Chi fa teatro — 30/01/2022 at 11:01

Al Teatro alla Scala la Bayadère sognante di Svetlana Zakharova

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RUMOR(S)CENA – MILANO – La grande attesa di rivedere, al Teatro alla Scala di Milano, la rappresentazione del balletto “La Bayadere” di Marius Petipa con musiche di Ludwig Minkus nella versione coreografica di Rudolf Nureyev, dopo la sospensione di alcune repliche dovute all’emergenza coronavirus, è stata ripagata dall’interpretazione della divina Svetlana Zakharova, nel ruolo di Nikiya e da Jacopo Tissi in quello di Solor. Una grande serata che fa ben sperare in un futuro positivo per il mondo del balletto classico, in un momento così difficile per il mondo della danza, visto e considerato che in questa occasione il Teatro alla Scala ha potuto registrare un tutto esaurito con platea, palchi e “piccionaia” occupati fino agli ultimi posti dagli spettatori accorsi a vedere lo spettacolo, nonostante le avversità di questo particolare momento storico. Un risultato questo di buon auspicio e che “riscalda i cuori” sia del pubblico che degli “addetti ai lavori”.

crediti foto Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

La danzatrice consacrata ad un tempio, conosciuta in India con il termine sanscrito di “devadasi” ovvero deva “divinità” e dasi “colei che è al servizio di” e dunque “ancella degli dèi”, appare nella letteratura europea alla fine del tredicesimo secolo, quando Marco Polo narrò il suo resoconto dei viaggi da lui compiuti in Asia al suo compagno di cella, Rustichello da Pisa, ai tempi in cui erano entrambi prigionieri nelle carceri della Repubblica di Genova. Dobbiamo adunque al racconto di Marco Polo la prima descrizione europea arrivata a noi delle devadasi. Era una particolare comunità di donne affidate sin dalla tenera età ad un santuario dove svolgevano attività rituali e artistiche. Da questo momento in poi i viaggiatori europei in India descrissero le attività delle danzatrici presenti sia nei templi che nelle corti reali.

I loro racconti ispirarono in seguito scrittori, musicisti e coreografi a comporre poemi, drammi, opere e balletti in cui la danzatrice indiana, che in seguito diventerà nota con il termine francese di “bayadére”, assume un ruolo da protagonista.

Sarà soprattutto nella cosmopolita Parigi che dalla fine del diciassettesimo secolo si delineeranno i tratti del personaggio della “danzatrice indiana” descritta per il suo fascino e la bellezza straordinaria, seducente bayadére, abile cortigiana ma del tutto inaccessibile ai non indù , non poteva non attirare la curiosità del pubblico europeo, divenendo presto il simbolo della femminilità e delle ‘erotismo orientale. Caratteristiche queste che una grande interprete come Svetlana Zakharova ha saputo esaltare grazie alle sue grandissime doti tecniche ed espressive.

crediti foto Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

È nel 1965 che approda alla Scala, a oltre un secolo di distanza dalle quaranta rappresentazioni del “ballo grande” intitolato Il Raya e la Bayadére, il Royal Ballet con una Bayadére di Marius Petipa ridotta al solo “Regno delle ombre” curata nella revisione e realizzazione coreografica da Rudolf Nureyev. Fu proprio lui a interpretare il ruolo del nobile guerriero Solor, che invece in questa serata scaligera è stata affidata da Manuel Legris, direttore del Corpo di Ballo, a Jacopo Tissi giovane ballerino ventiseienne considerato ormai l’erede di Roberto Bolle e attuale primo ballerino del Teatro Bolshoi di Mosca. Forza fisica, eleganza e grazia sono le sue doti principali e del resto lo ha dimostrato in questa occasione danzando al fianco di una grande sstelal come Svetlana Zakharova. La ripresa coreografica di Manuel Legris segue con fedeltà quelle che erano le direttive di Nureyev il quale insisteva molto sulla verità del movimento e sulla motivazione interiore che ogni danzatore deve avere nell’ interpretare il ruolo, oltre alla purezza delle linee, la precisione dei passi e l’intensità delle parti in cui la pantomima deve sostituire attraverso la gestualità, le parole e i sentimenti che esprimono i vari personaggi. Fondamentale, all’interno della storia, è il conflitto tra i due personaggi femminili ovvero tra Nikiya e Gamzatti, interpretata con grande convinzione da Maria Celeste Rosa, come anche tra quelli maschili , il Rajah Mick Zeni e il Gran Bramino Giuseppe Conte.

