spettacoli — 30/11/2017 23:02

I personaggi simili a noi del “Il senso della vita di Emma”

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BOLZANO – Molti tra il pubblico potranno riconoscersi in qualcuno dei personaggi che popolano il nuovo romanzo teatrale che Fausto Paravidino ha scritto, messo in scena e interpretato per il Teatro Stabile di Bolzano: «Il senso della vita di Emma». È un racconto che intreccia la storia di una famiglia borghese, come ce ne sono tante, con le vicende della storia italiana dagli anni ‘60 ad oggi. Si comincia con l’incontro e l’innamoramento dei genitori di Emma e si arriva a analizzare le inquietudini di questi nostri tempi, passando attraverso i momenti politicamente, culturalmente, socialmente più significativi dell’ultimo mezzo secolo. Filo conduttore è il rapporto matrimoniale di Carlo (Fausto Paravidino) e Antonietta (Eva Cambiale) con il loro amore, le loro crisi, le ansie per la crescita dei figli, quattro. A condividerne il percorso ci sono gli amici Clara (Marianna Folli) e Giorgio (Jacopo Maria Bicocchi), una coppia a loro inversamente speculare nel proprio “equilibrio” interno. E poi un nutrito numero di personaggi: il fratello e la sorella maggiori di Emma, Marco (Gianluca Bazzoli) e Giulia (Angelica Leo), il parroco (Giacomo Dossi che interpreta anche Nello, il bullo), la dottoressa Forlì (Maria Giulia Scarcella), una vicina saggia sebbene propensa a raccontare vicende inquietanti e drammatiche, Zia Berta (Sara Rosa Losilla), e i giovani Leone (Giuliano Comin), Ingrid (Veronika Lochmann) e Genziana (Emilia Piz).

 

Foto di Tommaso Le Pera

 

Tutti fanno da corollario con le loro stesse vite e i loro eterogenei sentimenti, fungendo ora da catalizzatori, ora da semplici testimoni. Emma è la protagonista, ma è la grande assente: è scomparsa, volontariamente, come aveva fatto la madre tanti anni prima, proprio quando era incinta di lei. Ma la situazione è molto diversa: di Antonietta si sapeva che era a casa di Clara e Giorgio, di Emma si sa solo che è viva. La vedremo nel finale della pièce (interpretata da Iris Fusetti), appassionata nello spiegare le ragioni della propria fuga, le inquietudini, le speranze, le delusioni che l’hanno spinta a voler stare sola con se stessa.

 

Foto di Tommaso Le Pera

La scrittura di Paravidino in questo romanzo teatrale è quella che lo ha fatto apprezzare e reso famoso: rapida, stringente, senza fronzoli, così come è la scenografia (opera di Laura Benzi) nella quale, come pure in questo caso, ambienta le sue opere. Le venature ironiche, il denunciare senza reticenza gli aspetti deteriori di singoli individui e soprattutto della società nel suo insieme rendono interessanti i suoi testi. Qui però la fa da padrone il desiderio di affrontare gli eventi di un così lungo periodo e di rappresentarlo attraverso le principali problematiche politiche, etiche, esistenziali, ecologiche, ma anche artistiche, perché di arte si parla e si discetta in apertura e in chiusura della pièce in due scene dissonanti rispetto al resto, con recitazione straniata e maschere grottesche a coprire il volto degli interpreti; ne deriva una dilatazione eccessiva dello spettro degli argomenti e dei tempi teatrali. Se il primo atto mantiene desta l’attenzione e ti cattura, il secondo risente dell’ansia di “epopea” che sembra aver preso l’autore. Sicuramente qualche taglio gioverebbe all’insieme.

Costumi di Sandra Cardini, luci di Lorenzo Carlucci, musiche originali di Enrico Melozzi eseguite dall’Orchestra Notturna Clandestina diretta dall’autore e maschere di Stefano Ciammitti.

In scena fino a domenica 3 dicembre al Teatro Comunale di Bolzano, poi in tournée nelle principali piazze della regione e a Rovereto: Teatro Zandonai, 12 dicembre; Cesena, Teatro Bonci, dall’1 al 4 febbraio 2018 ; Genova, Teatro Duse, dal 6 all’11 febbraio 2018 ; Torino, Teatro Gobetti, dal 13 al 18 febbraio 2018

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