Teatro, Teatrorecensione — 28/07/2014 09:08

Il Teatro della Mente: l’arte di farsi sorprendere

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LONDRA – Sulla sponda Est del Tamigi, non molto distante dai ben noti The Globe, South Bank e National Theatre, si trova lo Young Vic, dove da pochi giorni si sono appena concluse le repliche dell’ultimo spettacolo di Peter Brook: The Valley of Astonishishment, la Valle dello stupore.
Nato nel 1974, lo Young Vic, ha fin da subito dichiarato la sua missione: distaccarsi dalle forme istituzionali e convenzionali dell’Old Vic, prima residenza del Royal National theatre, cosi diventando uno dei centri di ricerca più importanti londinesi. Ancora oggi l’attuale direttore artistico David Lan afferma che una delle missioni principali dello Young Vic è di “raccontare storie per cambiare il modo in cui le persone guardano il mondo.”

L’ultima produzione Bouffes du Nord del più grande regista contemporaneo inglese non poteva che essere dunque ospitato allo Young Vic. Lo spettacolo scritto con la sua collaboratrice Marie-Elene Estienne, ci guida nell’affascinante labirinto della mente umana e della percezione: la sinestesia, ovvero quella particolare condizione neurologica a cui ad un senso se ne associa un altro. Come spesso accade a Brook, tutte le sue regie arrivano da un’intuizione, da un processo che aspettava di essere svelato al momento giusto.

The Valley of Astonishishment, la Valle dello stupore. (Peter Brook)

The Valley of Astonishishment, la Valle dello stupore. (Peter Brook)

E’ dagli anni Novanta che Peter Brook inizia ad avvicinarsi al vasto territorio del cervello grazie al suggerimento di Harold Pinter, il quale gli consigliò di leggere The Awakenings (1973) del neurologo Oliver Sacks. E’ cosi che la sua avventura parte nel 1992 con The Man Who, ispirandosi appunto al libro di Sacks “The man who mistook his wife for a hat” sulle eccezionali doti fisiche dei malati mentali; sei anni più tardi, nel 1998, con “Je suis un phenomene”, dal libro “The mind of Mnemonist” del neuropsicologo russo Alexander Luria, rievocando la straordinaria memoria di Solomon Shereshevsky, l’uomo in grado di ricordare qualsiasi cosa.

Anche The valley of the Astonishment parte dalla memoria della giornalista Sammy Costas, dove la bravissima attrice newyorkese Kathryn Hunter, licenziata per via della sua fenomenale memoria, si rivolge a degli scienziati cognitivi per chiedere aiuto prima di superare un provino come performer in un teatro. Se nello spettacolo precedente Shereshevsky è destinato a restare un uomo infelice, in The Valley of Astonishement, Sammy Costas arriva alla consapevolezza di voler dedicare la propria mente alla scienza, nonostante quest’ultima non abbia una precisa risposta al suo quesito fondamentale: “Come aiutare gli esseri umani a dimenticare?”.

La struttura del racconto si articola successivamente sulle storie di altri due casi differenti di sinestesia, mettendo lo spettatore nella condizione di vivere con i personaggi la propria realtà percettiva alterata. Il primo personaggio, lo straordinario Ian Waterman, interpretato da Marcello Magni, una mattina si risveglia con gli arti totalmente paralizzati e impara a riutilizzarli attraverso il potere del suo sguardo. Qualche anno fa la BBC  girò un documentario sulla sua storia dal titolo “The man who lost his body”.

Il secondo, un giovane pittore chiamato Carl, Jared McNeill, il quale, percependo i suoni con i sensi visivi, ci racconta la sua esperienza delle note traslate in colori, trasformando la scena in un enorme dipinto con il solo bastone/pennello. L’invisibile di Brook si trasforma in visibile, ancora una volta. Le quinte non esistono in questo teatro, gli attori sono a vista e la platea abbraccia a semicerchio il palco. La scenografia non è un’illustrazione del testo, risulta quasi inesistente. Tutto e’ rigorosamente funzionale all’azione. I corpi degli attori e i personaggi che rappresentano sono sottoposti ad un processo di sottrazione per cui non c’è mai un eccesso, un’esagerazione, non fingono di fingere, semplicemente vivono.