L’antagonismo tra i vari personaggi nasce sin dall’inizio, quando il nobile guerriero Solor vuole offrire una tigre al Rajah e manda i suoi amici a caccia, mentre rimane vicino al tempio per vedere la sua amata Nikiya, una delle baiadere danzatrici che custodiscono il fuoco sacro. Ma il Gran Bramino è anche lui innamorato di Nikiya ed è travolto dalla gelosia. Il Rajah offre la mano di sua figlia Gamzatti a Solor il quale, legato dal giuramento fatto a Nikiya, non vuole accettare pur dovendo obbedire. È a questo punto che scoppia la rivalità tra le due donne. In questa scena Gamzatti prima si dimostra amorevole nei confronti di Nikiya offrendole in dono un gioiell, e poi mostra il suo astio e la sua gelosia schiaffeggiandola dopo aver visto la sua decisione nel non voler rinunciare la suo amore per Solor. Nikiya dovrà persino subire il morso di un serpente nascosto in una cesta di fiori con la quale è costretta a danzare durante il fidanzamento tra Gamzatti e Solor. Molte sono le scene corali in cui il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala ha modo di mostrare la sua bravura, nelle scene di gruppo dove danzano gli schiavi con i pugnali, oppure seguendo il ritmo del tamburo, ma il clou arriva nell’attesa scena finale del terzo atto del “Regno delle ombre” in cui Solor, disperato per la morte di Nikiya, si rifugia nei sogni che l’oppio gli procura e vede apparire i fantasmi delle baiadere. Tra queste ci sarà Nikiya con la quale si ricongiungerà idealmente in sogno. Questa è la scena del regno delle ombre tra le più note di questo balletto. L’arabesque ripetuto ossessivamente dalle trentadue ballerine, ridotte a diciotto, nella celeberrima discesa in palcoscenico, straordinaria invenzione scenica di Petipa, è il segno delle anime intrappolate che non riescono a liberarsi.

crediti foto Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

Gli arabesques penchée delle Ombre rendono il concetto di un qualcosa di congelato in una ripetizione: sono anime rimaste imprigionate in un luogo né al di là né al di qua. Sono fantasmi ancora legati al mondo terreno e alla loro sofferenza che ripetono ossessivamente e proprio il movimento dell’arabesque penché dà il senso del dolore e dell’oppressione, la ripetizione allude a un gesto ossessivo e vuoto. Non a caso in tutti i racconti di fantasmi c’è sempre un rituale o un gesto ripetitivo, legato alla sofferenza vissuta sulla terra come una morte violenta oppure un assassinio.

Nel caso delle Ombre, come in quello delle Villi, si tratta della sofferenza d’amore che, come sappiamo, può essere devastante. In Nikiya si somma alla morte violenta e improvvisa, che causa uno shock all’anima che non si rende conto del trapasso e rimane legata alla terra, visitando i luoghi dov’era vissuta, come istupidita dal dolore. Il pas de deux di Nikiya e Solor non è un vero e proprio incontro come quello di Giselle e Albrecht; si svolge in un’atmosfera onirica e i due protagonisti paiono non rendersi nemmeno conto di essersi incontrati perché lui è nei fumi dell’oppio e ha la coscienza oscurata. Rivivono il pas de deux del primo atto ma in un’atmosfera completamente diversa, come due automi. Ciò è evidenziato dalla coreografia: il jeté di Nikiya e la sua diagonale di pirouettes velocissime, quasi meccaniche, che chiude l’atto.

Visto al Teatro alla Scala di Milano il 28 gennaio 2022

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