RUMOR(S)CENA – FERRARA – La compagnia Riva & Repele, al Teatro Comunale di Ferrara, con Dear Son di ha raccontato la storia di una famiglia spezzata dalla guerra e la tenacia degli affetti che hanno resistito al tempo. Firmata da Simone Repele e Sasha Riva la creazione si è aperta su un palcoscenico immerso nel buio, attraversato da tre coni di luce che hanno isolato i corpi, guidando lo sguardo verso presenze fragili e solitarie. Fin dall’inizio, la luce non si è limitata a illuminare la scena, ma ha contribuito a raccontarla, dando forma alle distanze, ai silenzi e alle tracce lasciate da chi non c’era più. Al centro della vicenda è stata posta la condizione più innaturale, quella di due genitori costretti a sopravvivere al proprio figlio, partito per la guerra. La famiglia, inizialmente raccolta nella promessa di un futuro, è stata separata dalla violenza della storia. Sono rimasti una madre anziana, che ha scritto al figlio senza sapere più quali parole affidare alla lettera, e un padre che ha condiviso con lei un’attesa destinata a protrarsi negli anni. La coreografia ha affrontato questa condizione senza cercare facili consolazioni, mostrando quanto l’assenza abbia continuato a condizionare la vita di chi è rimasto.

La prova di Anne Jung, Simone Repele e Sasha Riva è risultata coinvolgente e tecnicamente solida. I tre interpreti hanno intrecciato una danza fisica e teatrale, nutrita da esperienze formative differenti. Riva e Repele hanno riconosciuto l’importanza della propria formazione e degli artisti incontrati durante il percorso professionale: il lavoro in sala è partito dalle qualità di ciascuno, trasformando le singole esperienze in materia scenica. Anche il passato di Jung, che ha praticato ginnastica ha contribuito a una concezione del corpo aperta a possibilità espressive diverse. Il movimento ha dato forma ai personaggi, alle loro contraddizioni e alle trasformazioni che li hanno attraversati, senza limitarsi a illustrare la vicenda.
La dimensione attoriale ha sottratto la tragedia al rischio di diventare un simbolo astratto. La tecnica si è messa al servizio dell’espressione e la fisicità ha restituito la fragilità dei personaggi senza privarli della loro forza. In questo equilibrio tra precisione e intensità interpretativa, gli interpreti hanno trovato la loro efficacia. Il cambiamento fisico ha rappresentato uno dei nuclei più intensi della creazione. Nell’intervista finale, Repele ha proposto una lettura dell’ultima scena che è andata oltre l’immagine della vecchiaia: i genitori sono apparsi come figure rimaste immobili nella desolazione, oggetti impolverati dopo la scomparsa del figlio. Gli anni sono trascorsi, ma il tormento non si è necessariamente attenuato; insieme a esso è sopravvissuta la speranza che un simile futuro non si ripetesse. Il tempo ha trasformato i corpi senza cancellare i segni di un’esperienza irreversibile.

Il disegno luci di Alessandro Caso ha completato la ricerca. I coreografi hanno spiegato di aver preferito un’illuminazione selettiva, anziché una luce uniforme sull’intero palcoscenico, per indirizzare l’attenzione verso situazioni precise e mantenere leggibili le espressioni del viso. Luce, danza e ritmo hanno concorso alla costruzione della scena. Nel finale, il suono delle campane e la presenza delle due figure anziane, immerse in un’atmosfera di lirismo poetico, non hanno offerto una pacificazione rassicurante, ma hanno lasciato aperta la ferita della storia. La partitura musicale ha accompagnato questo percorso attraverso linguaggi differenti. Bella ciao, Voglio vivere così, Mamma e le canzoni di Gino Paoli e Fabrizio De André hanno evocato un’Italia familiare, dal sapore vintage, scelta dai coreografi anche come omaggio alle proprie origini e alle rispettive famiglie. Repele e Riva hanno raccontato di aver cercato melodie e voci capaci di appartenere alla storia narrata, accostando la tradizione italiana alle sonorità ieratiche e tragiche di Arvo Pärt. La scelta di un repertorio eterogeneo ha seguito le esigenze espressive della creazione, senza vincolarsi a un unico genere. Le canzoni più conosciute hanno portato con sé emozioni già sedimentate, talvolta anticipando la risposta dello spettatore. Al tempo stesso, hanno costruito una memoria condivisa, avvicinando la vicenda privata alla coscienza collettiva. Il ritorno finale di Bella ciao, mentre sul palco vuoto sono stati proiettati disegni che hanno ripercorso la storia, ha rafforzato la dimensione civile del lavoro. I corpi si sono sottratti allo sguardo, ma le immagini ne hanno raccolto le vicende, lasciando alla scena una funzione di testimonianza.

Dear Son ha trovato la propria forza nella trasformazione di una vicenda familiare in una riflessione sulle conseguenze della guerra. La scena ha affidato ai gesti, ai volti e alle immagini ciò che le parole della madre non sono più riuscite a esprimere. La lettera incompiuta è diventata il segno di un racconto che non ha potuto concludersi; i corpi invecchiati hanno testimoniato il passaggio degli anni senza sciogliere il legame con il figlio. In questa tensione irrisolta, la danza ha restituito la dimensione umana e la responsabilità collettiva di una tragedia privata.
Visto il 25 ottobre 2026 al Teatro Comunale di Ferrara
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