The Valley of Astonishishment, la Valle dello stupore (Peter Brook)

The Valley of Astonishishment, la Valle dello stupore (Peter Brook)

Brook resta sempre Brook. ll palcoscenico si presenta neutro, tre sedie e un tavolo, gli insostituibili tre attori pazienti e medici, i due musicisti a lato, il pianista Raphael Chambouvet e il giapponese Toshi Tsuchitori rievocano le storie del passato, come un rituale segreto che non e’ ancora stato narrato. Aspetta di essere rivelato di racconto in racconto sulle note di uno strumento a fiato indiano con cui poi si conclude lo spettacolo.
I meccanismi contraddittori della mente continuano a stregarlo, il teatro trova il suo spazio nel soffio di una ricerca sull’autenticità oltre ogni forma, proprio “in quell’ atomo che ha la forma del niente e quel niente che ha la forma dell’atomo”, dice Sammy Costas. L’Oriente resta la risposta al teatro della mente e della logicità, a partire dalla relazione immediata tra spettatore e attore. E lo spettatore è invitato a salire sul palco per giocare a carte nel mercato dello spettacolo, dove tutto è merce. Perfino la memoria della donna che non dimentica nulla. Questa opportunità rilevante data al pubblico di sperimentare i propri poteri di consapevolezza, ricettività, osservazione e soprattutto di ascolto non sono un trucco. Fanno parte delle profonde verità che ricercano i personaggi di The Valley of astonishement, esattamente come nella “Conferenza degli uccelli”, il noto poema persiano del XII secolo a cui Brook resta particolarmente legato, ancora oggi.

The Valley of Astonishishment, la Valle dello stupore (Peter Brook)

The Valley of Astonishishment, la Valle dello stupore (Peter Brook)

Nella sua introduzione si può leggere: “Intrecciando queste storie con il verso di Farid Al-Din Attar, la conferenza degli uccelli, gli attori ci chiedono di re-interrogare cosa pensiamo e cosa conosciamo di noi stessi e delle esperienze intorno a noi. Quando esploriamo le montagne e le valli del cervello raggiungeremo la valle dello stupore. Quando andiamo avanti fermamente con i nostri piedi sul terreno, ogni passo ci porta più lontano verso l’ignoto”.

Il perché ancora oggi si vada a teatro è, forse, il motivo per il quale l’essere umano non ha ancora perso la facoltà di farsi sorprendere. Siamo ancora in grado di immaginare mondi possibili e condurre viaggi inattesi, anche all’interno di noi stessi. Possiamo interrogarci, ma anche conoscere realtà del nostro quotidiano che sembrano molto distanti da noi. Questo è ciò di cui parlano i personaggi dello spettacolo, tutti rigorosamente estratti dalla realtà. Ci sono persone che guardano il mondo attraverso i colori, oppure ascoltano la musica associandola ad un odore o alle parole. Il mondo è percepito da logiche che il nostro cervello confonde.

La sinestesia è un tumultuoso caos della mente, generato dal dramma dei sensi, ma che in alcuni casi della storia ha prodotto straordinarie opere d’arte, di letteratura e musica. Per citare alcuni esempi: Kandisky, Marian McPartland, Marilyn Monroe, Vladimir Nabokov, Paul Klee, Vincent Van Gogh, Frank Zappa, Stevie Wonder, Jimi Hendrix, Bob Dylan, Victor Hugo.

E’ ammirevole come ancora oggi sia cosi vasto e complesso “lo spazio vuoto” che ci restituisce uno dei grandi Maestri del teatro del ‘900. Uno spazio libero da ogni immaginario possibile. Uno spazio attivo drammaturgicamente con attori autentici e consapevoli. Uno spazio vuoto, il cerchio del teatro di Brook, che esprime il desiderio di portare alla luce della memoria collettiva la speranza in ogni individuo di rinascere, nonostante tutte le sofferenze e le distorsioni causate dalla nostra mente.

Visto al Teatro Young Vic di Londra il 5 luglio 2014

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