spettacoli — 30/06/2017 14:30

Una stagione di successi dentro e “Fuori” il Teatro Stabile di Bolzano

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BOLZANO – Con Fuori!” si è conclusa con successo  la stagione teatrale  del Teatro Stabile di Bolzano caratterizzata da un’intensa programmazione che ha saputo offrire al pubblico molte proposte diverse per genere. Offrendo in questo modo la possibilità ad una platea più allargata di scegliere tra repertorio della prosa classica, teatro contemporaneo, iniziative volte ad una partecipazione attiva e popolari, capaci di portare gli artisti ad esibirsi fuori dal teatro come è accaduto con “Tournée da Bar” (inserito nel programma “FUORI!” che ha riscosso un successo clamoroso nei locali in cui si esibivano Davide Palla ed Enrico Pittaluga e l’accompagnamento musicale di Tiziano Cannas Aghedu. La scelta di Walter Zambaldi direttore artistico del Teatro Stabile di Bolzano di programmare per ben cinque sere un genere di spettacolo divertente per le sue caratteristiche di intrattenimento popolare ma allo stesso tempo capace di raccontare storie universali come l’Otello, Romeo e Giulietta e Amleto di Shakespeare, arrivando al cuore delle persone con leggerezza ed estrosità. Ispirandosi alla trama delle celebri commedie il regista Riccardo Mallus insieme ai suoi attori hanno dati vita a degli adattamenti in cui la narrazione seguiva in parte le versioni tradotte dall’originale e in parte improvvisate, così come nella migliore tradizione della commedia dell’arte.

 

 

Davide Palla Tournée da bar

 

Il clima festoso che si è venuto a creare sera dopo sera ha suscitato negli spettatori una partecipazione attiva cosa che nei teatri non sarebbe potuta accadere. Il divertimento diventa una forma di aggregazione sociale, ludica che permette allo stesso tempo di conoscere le opere del drammaturgo inglese in una commistione di generi diversi: dalla comicità dissacrante al goliardico senza mai venire meno alla professionalità richiesta per chi si esibisce di fronte ad un pubblico. Attirati dalla formula inedita ad ogni rappresentazione si sono visti bambini, giovani e adulti, di diverse fasce d’età, e questo ha reso ancora più stimolante la visione. La fantasia interpretativa permetteva di sconfinare oltre ai canoni consueti della recitazione classica, giocando sulle abilità degli attori a cui va dato merito di aver saputo cogliere lo spirito informale che si veniva a creare nei locali deputati alla ristorazione e per questo non semplici nell’attirare l’attenzione.

Il cliente presente per consumare bevande e cibo è uno spettatore da conquistare e per ottenerla è necessario possedere doti di artista anche intrattenitore e improvvisatore. Solo cogliendo l’atmosfera che si veniva a creare fa si che il “gioco teatrale”  si esprima nella sua formula originale. Tournée da bar ha saputo dimostrarlo a pieno. Il gradimento per le proposte del TSB ha visto un aumento di abbonati (nelle ultime due stagioni il 70 per cento in più di abbonati). Analogo successo anche per “Wordbox – Parole per il teatro”, un ciclo di produzioni teatrali dedicato alla drammaturgia italiana contemporanea in cui il pubblico poteva assistere a stretto contatto con gli attori nel momento delle prove di lettura che si svolgono normalmente a tavolino con il regista: Cavalieri di Aristofane, Don Chisciotte di Cervantes ed un Amleto di Shakespeare, riscritto in forma originale da tre giovani autori in una versione intitolata Hamlet box.

