ALTRITEATRI, Danza — 20/10/2026 at 14:14

Posso solo credere a una dea che danza: la perfezione come prigione

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RUMOR(S)CENA – REGGIO EMILIA – Il lavoro di Marianna Basso presentato  alla Fonderia di Reggio Emilia è partito da Mine-Haha di Frank Wedekind, pubblicato nel 1900. Il racconto dello scrittore tedesco, ambientato in una scuola in cui le giovani vengono educate attraverso una rigorosa disciplina del corpo, custodisce una delle ambiguità più inquietanti della formazione: la ricerca della perfezione può diventare una forma di reclusione, e l’educazione alla bellezza trasformarsi in una pratica di obbedienza?

Luca Scarlini

Luca Scarlini, attraverso la narrazione, delinea i contorni di questo universo. La scuola che descrive è un’istituzione assoluta, senza alternative possibili: cancella i nomi delle allieve, ne controlla i gesti, pretende di governarne i pensieri e considera il pianto un segno d’inadeguatezza. Il teatro, presentato come la destinazione ultima di ogni aspirazione, è anche il luogo in cui si perpetua una gerarchia inflessibile. Soltanto una delle allieve può raggiungere la teca, simbolo di una perfezione da ammirare, alle altre spetta imparare ad accettare il proprio posto nella piramide. Durante la rappresentazione la voce narrante ha accompagnato questo sistema con un tono didattico, che ha reso ancora più sinistro il contenuto delle sue parole. Gli uccelli sono stati indicati come maestri di naturale perfezione, mentre gli esercizi imposti alle ragazze diventano sempre più estremi; la bellezza è stata celebrata attraverso un linguaggio che non lascia spazio alla fragilità. Il corpo deve apprendere a obbedire, fino a perdere ogni autonomia, in un costante contrasto fra armonia dichiarata e violenza esercitata.

crediti Giorgia Moreni

La scena è organizzata attorno a un’immagine centrale: un prato verde, al centro del quale si trovava una bara aperta con una danzatrice al suo interno. Il corpo si è animato attraverso movimenti convulsi, quasi epilettici, protratti per alcuni minuti, per poi tornare all’immobilità. Una presenza che ha suggerito una tensione fra vita e morte, fra costrizione e perdita di controllo, senza tuttavia sviluppare fino in fondo le possibilità contenute in questa figura. Le altre due interpreti sono entrate e uscite dallo spazio scenico, in una composizione che ha proposto complessivamente tre sequenze coreografiche. La scrittura del movimento è apparsa piuttosto esile rispetto alla densità del materiale narrativo. Le tre danzatrici hanno mostrato qualità tecniche riconoscibili, evidenziate proprio nei momenti in cui la coreografia non ha offerto loro occasioni sufficienti per emergere. Il movimento, al pari della parola, non è stato pensato come strumento capace di dare forma alla competizione, ma solo alla costrizione e alla progressiva cancellazione dell’individuo. Durante gli applausi finali l’uscita di Scarlini ha lasciato una sensazione di compiacimento, quasi che la postura del narratore prolungasse fuori dal racconto l’autorità che la scuola esercita sulle allieve. Una scelta che forse ha voluto accentuare il carattere inquietante della rappresentazione.

crediti Giorgia Moreni

Non occorre che la danza illustri letteralmente ciò che viene raccontato. Anzi, il suo interesse può risiedere proprio nella distanza fra la parola e il corpo, nella capacità di contraddire il narratore o di aprire, attraverso il gesto, una prospettiva che il testo non contempla. In questo caso, tuttavia, la relazione fra i due linguaggi non è sempre sembrata sufficientemente sviluppata. La forza della narrazione ha finito così per occupare uno spazio che la coreografia non è riuscita a sviluppare pienamente. Le interpreti non sono state messe nelle condizioni di valorizzare fino in fondo le immagini sceniche, talvolta incisive, ma non sempre adeguatamente articolate, lasciando il pensiero coreografico in una dimensione confusa. Si sarebbe potuto interrogare una memoria nella quale il corpo è stato, in modi diversi, terreno di sperimentazione, trasgressione e ridefinizione della presenza femminile. Rimane dunque la distanza fra un immaginario ricco di possibilità e una realizzazione coreografica che non sempre è riuscita a sostenerne la complessità. La sgradevolezza non è, di per sé, un limite, può essere una via per mettere in crisi le immagini rassicuranti del corpo e della bellezza. La confusione e la violenza, insieme alla sgradevolezza, sono arrivate con forza allo spettatore e, se erano queste le sensazioni che il lavoro intendeva suscitare, l’obiettivo è stato raggiunto.

Resta tuttavia da capire se tale impatto sia riuscito a tradursi in una forma teatrale capace di andare oltre la dichiarazione delle proprie intenzioni. È in questo passaggio, fra l’intenzione e la sua traduzione scenica, che il lavoro di Marianna Basso ha lasciato aperte le questioni più interessanti, e ha ricevuto dal pubblico una risposta entusiasta.

Visto alla Fonderia di Reggio Emilia il 15 ottobre 2026

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