È il suo Io incapace di trovare pace in un’esistenza segnata da tormentate scelte di rinuncia e privazioni. La sintesi drammaturgica curata da Maura Pettoruso segue attentamente la narrazione scegliendo i momenti più salienti in cui collocare quell’inquietudine esistenziale che fa dell’uomo vittima e carnefice di se stesso.

Dalla scrittura alla recitazione la brava attrice veste i panni della giornalista più sagace e pungente che il giornalismo italiano abbia mai avuto: Camilla Cederna. Lo Spazio Off di Trento ha ospitato di recente la nuova creazione del regista -drammaturgo Giulio Costa, Nostra Italia del miracolo, a cui è stato affidato di portare in scena la vita professionale della giornalista capace di raccontare un’Italia segnata da contrasti che ritraggono una nazione incapace di darsi un’identità forte e sicura. La figura di questa intellettuale sempre controcorrente e criticata per le sue opinioni viene incarnata da Maura Pettoruso ben guidata registicamente nel non cadere nell’errore di cercare una verosimiglianza con la Cederna che avrebbe sfalsato la riuscita stessa del suo monologo.

Camilla Cederna 

Non una ricostruzione similare della sua personalità professionale così ostica, bensì una carrellata dei suoi scritti più significativi pubblicati nel corso della sua carriera, straordinariamente attuali con il nostro presente storico. Una giornalista dotata di una lucidità tale da riuscire a cogliere e prevedere attraverso un’attenta disamina vicende del suo tempo quanto identiche al giorno d’oggi. La scelta drammaturgica segue un filo conduttore capace di raccontare attraverso la narrazione delle stesse parole scritte, la figura stessa della Cederna, penna acuta e feroce, spesso in polemica con i suoi interlocutori. Maura Pettoruso la caratterizza offrendo una versione di una donna che cura il suo aspetto femminile – estetico nella sua semplicità del gesto quotidiano.

Scelta vincente capace di farci avvicinare di più a noi una figura mitizzata amata e odiato al contempo. Non un semplice ritratto di un’icona del giornalismo italiano dove c’era il rischio di trasformarla in un elogio ma un intelligente attraversamento di quasi un secolo di storia italiana. La voce della protagonista racconta anni di parole scritte come un eco che ritorna indietro e si diffonde tra chi è presente e ascolta rapito da storie drammatiche memori di sofferenze, dolore, tragedie, periodi bui della nostra epoca più recente.

Maura Pettoruso

L’ironia è la cifra stilistica scelta dal regista Costa che ha affrontato anche la ricerca e la stesura drammaturgica, scelta impervia se si pensa che la scrittura giornalistica non si presta facilmente ad una riduzione teatrale. È la presenza scenica di Maura Pettoruso ad alleggerire il racconto e rendere fruibile il pensiero della Cederna quando affronta il fascismo presente nel DNA italiano tutt’ora in forme di ideologia che stentano a svanire, gli anni di piombo con le Brigate Rosse, l’avvento della televisione commerciale fino ad occuparsi del fenomeno delle piogge acide. Senza guardare in faccia nessuno e senza appello, la giornalista sapeva svelare cosa si nascondeva dietro falsi perbenismi, le mille contraddizioni sociali. Pochi gesti per dire che la parola scritta una volta pubblicata sparisce nell’oblio quando l’attrice stropiccia, e calpesta fino ad infilare le pagine del Corriere della Sera in un tritacarte. Parole spese per finire spesso dimenticate ai più e ora rivalutate con intelligenza da chi ha scelto di portarle sul palcoscenico dello Spazio Off, fucina di idee e progetti innovativi.

Il deserto di Tartari

di Dino Buzzati

adattamento teatrale di Maura Pettorruso

con Woody Neri

regia di Carmen Giordano

co-produzione Provincia Autonoma di Trento ed Ecomuseo Valle del Chiese

con il patrocinio di Associazione Dino Buzzati, Fondazione Dolomiti Unesco

media partnership Corriere della Sera e Corriere del Trentino

Nostra Italia del Miracolo

con Maura Pettoruso

regia e drammaturgia di Giulio Costa

organizzazione a cura di Daniele Filosi

co-produzione Trento Spettacoli/Arkadis

Visti allo Spazio Off di Trento il 20 febbraio e il 13 marzo 2013

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