Teatro, Teatro recensione — 30/11/2017 13:25

La vita normale di un uomo colpevole per forza

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GENOVA – Una piccola e particolare realtà nel cuore di Genova, nata negli anni ’60 e conosciuta come Teatrino di Piazza Marsala, che si trovava sotto gli uffici dell’allora Teatro Stabile. Fungeva da termometro di una città che per un certo periodo costituì il fulcro dell’arte teatrale, della sperimentazione e scintilla dell’avanguardia. Oggi si chiama Bloser e mantenendo l’antico contesto dove teatro, bar – ristorante coesistono e fungono da completamento, è diventato uno spazio che mescola un nonso-che di underground ad antichi sapori fatti di sculture di lampadari a goccia, broccati e tendoni di velluto ed una parete interamente arredata da immense canne d’organo.

Sul piccolissimo palco a forma di spicchio campeggia una seggiola di dimensioni spropositate. Poi entra lui, Luciano Schiamone, detto Lucio, in arte benzinaio, trentaseienne, vestito con una tuta da lavoro, si arrampica sull’enorme sedia ed inizia il suo monologo. E’ una persona qualunque, con una vita e un lavoro normale, nessuna aspettativa (come è abituale che sia), pure nei rapporti, delusioni. Ma allora perché deve scagionarsi dall’accusa di aver ammazzato una donna (normale) mozzandole la testa ed averla lasciata dietro alla sua pompa di benzina? Inizia così “Nessuno può tenere Baby in un angolo” scritto da Simone Amendola e recitato da Valerio Malorni

Valerio Malorni foto Claudia Pajewski_

 

Lucio è un assassino ? Ma figurarsi se è stato lui: persino le analisi del sangue lo impressionano! E poi perché avrebbe dovuto, lui, uno non proprio felice di fare il benzinaio e di non essere capace di imbroccare mai con le donne; e nonostante ciò potrebbe tutto questo costituire una colpa? Inizia così ad interrogarsi ed a fare una ricostruzione esatta della sera in cui avvenne il delitto. Una giornata fatta di tredici ore di lavoro in piedi, dopo aver pagato il suo aiutante indiano (forse), aver controllato i lucchetti delle pompe di benzina, preso l’auto, percorso i venti minuti di tragitto che lo separano da casa, buttato sulla poltrona, bevuto due mezzi bicchieri di bevanda alcoolica. Lo stato d’animo nervoso (la dentista con la quale avrebbe dovuto uscire lo avrebbe chiamato?), essersi quindi addormentato, aver cercato il proprio cellulare e non averlo trovato, pensato di averlo lasciato al lavoro, essersi rivestito, percorso a ritroso il tragitto, aver recuperato il cellulare, letto il messaggio lasciato dalla dentista la quale per quella sera gli dava buca. Un’altra delusione, normale in questa vita insignificante. È proprio stronza, però. E fredda. Viene voglia di chiudersi in casa. “Prova a prendere sonno pensando che non esisti … che nessuna donna, da nessuna parte, ti sta pensando. Oppure infilati a letto dopo che hai scoperto di avere mille cose in comune con una sconosciuta …” Insomma è una vita normale piena zuppa di insoddisfazioni, di esitazioni, di paure di rifiuti, di tentativi goffi di entrare in relazione con l’altra metà del cielo.

 

Valerio Malorni foto Simone Amendola

Una voce di donna fuori campo lo incalza con alcune domande che lo costringono sempre di più all’angolo. Ora però ha bisogno di un alibi e non ce l’ha. Lo prepara nei minimi dettagli, ma il risultato è un registrazione montata ad arte da chissà-chi e che lo indica inesorabilmente come unico autore del delitto: non sono colpevole diventa sono colpevole. Un fantoccio illuminato dalla luce di uno smartphone, con cuffiette e sguardo nel vuoto è il suo avvocato, presenza assenza inquietante, come se già la storia non lo fosse abbastanza. “Ce la facciamo, avvocato, ne usciremo”. Lucio si palesa in una esilarante versione della ricostruzione dell’alibi in stile “ragazzo tipico spagnolo-think positive”, vestito da gattoconglistivali. Lo sviluppo si avviluppa, sempre lui in scena. Valerio Malorni (performer di grande abilità e autore di monologhi surreali visionari è anche regista), studia e collabora con Scaccia, Milenin, Denizon, Olshansky, Deja Donne, Khosro Adibi, Julyen Hamilton, Giorgio Barberio Corsetti, Daniele Timpano). Un attore   davvero abile nel tenere la scena con i suoi movimenti, i suoi trasformismi, le sue emozioni. È un giallo, un rosso, un nero. Nessuna etichetta, ma colpisce dritto allo stomaco. Uno sforzo fisico da fiatone a stargli dietro, a seguirlo con la vista e con l’udito. Fino alla fine, tra le noti dolenti di “… mi sono innamorato di te, perché non avevo niente da fare …”.

 

Incontriamo  Simone Amendola, regista, autore e filmaker, il quale per i suoi lavori ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui Premio Ilaria Alpi 2010, Premio Solinas 2014, In-Box 2014, Mostra del Cinema di Venezia 2016. Il suo film-documentario Alisya Nel Paese Delle Meraviglie (2009), più volte trasmesso dalla Rai, ha contribuito al dibattito sulle seconde generazioni e lo ius soli in Italia: “E stato un caso se la direzione artistica della rassegna del BLoser ci ha messi in calendario alla vigilia della giornata contro la violenza sulle donne … La produzione è di Bluedesk, una delle realtà culturali romane più attive sul territorio e che si occupa di cinema e teatro per i ragazzi. Come ci piace raccontare, il nostro incontro prima che artista/artista o autore/attore è un incontro di sguardi. Già prima di lavorare insieme c’era a distanza una condivisione di prospettive, di analisi della scena contemporanea (nel teatro, nel cinema, nella letteratura), di riflessioni sulla complessità del presente e sulle declinazioni possibili. Con il nostro primo spettacolo L’Uomo Nel Diluvio (che mette al centro un attore italiano emigrato in una Berlino in apparenza idilliaca) abbiamo raccontato la crisi di una generazione, cercando di superare il vittimismo, inventando un movimento possibile, interiore prima che sociale. Con questo secondo lavoro (in realtà scritto molto tempo prima de L’Uomo nel Diluvio) il tentativo è stato lo stesso: porre in evidenza i temi dell’affettività, della presunta ‘normalità’ e della verità prima ancora del tema della violenza. L’espediente materiale è un mezzo per provare a scandagliare il prisma dell’animo umano. Il testo costruito su più registri narrativi, la regia che prova a mettere in evidenza grandezze e piccolezze dello stare al mondo, e una recitazione realistica ma non appiattita sul naturalismo, sono state le traiettorie convergenti di questa utopia.”

Che ci auguriamo possa proseguire.

 

 

Nessuno può tenere Baby in un angolo

Visto al Teatro Bloser di Genova il 24 novembre  2017

Scritto da Simone Amendola
Interprete Valerio Malorni
Regia Simone Amendola Valerio Malorni
Produzione Blue Desk
Residenze Produttive TAN Teatri Associati, Napoli / Carrozzerie not, Roma
Con il sostegno di Festival Attraversamenti Multipli

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