Teatro, Teatro recensione — 31/12/2014 00:35

Le parole (non) dette: il John di DV8 Physical theatre

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LONDRA – DV8 Physical theatre e’ una nota compagnia londinese fondata nel 1986 da un collettivo indipendente costituito principalmente da danzatori. Guidati dal regista Lloyd Newson, il cui intento e’ quello di rompere le barriere tra danza e teatro, DV8 e’ riconosciuta per aver incorporato nelle precedenti produzioni danzatori disabili, il film The cost of Living del 2004 e’ solo un esempio tra i tanti. Per la compagnia il lungo processo delle prove e la ricerca sono la base di ogni nuovo progetto. Il direttore artistico Lloyd Newson dice: “Lo scopo del nostro metodo creativo e’ reinvestire la danza di un nuovo significato, particolarmente dove questa ha perso per via delle tecniche formalizzate”. La reputazione della compagnia e’ quella di spingersi oltre i propri limiti e interrogarsi sui ruoli e la relazione tra uomo e donna nella nostra societa’. Newson ha studiato sociologia e psicologia all’Universita’ di Melbourne ma si e’ reso conto molto rapidamente che non voleva diventare uno psicologo. Anche se gli piace pensare che c’e’ sempre un motivo psicologico che lo porta a scuotere il pubblico attraverso le sue regie di teatro e danza. La sede della compagnia e’ situata nella parte Est di Londra presso l’ Artsadmin, una charity fondata nel 1979 da Judith Knight e Seonaid Stewart che offre la possibilita’ agli artisti di utilizzare le sue 9 sale per prove e workshop.

giuseppa 2

John di Lloyd Newson, in scena sino al 13 Gennaio 2015 al National Theatre, e’ il risultato di una coproduzione tra il National stesso, la Biennale della danza di Lyon, Theatre de la Ville e festival D’Automne Paris, Dansens Hus Stockholm, Dansens Hus Oslo e ovviamente la compagnia DV8 Physical Theatre. Newson inizialmente ha pensato di svolgere un lavoro sulla ricerca dell’amore dal punto di vista maschile. Cosi’ ha intervistato piu’ di 50 uomini facendo loro delle domande sull’ amore, la monogamia e il sesso. Poi ha incontrato John e ha ha voluto raccontare la sua storia. La volonta’ coreografica e registica di Newson e’ dichiaratamente quella di scuotere lo spettatore con la biografia inquietante del suo personaggio e le sue strazianti e tormentose vicende di famiglia e droga. Avendo assistito alla morte di overdose della madre all’eta’ di 10 anni, John e’ cresciuto nell’ambiente malsano della tossico dipendenza. E’ stato arrestato per 5 anni per non aver forse neanche commesso il violento reato per cui e’ stato giudicato. Questa e’ la prima parte dello spettacolo: un incessante movimento di parole e azioni in cui gesto e racconto corrono sullo stesso binario, ossia quello della formalita’.

crediti foto Marasco

La parola aspira i corpi degli attori come un labirinto da cui ne restano intrappolati. Ad ogni virgola, pausa corrisponde un movimento, anche per la piu’ piccola sospensione non si lascia mai uno spazio al silenzio, ai brividi del corpo o all’espressione violenta della rabbia. Tutto e’ magistralmente controllato e temperato. Del movimento non ne resta che la perfezione della bellezza formale. Si assiste ad una lezione di coreografia programmata in cui l’attore implode se stesso con rari momenti di interiorizzazione e commozione. Si assiste ad un assolo di regia coreografica dove l’emozione e’ telecomandata e non si vuole andare oltre le righe. Anche nella parte agghiacciante della sua infanzia in cui il padre violenta la sorella, non si ha un attimo per digerire l’accaduto che gia’ siamo accompagnati lontani, come se non ci si volesse soffermare sotto il riflettore dell’incesto famigliare. Il testo diventa cosi’ totalizzante che, nonostante i corpi degli attori restino nudi integralmente, noi -in quanto spettatori-, non veniamo per nulla scossi da quello che ci raccontano. Tutta la seconda parte dello spettacolo, infatti, e’ dedicata alle saune gay: la vera “dark room” dello spettacolo. Di certo Newson voleva farci vivere un’autentica esperienza teatrale in cui lo spettatore e’ costretto a riflettere sulla cruda condizione omosessuale di questi squallidi mercati del sesso.

Sfortunatamente i suoi attori diventano cosi tanto funzionali alla piattaforma rotante della scena che dopo 90 minuti finiscono col scimmiottare se stessi nella giostra di marionette parlanti che stanno deridendo. I chiaro scuri delle luci rendono l’atmosfera leggermente piu’ intima e la scena e’ pensata per trasformarsi rapidamente e metaformicamente in qualsiasi luogo e ambiente. L’unico punto forte dello spettacolo, infatti, e’ il disegno luci di Richard Godin e l’ideazione della scena affidata ad Anna Fleischle. Al di la’ della grande prova di questi nove attori-danzatori, che dimostrano un’altissima preparazione e un’eccellente pulizia nel movimento, e’ mancata allo spettacolo un’organicita’ e una dialettica tra le componenti drammaturgiche e coreografiche della scena. Al termine dello spettacolo penso a Pasolini e alla sua critica al teatro del gesto e dell’urlo, soprattutto quando afferma:“il teatro dovrebbe essere ciò che il teatro non è” , non dovrebbe aspirare ad essere vero quando non lo e’. O meglio, quando non si e’ in grado di renderlo tale.

 

 

Visto al National Theatre di Londra 

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