 

Lo strano caso della Notte di San Lorenzo

 

Ogni singola produzione è stata diretta da Roberto Cavosi e l’idea di farne delle prove aperte ha suscitato molta curiosità e interesse tanto da far decidere al direttore Zambaldi di aprire la stagione 2017/18 con “Word Box Arena” dove 150 spettatori saliranno sul palco per visionare tre proposte drammaturgiche diverse e in base al voto finale una di queste sarà prodotta e realizzata con uno spettacolo finale. Di Roberto Cavosi è stato prodotto anche il suo testo “Lo strano caso della notte di San Lorenzo” autore anche della regia. Ambientato in Alto Adige (prosegue in qualche modo la drammaturgia legata al territorio dopo “Brattaro mon amour” di Paolo Cagnan andato in scena nella stagione 2016), si racconta sulla falsa riga di un’inchiesta stile format televisivo di un fatto di cronaca nera, tra momenti di ricostruzione dei fatti e testimonianze di chi potrebbe aver avuto un ruolo nel commettere un omicidio. Cavosi traccia una linea di demarcazione tra quella che è la ricostruzione del delitto tramite indagini e risultanze processuali e quella che è la verità oggettiva diversa da come ci viene presentata. Forse celata dietro a delle corresponsabilità di tanti, come sono i protagonisti che si avvicendano sulla scena. Ognuno di loro nasconde qualcosa e la propria vita è segnata da ombre che possono confondere la ricerca del colpevole. La regia rimarca la possibilità che nulla è scontato e dietro un’apparente soluzione c’è sempre un lato oscuro da indagare. Gli attori si muovono seguendo questo dettato in un frenetico e continuo ribaltamento di un possibile finale.

Tra le proposte che compongono la nuova stagione va citata anche la Compagnia regionale (nata nel 2017) che  vedrà avrà Fausto Paravidino nella  veste di autore, regista e interprete. Nel cartellone 2016/17 dello Stabile (inserito nella sezione “Altri Percorsi”) si è visto anche Danio Manfredini che ha riproposto un suo spettacolo storico “Cinema Cielo” ( il debutto è del 2003 al Festival di Santarcangelo) vincitore del Premio Ubu 2004 per la miglior regia. Ambientato in un cinema a luci rosse (a Milano esisteva una sala con questo nome), l’artista ricrea con visionaria poeticità l’ambiente dove la solitudine, la diversità, l’emarginazione, il bisogno di di provare delle emozioni, venivano a contatto tra di loro in un costante bisogno di colmare quel vuoto che un’esistenza priva di calore e amore può determinare. Manfredini ricostruisce con un senso della misura che lo contraddistingue una realtà occultata dal buio che permetteva l’incontro tra persone nell’anonimato. Frammenti di vita consumati dove il sesso era un comune denominatore fatto di pulsioni atte a colmare un vuoto, un bisogno di d’amore che non avrebbe mai trovato un suo compimento.

 

Cinema Cielo Danio Manfredini

In Cinema Cielo si assiste ad un’indagine sociologica che sconfina nello studio del comportamento umano (visto con gli occhi di un artista che sa sempre astrarre) ma con una lucida analisi che sa raccontare senza cadere mai nella banalizzazione. Una variegata umanità in cui si mescolavano attori e lo stesso regista nel dare vita a personaggi che frequentavano il cinema. Storie che si incrociano e si confondono tra di loro per confrontarsi come in una sorta di doppio con dei manichini seduti nelle poltroncine: presenze immobili e silenziose. Traspare un senso di malinconia di rassegnazione esistenziale circoscritta in luogo dove ripararsi da quella società frenetica e rutilante che era l’Italia nel suo momento di massima crescita economica. Manfredini amplia il senso di estraniamento con l’amplificazione del sonoro di un film ispirato all’opera di Jan Genet “Nostra Signora dei Fiori” dove viene evocata la sua l’infanzia e le creature ambigue nella notte degli omosessuali della Parigi dell’anteguerra. Il personaggio di un travestito chiamato Divine e delle relazioni che aveva con i suoi amanti (e uno di questi da il titolo al romanzo e si rivelerà essere anche un assassino), fanno da sottofondo sonoro a Cinema Cielo in un progressivo e dolente racconto reso ancora più simbolico da rumore della pioggia. Una commistione di linguaggi dove tutto appare evanescente come sono gli incontri che non lasciano tracce di sé. Non è una storia che ha un inizio e una fine ma piuttosto un’incursione in un frammento di vita che ci viene presentato evitando ogni qualsiasi forma di giudizio morale

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